Categorie in guerraA che cosa serve chiamare «fascismo» la Russia di Putin


Un libro curato da Ian Garner e Taras Kuzio riapre il confronto sull’uso di un’etichetta inflazionata. Tra palingenesi, autoritarismo e “quasi-fascismo”, gli studiosi si dividono sulla natura del regime russo

AP/LaPresse

L’etichetta “fascismo” è diventata in larga misura un termine privo di significato, usato nella polemica politica. La propaganda sovietica ha svolto un ruolo importante in questo processo, applicandola a ogni avversario – dalla socialdemocrazia al sionismo. Il regime di Vladimir Putin prosegue questa tradizione con l’attacco all’Ucraina. È dunque solo un rovesciamento dei ruoli quando questa accusa viene rivolta alle politiche dello stesso Putin? Da tempo la questione è oggetto di dibattito, e anche studiosi tutt’altro che indulgenti verso la politica di violenza della Russia hanno in passato espresso riserve sull’uso della “parola con la F” (o addirittura della “bomba F”).

Russia and Modern Fascism”, curato da Ian Garner (Istituto Pilecki, Varsavia) e Taras Kuzio (Accademia Kyiv-Mohyla) raccoglie dodici contributi di ricercatori provenienti da Regno Unito, Polonia, Stati Uniti, Germania e Ucraina, affronta proprio questo dibattito. Il titolo suggerisce una certa cautela. Allo stesso modo, l’immagine di copertina è un collage attentamente costruito: accanto al ritratto di Putin non compaiono né Adolf Hitler né Benito Mussolini, bensì Iosif Stalin; non la svastica o il fascio littorio, ma falce e martello. Non vediamo camicie nere o brune che marciano cupamente, bensì giovani – soprattutto donne atletiche – che camminano in abiti bianchi e informali.

Il volume esce in una collana nella quale – nonostante l’attenzione rivolta a temi (post-)sovietici – era già stata pubblicata nel 2006 una raccolta di saggi fondamentale sul fascismo in senso generale, dal titolo “Fascism Past and Present, West and East: An International Debate on Concepts and Cases in the Comparative Study of the Extreme Right”. Quel volume si concentrava sul concetto di fascismo come “ultranazionalismo palingenetico”, sviluppato da Roger D. Griffin (Oxford Brookes University), ed era informato, all’epoca, anche – tra gli altri fattori – dall’ascesa di Aleksandr Dugin.

L’introduzione a “Russia and Modern Fascism”, curata da Garner e Kuzio, riprende questo approccio. Per loro, la rinascita di una nazione degenerata attraverso una redenzione violenta, a partire dal 2020, rappresenta una forma moderna di fascismo in Russia. Nel loro contributo sostanziale al volume mostrano come la distruzione spietata di Mariupol nel 2022 illustri il «ciclo di distruzione e ringiovanimento» all’interno di una guerra permanente. Questa interpretazione della violenza come esempio di una proiezione fascista di morte e rinascita è comprensibile. Ma la distruzione di città in Cecenia o in Siria da parte delle truppe russe è anch’essa un’espressione di «ringiovanimento»? E la colonizzazione pianificata di Mariupol da parte di centinaia di migliaia di coloni russi significa una «rinascita» della Russia stessa?

L’unico tentativo di affrontare sistematicamente la questione attraverso categorie chiare proviene da Alexander J. Motyl (Rutgers University-Newark). Secondo Motyl, dittatura autoritaria, sostegno di massa, culto della personalità e stile di leadership personalistico sono i fattori decisivi del dominio fascista. In una tipologia che oppone democrazia a regimi semi- e pienamente autoritari, incluso il fascismo, Putin soddisfa tutti i criteri dell’autoritarismo. Inoltre, è un dittatore personalistico con un ampio sostegno di massa. Questo fa sì che, secondo Motyl, l’autoritarismo di Putin rappresenti una forma di fascismo.

Nel suo contributo, il curatore della collana, Andreas Umland (Swedish Institute of International Affairs), attribuisce grande importanza alla formula della palingenesi, che Motyl respinge perché troppo generica. Tuttavia, anche la promozione da parte dell’amministrazione Putin di un pensiero di tipo fascista – in particolare quello di Ivan Il’in (1882-1954) – e l’ascesa di Dugin non portano a un fascismo compiuto, bensì a un “quasi-fascismo”. Umland ha ragione quando sottolinea che l’attacco su larga scala all’Ucraina non è dovuto soltanto a una svolta verso un fervore rivoluzionario ultranazionalista, ma anche a un cinico calcolo di potere e a gravi errori di valutazione.

Joanna Getka (Università di Varsavia) e Jolanta Darczewska (Centro per gli Studi Orientali, Varsavia) sostengono che esista una tradizione fascista russa marginale, sia nell’emigrazione russa sia all’interno del Paese dopo la fine dell’URSS. Come prova di una graduale fascistizzazione (cioè non di un fascismo pienamente sviluppato), citano i famigerati pamphlet sulla “denazificazione” dell’Ucraina – un fascismo con una maschera antifascista, ma anche solo una caricatura del fascismo, seppur pericolosa e aggressiva. Analogamente, nel suo articolo sulla Chiesa ortodossa russa e sul suo significato nell’odierno “imperismo” russo, Michał Wawrzonek (Università Ignatianum di Cracovia) oscilla tra l’affermazione dell’esistenza di un fascismo contemporaneo e la più prudente constatazione che l’ideologia panrussa è “probabilmente” paragonabile al fascismo italiano e al nazismo tedesco del periodo tra le due guerre.

