
Negli ultimi mesi l’Unione europea ha iniziato a intervenire in modo più deciso nel digitale e nel commercio elettronico, settori chiave del confronto geopolitico con le altre superpotenze, dopo anni in cui queste dinamiche hanno spesso ridotto i Paesi membri a semplici mercati di sbocco. Per ragioni, dunque, non solo di carattere commerciale, l’Europa sta introducendo misure che puntano a rafforzare la sovranità digitale e a riequilibrare rapporti di forza a lungo sbilanciati a favore di grandi piattaforme tecnologiche globali, soprattutto statunitensi e cinesi.
Un esempio recente è dato dall’annuncio della Francia di abbandonare l’uso di piattaforme di videoconferenza quali Microsoft Teams e Zoom negli enti pubblici, a favore di una soluzione nazionale chiamata Visio che, entro il 2027, lo renderà lo strumento unico per le videocomunicazioni della pubblica amministrazione: la scelta è motivata da considerazioni di sicurezza dei dati, controllo sulle infrastrutture e riduzione della dipendenza dalle tecnologie estere.
Questa volontà di riprogettare il perimetro di funzionamento delle dinamiche digitali si incrocia anche con le politiche commerciali. Un caso, ampiamente discusso nell’ambito della manovra finanziaria approvata lo scorso dicembre, è il contributo di 2 euro che l’Italia ha introdotto sui pacchi provenienti da Paesi extra-Ue, una misura volta a finanziare la gestione doganale delle micro-spedizioni e a contrastare le asimmetrie competitive di cui hanno finora goduto, soprattutto, le grandi piattaforme cinesi come Shein e Temu.
Il contributo italiano anticipa di circa sei mesi l’entrata in vigore di un dazio doganale europeo da tre euro, previsto per il 1° luglio 2026: non intende, pertanto, modificare i dazi comunitari – competenza esclusiva dell’Unione europea – ma rafforzare il sistema di protezione rappresentato dal sistema doganale dell’Unione. Gli effetti di tale provvedimento hanno già cominciato ad avvertirsi, con risvolti non del tutto previsti: nel periodo tra il 1° e il 20 gennaio 2026, il numero di pacchi extra-Ue destinati all’Italia è infatti crollato di circa il quaranta per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un forte impatto sul traffico aereo e sui principali hub logistici nazionali; ad esempio, l’aeroporto internazionale di Malpensa ha perso oltre trenta voli cargo in poche settimane.
In un contesto non coordinato a livello europeo, le piattaforme globali di e-commerce hanno preferito far atterrare le merci in altri Paesi europei, come Belgio, Germania e Ungheria, dove il contributo non è previsto: dopo lo sdoganamento, le merci continuano dunque a raggiungere l’Italia su gomma, spesso con costi logistici inferiori, ma con un maggior impatto ambientale. L’effetto complessivo è uno spostamento del traffico logistico fuori dall’Italia, con perdita di traffico aereo e di gettito doganale, oltre a un possibile aumento delle emissioni legate ai percorsi terrestri.
Mentre l’Italia ha adottato un contributo nazionale anticipato, altri Paesi europei hanno preferito, per questa ragione, non introdurre misure analoghe o sospendere i piani precedenti, per evitare frammentazioni regolatorie: questa eterogeneità normativa offre infatti spazi di arbitraggio logistico alle piattaforme globali, che riescono a mantenere la continuità delle catene di fornitura a costi competitivi.
Il caso italiano si inserisce comunque in un quadro europeo più ampio, in cui la regolamentazione digitale e commerciale si intrecciano. Nel giugno dello scorso anno, ad esempio, il Senato francese ha approvato una legge mirata a limitare l’impatto ambientale e sociale dell’ultra-fast fashion, distinguendo questa categoria da quella del «fast fashion» tradizionale e concentrando gli interventi su modelli di business caratterizzati da cicli di produzione estremamente brevi, elevati livelli di consumo e rapido ricambio delle collezioni. Il provvedimento introduce un divieto totale di pubblicità per prodotti e marchi ultra-fast fashion, una tassa crescente fra i cinque euro e i dieci euro entro il 2030 e requisiti di trasparenza, in merito all’impatto ambientale di tali beni, da parte dei produttori.
In attesa del dazio europeo del prossimo luglio, la tassa italiana sui pacchi extra-Ue è dunque un tassello di una più ampia strategia europea di adattamento alle sfide del commercio digitale globale: gli impatti osservati in queste settimane mostrano i limiti di approcci nazionali non allineati in un mercato unico integrato. Tuttavia, la crescente attenzione su temi come sovranità digitale, regolamentazione dei mercati e governance delle piattaforme globali indica che l’Europa sta definendo sempre più un’agenda normativa autonoma e proattiva, pronta a confrontarsi con le dinamiche competitive degli attori digitali internazionali.