Il principale motivo del mai avvenuto confronto nel cosiddetto campo largo è l’Ucraina. Sperano, i capi, che la guerra finisca prima che loro siano costretti a buttare giù uno straccio di programma perché su questo tema Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Matteo Renzi parlano lingue diverse. E persino nel Pd tra Pina Picierno e Arturo Scotto la differenza è abissale.
Già: quattro anni dopo l’inizio della “operazione speciale” più famigerata della storia la sinistra italiana è incartata nelle sue contraddizioni, tra le sue diverse sfumature di grigio. Lasciamo stare il M5s, un partito senza principi pronto a giocarsi le idee a dadi. Era il partito di Alessandro Di Battista, e sulla politica estera lo è ancora. Di che parliamo. La vera e più rilevante questione è che l’aggressione all’Ucraina scoperchia antiche malattie della sinistra italiana, ne ritira fuori vecchie piaghe mai curate, ne squaderna ambiguità non dissolte e ne evidenzia grossi limiti di analisi.
Certo, il Pd ha sempre votato per gli aiuti – e ci mancherebbe – ma (e per quello che conta Avs) non è disposto a morire per Kijiv. Anzi, nemmeno ci vanno, Elly Schlein e i suoi supporter. Tanto meno la destra. E allora qui ci prendiamo un po’ di spazio per salutare chi in queste ore è in Ucraina a salvare per quanto possibile la dignità italiana. C’è Pina Picierno a Odesa – lei salva per quanto può quella del Nazareno. C’è Carlo Calenda, il più forte amico dell’Ucraina, a Kyjiv con Ettore Rosato, Francesca Scarpato e Federica Onori. A Odesa c’è anche Ivan Scalfarotto, con Elena Buscemi, che è la presidente del consiglio comunale di Milano (Pd), Gianmaria Radice (Iv), Marco Taradash con i radicali Igor Boni e Federica Valcauda. C’è Benedetto Della Vedova di Più Europa.
Sono tutti in Ucraina, la moderna Danzica o Ventotene, sarebbero stati a Budapest o in Vietnam. Perché sono lì oggi, nella capitale ucraina, e a Odesa, e in tutte le città di cui abbiamo imparato i nomi con un brivido lungo la schiena ogni volta, i “cimiteri sotto la luna” che Georges Bernanos evocava scrivendo della guerra di Spagna. Elly non c’è. La segreteria del Pd non c’è. Ma non sarebbe stato bello se, col giaccone e le scarpe da ginnastica per una volta consoni, avesse chiamato con sé i dirigenti e i militanti del Pd ad accendere una candela a Kijiv o a versare una lacrima a Bucha? Quella Bucha – ricordate? – dove il giorno dopo l’orrenda ecatombe Zelensky disse: «Abbiamo persone forti, gentili e dure a morire». Un bellissimo ossimoro, persone gentili e dure.
Quella sì sarebbe una bella sinistra, se andasse a abbracciare fisicamente le madri dei giovani ucraini calpestati dai cingoli del Cremlino. Non è solo l’opportunismo per non dispiacere Giuseppe Conte a frenarli, o quei pacifisti imbelli che cambiano sempre discorso (e allora Gaza?). È che Elly Schlein ha imparato a conoscere “i suoi”, cioè l’anima di una sinistra post-comunista che dentro di sé coltiva un’idea malata di politica come scambio tra valori e convenienza.
Per questo non capisce Zelensky: non comprende la portata del fatto enorme che un popolo ha una dignità che non vuole barattare a Mar-a-Lago. Non conosce le radici e le ragioni dell’orgoglio ucraino calpestato da secoli. Una sinistra che scambia la dignità per ostinazione, il cedimento per realismo. Basta sentire certi intellettuali sgranare il rosario del cinismo spacciato per analisi politica. Coltivano, questi fisici, questi storici, questi conduttori televisivi, l’idea non detta che i più grossi hanno ragione, più o meno. Brezneviani da salotto pensano che alla prepotenza bisogna rassegnarsi. E infine che questi ucraini «i levano i soldi per gli ospedali», e chi se ne frega degli ospedali senza luce di Kijiv.
Il vecchio internazionalismo della sinistra è finito nel pozzo nero dell’egoismo nazionale, cioè a destra. Infine ci sono gli estremisti, dove si annida più spudoratamente che in una parte della base dem un filosovietismo di ritorno tramutato in filoputinismo: e così i gruppettari di ieri sono finiti dalle parti di un Vannacci di oggi. Dunque sarebbe stato giusto anche per imprimere una sterzata nella mentalità dei suoi compagni che Elly Schlein oggi fosse a Kyjiv. Per accenderla, quella candela, tra gli urli delle sirene e la neve che cade, in questo quarto anno di sangue.