Nel suo contributo, Andreas Heinemann-Grüder (Università di Bonn) mette in evidenza il motivo della “guerra santa” nella propaganda anti-ucraina e conclude che non si tratta di una ripetizione di approcci totalitari (inclusi quelli fascisti) del XX secolo, bensì dell’espressione di un’ideologia statale “religioso-fondamentalista”. Qui la narrazione della difesa della Russia nella tradizione della Seconda guerra mondiale svolge un ruolo centrale e, in una società “neo-totalitaria”, viene imposta come unica interpretazione ammissibile. Più importante di una classificazione coerente è la diagnosi secondo cui questi discorsi quasi religiosi equivalgono a una giustificazione – se non a una richiesta – di uno stato di guerra permanente.

Questo emerge anche dagli sforzi compiuti sotto Putin nel sistema educativo, che Maria Domańska (Centro per gli Studi Orientali, Varsavia) descrive come “educazione fascista” all’interno di un regime che definisce anch’esso “neo-totalitario”. Il culto del militarismo, sviluppatosi dal 2008, ha propagato miti storici, inclusa la demonizzazione degli ucraini come “nazisti”. In effetti, il passaggio verso un nemico “nazista” piuttosto che prevalentemente “fascista” della Russia rappresenta un’innovazione linguistica che meriterebbe un’analisi più approfondita. È possibile che il termine “neo-nazista” per designare i nemici abbia sostituito quello di “fascista” perché troppi sostenitori nel campo russo aderiscono apertamente a concetti fascisti o affini al fascismo?

Il capitolo del libro non può certo chiarire pienamente quanto sia efficace la propaganda. In ogni caso, è un segnale interessante che uno studio del 2024 citato da Domańska indichi come la retorica bellica non sia particolarmente popolare tra le giovani generazioni. Ciò che Jaroslava Barbieri (Chatham House, Londra) ha raccolto sull’indottrinamento dei giovani nei territori occupati dalla Russia è inquietante: vengono utilizzati intimidazione, assimilazione forzata e insegnanti provenienti dalla Russia; l’istruzione online ucraina raggiunge solo una minoranza.

Nelle sue conclusioni, Paul D’Anieri (University of California, Riverside) ammette che il libro non porrà fine al dibattito sull’applicazione del concetto di fascismo alla Russia. Tuttavia, un’etichetta di questo tipo, che tenga conto del culto della violenza, della guerra e della mascolinità, è necessaria perché, a differenza del 2015, la Russia non è più «solo un altro Stato autoritario». In sintesi, il libro solleva più domande di quante ne risolva. Più volte emergono valutazioni che suggeriscono altre classificazioni. Persino Motyl, il più convinto sostenitore dell’etichetta di fascismo, a un certo punto si riferisce a Putin come a un nuovo «zar».

Nel loro capitolo su Mariupol, i curatori diagnosticano che una componente chiave del nazionalismo imperiale, come sotto gli zar e tra gli emigrati “bianchi”, è la negazione della nazione ucraina. Ma come si concilia questo con la loro osservazione secondo cui il museo cittadino di Mariupol dovrebbe essere intitolato allo stretto collaboratore di Stalin, Andrei Ždanov (1896-1948)? Il libro non affronta la questione di quanto “fascismo” fosse già presente nello stalinismo – cosa che alcuni leader fascisti riconobbero talvolta essi stessi. In superficie, l’etichetta di stalinismo può sembrare contraddittoria, dato che il terrore odierno non è diretto contro la popolazione del Paese, come avveniva al culmine dello stalinismo. Ma si può anche interpretare diversamente: Putin non considera forse gli ucraini, contro i quali conduce una guerra per il loro “tradimento”, come suoi legittimi sudditi? E una nuova forma di fascismo non implicherebbe forse molto più che il semplice collocare gruppi etnici diversi in una gerarchia?

Gli ucraini, bersaglio dell’ostilità, non vengono classificati come fondamentalmente diversi, ma come uguali (per valore) ai russi. Nel loro capitolo su Mariupol, gli editori mostrano come la propaganda russa accusi gli ucraini di voler considerarsi qualcosa di indipendente, “confusi” dai propagandisti occidentali. L’omofobia propagandata, a sua volta, appare “fascista”, a differenza della quasi totale assenza di propaganda antisemita; nessuno dei due temi è discusso nel libro. E l’invocazione dell’unità dei popoli della Federazione Russa – che, come descrivono gli editori, viene incorporata nei monumenti durante la ricostruzione di Mariupol – non è tipica del fascismo.

Ciò non sminuisce il valore del libro. Le contraddizioni menzionate sono inevitabili e riflettono l’apertura di una ricerca ancora in corso. Non sono le risposte a essere più importanti, ma le domande. La discussione di termini e categorie serve in ultima analisi ad affinare e approfondire osservazioni e valutazioni. Umland sottolinea inoltre nel suo contributo che tali attribuzioni non possono essere incontrovertibilmente vere o false, ma si basano sempre su convenzioni. Accanto alla classificazione accademica esiste anche una dimensione soggettiva, in particolare nella percezione specifica del popolo ucraino. Provocare controargomentazioni non è una debolezza, ma una forza. In questo modo, il libro può innescare molte discussioni feconde. Chiunque voglia riflettere più a fondo sul “putinismo” dovrebbe confrontarsi con i contributi del volume.

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