Populismo securitarioIl garantismo selettivo di Forza Italia nel dibattito sulla giustizia

Le dichiarazioni di Antonio Tajani sugli arresti durante le manifestazioni segnano una distanza crescente dalle garanzie del processo. L’idea che fermare e punire subito sia una risposta efficace rischia di ridurre il ruolo dei giudici e dello Stato di diritto

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Prima che la rituale rissa sulla sicurezza svanisca, in attesa di un rilancio più vicino alle elezioni, è utile prendere appunti su come si sono comportati in materia gli attori in gioco. Ne escono tutti male: il Partito democratico, che non vuol perdere contatto con chi manifesta senza farsi domande su chi siano quei signori vestiti di nero nel corteo, ma anche Giorgia Meloni, che prende da terra il vessillo salviniano e accusa la sinistra di essere illiberale senza precisare se questo sia un complimento, visto il sostegno alla democrazia illiberale di Viktor Orbán. Ma il voto più basso in pagella va a Forza Italia, che pure normalmente fa la vaga e dice tiepide vacuità.

Nel gran turbine delle dichiarazioni di Antonio Tajani è scappato all’attenzione un post che mette una pietra tombale sul garantismo. Intitolato «Arrestati dalle forze dell’ordine, liberati subito dai giudici», fa proprio il luogo comune dei bar che un tempo si chiamavano dello Sport. E cioè che sia inutile bloccare i facinorosi e portarli in questura perché il giorno dopo sono già in libertà.

In piena battaglia referendaria sulla differenza tra pubblici ministeri e giudicanti, è lo slogan che dimentica che in uno Stato di diritto esistono i processi, cioè i luoghi in cui si tenta di capire la verità dei fatti. Per ora è così, e non sempre è bello, ma per i pieni poteri non è ancora l’ora: ripassare non prima del bis elettorale.

Se viene arrestato un non incappucciato, curiosamente vestito di rosso in mezzo a incappucciati rigorosamente in nero, è solo nell’equità di un processo che si potrà dimostrare che il rosso non usava il martello contro il poliziotto. Assistito da un avvocato, potrà spiegare la differenza. O forse no. Per Forza Italia questo non va bene e, anzi, diventa minaccia: «Cambieremo le norme con il decreto sicurezza affinché ci sia la certezza della pena per chi delinque».

Insomma, nel dibattito parlamentare che tradurrà in legge il decreto urgente dobbiamo attenderci emendamenti volti a trasformare la certezza della pena nella certezza della colpevolezza. Come nelle migliori autocrazie. Ad Antonio Tajani questa, insomma, non la perdoniamo. Passi che una eurodeputata della Lega scodelli una modifica costituzionale dicendosi certa che Ignazio La Russa sia stato nominato presidente del Senato da Sergio Mattarella.

L’ignoranza è ammessa in democrazia e, del resto, i laureati fanno spesso peggio dei diplomati con licenza elementare. Giudichino gli elettori. Abbiamo visto di peggio, con un ministro degli Esteri che confondeva il Cile con il Venezuela e oggi si occupa dei problemi del Golfo senza che noi abbiamo la certezza che non si tratti di quello di Napoli. Ma povero Silvio Berlusconi, che il garantismo lo conosceva a memoria da quando ne aveva visto i sacrosanti vantaggi. Siamo davvero condannati, in quest’epoca di navigatori nel nulla, a rimpiangere ciò che un tempo ci sembrava inaccettabile?

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