Un mare di UruguayLa chirurgica strategia cinese in Sud America

Pechino punta su partner considerati affidabili, come Montevideo, per rafforzare la propria presenza economica e la propria influenza normativa nei Paesi del Mercosur

LaPresse

Yamandú Orsi non è un nome che accende i radar della geopolitica globale. Presidente di un Paese piccolo, istituzionalmente sobrio, con una lunga tradizione democratica e uno Stato che funziona, l’Uruguay raramente occupa le prime pagine. Ed è proprio per questo che la visita di Orsi a Pechino, l’incontro con Xi Jinping e la firma di oltre dieci accordi di cooperazione meritano attenzione: non per l’enfasi cerimoniale, ma per ciò che raccontano sul modo in cui la Cina sta costruendo, passo dopo passo, una propria idea di ordine internazionale.

Pechino ha accolto Orsi con tutti gli onori riservati a un partner strategico. Nei colloqui è tornata con forza la parola chiave del lessico cinese contemporaneo: «multipolarità». Non come slogan astratto, ma come proposta operativa. Più centri decisionali, più spazio per gli Stati medio-piccoli, meno unilateralismi. È un messaggio che Xi Jinping indirizza da tempo al cosiddetto Sud globale e che in America Latina trova terreno fertile, soprattutto in una fase segnata dall’imprevedibilità della politica statunitense.

Sul piano economico, la relazione è già solida. La Cina è il primo partner commerciale dell’Uruguay: Montevideo esporta soprattutto prodotti agroalimentari e importa macchinari, chimica ed elettronica. Nel 2024 il saldo è stato positivo per l’Uruguay, un dettaglio tutt’altro che secondario per un Paese che punta su apertura commerciale, stabilità macroeconomica e attrazione di investimenti. Gli accordi firmati a Pechino ampliano il perimetro: tecnologia verde, digitale, intelligenza artificiale, proprietà intellettuale. Non solo merci, ma filiere e standard.

Il punto davvero sensibile, però, va oltre il bilaterale. L’incontro Orsi–Xi riporta al centro l’ipotesi di un dialogo strutturato tra Cina e Mercosur. Qui la partita si fa geopolitica. Un eventuale accordo, anche parziale, tra il blocco sudamericano e Pechino cambierebbe gli incentivi industriali, le catene del valore e i rapporti di forza commerciali nella regione.

Non a caso il tema divide: Brasile e Argentina oscillano tra apertura e cautela, mentre l’accordo appena siglato con l’Unione europea dimostra quanto sia complesso tenere insieme liberalizzazione, tutela dei settori sensibili e consenso politico interno.

La strategia cinese appare pragmatica. Ancorare la narrativa multipolare a Paesi istituzionalmente affidabili, poco conflittuali, capaci di fare da piattaforma. L’Uruguay funziona come «dimostratore»: cooperazione economica senza alleanze militari, investimenti senza imposizioni politiche esplicite. È un modello che Pechino propone come alternativa all’approccio securitario e spesso muscolare che ha segnato storicamente il rapporto tra Washington e l’America Latina.

Non è detto che il disegno riesca. Le tensioni regionali, le pressioni esterne e le divisioni interne al Mercosur possono rallentare o svuotare di contenuto il progetto. Molto dipenderà dalla capacità di trasformare i memorandum in progetti concreti, con risorse, tempi e responsabilità chiare. E dalla volontà dei grandi Paesi del blocco di accettare una maggiore integrazione economica con la Cina senza viverla come una scelta di campo rigida.

Per l’Europa, questa vicenda è tutt’altro che marginale. Mentre Bruxelles fatica a tradurre il linguaggio dell’autonomia strategica in iniziative leggibili fuori dal continente, Pechino sperimenta una multipolarità «a bassa intensità», fatta di commercio, infrastrutture e cooperazione settoriale. L’Uruguay non è il fine, ma il mezzo. Capire se questo è solo un episodio o l’inizio di una fase richiede di guardare meno alle dichiarazioni e più alle sequenze: negoziati, investimenti, regole. È lì che la multipolarità smette di essere una parola e diventa politica.

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