Il nuovo mondoI grandi discorsi di Carney, Zelensky e Draghi indicano la via all’Europa e alla società aperta

I tre leader convergono sullo stesso punto, cioè che l’Occidente deve assumere un ruolo globale chiaro e non più rinviabile. Per farlo, occorrono volontà politica, capacità strategiche e un salto culturale nelle società civili

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Il flusso che lega, quasi fosse un lievito vitale, i tre importanti discorsi di Mark Carney, Volodymyr Zelenskyy e Mario Draghi mostrano ciò che oggi, a livello di ordine internazionale, è ormai chiaro a chi guarda in faccia la realtà: siamo davanti a processi da avviare, non più rinviabili. Principalmente, si tratta di definire un ruolo europeo che sia davvero globale. Se l’enfasi del premier canadese a Davos è stata posta sulla necessità delle medie potenze di «agire insieme», smettendo di ridimensionare la gravità dei problemi e costruendo la propria forza per tutelarsi da nemici interni ed esterni, Zelensky ha parlato da europeo, attraverso una sfuriata che ha però mostrato ciò che oggi è l’Europa. Fare di più, non solo per l’Ucraina, ma anche per “noi”, Paesi europei, insieme all’Ucraina.

Uscendo dai confini della stampa di casa nostra, le parole di Zelensky non sono state interpretate sul piano della scarsa o mancata gratitudine, tutt’altro – come invece è avvenuto in Italia. Nonostante il “riconoscimento” sia, tra l’altro, un concetto politico estraneo al sentimento diffuso di ampie fasce della società italiana – si pensi all’atavica scarsa comprensione del fatto che l’Unione europea sia stata una salvezza, pur con i suoi limiti strutturali, o ai benefici continui dell’ombrello della Nato – la percezione che il mondo culturale dei Barbero e dei D’Orsi a sinistra, come quello salviniano e vannacciano a destra, finisca per prevalere è purtroppo forte.

Nel bipopulismo continuativo della politica nazionale, che non aiuta a spiegare la contemporaneità ma solo a infarcire di ideologia il dibattito, questa lettura diventa difficile da scalfire quando è così radicata.

Entrambi i moniti partono dallo stesso assunto: si rischia – se non lo si è già – di diventare parte del menu, proprio perché non si è in grado di sedersi al tavolo in autonomia. Zelensky riflette da europeista; Carney è consapevole che serve uno schermo comune delle società libere e aperte davanti alle grandi potenze, ragionando su come far fruttare tutto il potenziale.

Draghi, infine, in sostanziale continuità con le sue ultime uscite pubbliche, comprende bene che l’Europa plurale non basta. Subentra il dovere storico di costruire architetture e forme differenziate, nell’impossibilità odierna di andare avanti e decidere a ventisette – e oltre – ma con la possibilità di ricercare leadership valide, capaci di alimentare una rinnovata generazione creativa di Unione differenziata, a cerchi concentrici e velocità asimmetriche.

Tutti e tre condividono la consapevolezza che il tema centrale è, come sempre, quello della volontà politica, ma che a corollario esiste un passaggio obbligato, di natura e ordine pre-politico, che riguarda l’educazione delle società civili e delle opinioni pubbliche occidentali al necessario salto mentale.

«La transizione da questo ordine a ciò che verrà dopo non sarà facile. Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano», ha detto Draghi a Leuven. Il sottointeso sembra rivelare che non siamo di fronte a veri e propri impedimenti esterni, bensì a scelte non compiute in precedenza, che rimandano a dipendenze pregresse oggi pagate nel processo di edificazione, allora, di uno spazio di libertà e diritti complessivamente a basso costo.

Ora l’Unione, e gli alleati di media potenza fuori dai confini comunitari, devono scegliere le priorità, sfruttando la forza economica e la fedeltà ai principi comuni. Per farlo, diventa necessario dotarsi di capacità strategiche, a partire dal pilastro della sicurezza, che mostra la natura della guerra – convenzionale e ibrida – come fatto e atto politico a tutti gli effetti.

Trump, da sovranista coerente fino in fondo, offre paradossalmente un’occasione unica di crescita e integrazione, nella sua capacità di mettere in crisi lo stesso equivoco del sovranismo, incapace di produrre risultati di fronte al ciclo della storia. La maturazione imposta dalla sfida del vincolo di realtà al sovranismo trumpiano creerà problemi interni all’Europa e al mondo libero, comporterà costi economici e sociali finora bypassati, ma potrà anche indicare una prospettiva di svolta culturale.

Una svolta che dirà, nei suoi presupposti, se siamo davvero disposti a difendere lo spazio europeo e quello della società aperta, intendendo con ciò, in primo luogo, la tutela dei valori che ci permettono di vivere da cittadini liberi.

In tutto questo sarà importante capire anche dove andrà a collocarsi il nostro Paese. Oggi ciò significa riflettere sulla scelta di campo definitiva della destra italiana, nel suo perenne conflitto tra istituzionalizzazione responsabile ed echi antisistema. L’Europa di oggi, e ancor più quella di domani, partirà da un accordo più stretto e integrato tra i Paesi più influenti: chissà che, consci dello storico ruolo di fondatore dell’Unione, non si comprenda finalmente quanto sia importante non mancare a questo appuntamento.

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