Margine StrettoLa ritirata cinese dalle Americhe passa anche dai porti di Panama

Prima la caduta di Maduro in Venezuela e i dazi in Messico su Byd. Ora la sentenza della Corte Suprema panamense segna una svolta nella competizione tra superpotenze. Pechino sta perdendo posizioni strategiche in America Latina mentre Washington riconquista influenza

AP/LaPresse

La sentenza è arrivata la settimana scorsa da Panama City, ma le sue implicazioni si estendono ben oltre i confini del piccolo Stato centroamericano. La Corte Suprema di Panama ha dichiarato incostituzionale la concessione che permetteva a Panama Ports Company, controllata dal colosso hongkonghese CK Hutchison Holdings, di gestire i porti alle due estremità del Canale di Panama. Formalmente, la decisione si basa su irregolarità contabili e vizi procedurali. Sostanzialmente, rappresenta l’ultimo di una serie di arretramenti strategici della Cina in America Latina.

I numeri dell’audit condotto dal controllore generale Anel Flores sono impressionanti: trecento milioni di dollari di perdite stimate dal rinnovo della concessione nel 2021, oltre 1,2 miliardi durante l’intero arco del contratto originale iniziato nel 1997. Pagamenti non effettuati, errori contabili, concessioni fantasma operanti all’interno dei porti dal 2015. L’estensione di venticinque anni concessa dall’amministrazione precedente, inoltre, non aveva ricevuto l’approvazione formale richiesta per legge.

Ma concentrarsi solo sui dettagli tecnici significa perdere il quadro d’insieme. Quello che sta accadendo a Panama è parte di un pattern più ampio: la Cina sta perdendo terreno nell’emisfero occidentale, e gli Stati Uniti stanno recuperando l’influenza che sembravano aver ceduto negli ultimi due decenni.

Il crollo è stato rapido. In Venezuela, la caduta del regime di Maduro ha messo a rischio anni di investimenti cinesi nel settore energetico. Pechino aveva scommesso pesantemente sul petrolio venezuelano, finanziando il regime chavista prima e madurista poi in cambio di forniture garantite. Ora quegli accordi sono in discussione, e con essi miliardi di dollari di crediti che difficilmente verranno recuperati.

In Messico, i nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump stanno colpendo duramente le ambizioni di Byd nel mercato dei veicoli elettrici. Il colosso cinese dell’automotive aveva pianificato di usare il Messico come testa di ponte per aggirare le barriere commerciali americane. Ma Washington ha chiuso rapidamente quella porta, rendendo evidente che la vicinanza geografica agli Stati Uniti non garantisce più automaticamente l’accesso al mercato americano.

E ora Panama. Il Canale rappresenta uno dei nodi più critici del commercio globale: circa il 5% del traffico marittimo mondiale passa di lì. Controllare i porti alle sue estremità significa avere una leva strategica su rotte commerciali vitali. Per questo la presenza di CK Hutchison, azienda con sede a Hong Kong e legami significativi con la Cina continentale, era diventata un tema di sicurezza nazionale per Washington.

Marco Rubio, Segretario di Stato della nuova amministrazione Trump, ha scelto Panama come prima destinazione estera. Non è stata una coincidenza. Il messaggio era chiaro: la presenza cinese nelle infrastrutture panamensi è inaccettabile per gli Stati Uniti. Trump, con la consueta mancanza di sfumature diplomatiche, era arrivato a suggerire che Panama dovrebbe restituire il Canale al controllo americano.

Le autorità panamensi hanno sempre negato che la Cina eserciti influenza sulle operazioni del Canale. Ma per Washington la distinzione tra un’azienda privata hongkonghese e il governo cinese è sempre più sfumata, specialmente dopo gli eventi di Hong Kong degli ultimi anni. La percezione conta quanto, se non più, della realtà formale.

Il tentativo di CK Hutchison di vendere la sua partecipazione di maggioranza nei porti panamensi a un consorzio internazionale guidato da BlackRock, annunciato l’anno scorso, si è arenato di fronte alle obiezioni del governo cinese. Questo episodio ha confermato quanto Pechino consideri strategica la gestione di queste infrastrutture, rendendo ancora più difficile sostenere la narrativa dell’indipendenza operativa.

La sentenza della Corte Suprema panamense lascia aperti molti interrogativi pratici. Non ci sono indicazioni chiare su come gestire la transizione. Le operazioni portuali dovrebbero continuare mentre l’esecutivo, attraverso l’Autorità Marittima, deciderà i prossimi passi. Ma il vuoto normativo creato dalla decisione richiederà scelte rapide e politicamente delicate.

Quello che emerge con chiarezza è che lo spazio per l’autonomia strategica latinoamericana si sta riducendo drasticamente. Per anni, i governi della regione hanno cercato di bilanciare gli interessi di Washington e Pechino, accogliendo investimenti cinesi in infrastrutture, energia e tecnologia senza rinunciare ai legami storici con gli Stati Uniti. Questa strategia ha funzionato finché la competizione tra le due superpotenze rimaneva gestibile.

Ma l’escalation degli ultimi anni, accelerata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, ha reso sempre più difficile mantenere posizioni neutrali. Quando le infrastrutture diventano terreno di scontro geopolitico, l’autonomia decisionale dei Paesi più piccoli si riduce drasticamente. La sentenza panamense potrebbe essere tecnicamente motivata da irregolarità contabili, ma il contesto politico in cui è maturata è impossibile da ignorare.

Per la Cina, la combinazione di Venezuela, Messico e Panama rappresenta una battuta d’arresto significativa in una regione che aveva identificato come prioritaria nella sua espansione globale. Gli investimenti cinesi in America Latina restano massicci – infrastrutture, energia, telecomunicazioni – ma la fase di espansione indisturbata sembra conclusa.

Washington ha dimostrato che intende far valere la dottrina Monroe in versione aggiornata: niente influenza cinese su infrastrutture critiche nell’emisfero occidentale. E i governi latinoamericani stanno prendendo atto che mantenere contemporaneamente buoni rapporti con entrambe le superpotenze sta diventando sempre più complicato.

La partita è tutt’altro che conclusa. Molti Paesi della regione continuano a vedere nella Cina un partner commerciale indispensabile, e Pechino non rinuncerà facilmente a decenni di investimenti e relazioni costruite pazientemente. Ma il trend degli ultimi mesi indica una direzione chiara: nella competizione per l’America Latina, gli Stati Uniti stanno recuperando terreno. E per la Cina, difendere le posizioni acquisite si sta rivelando più difficile che conquistarle.

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