Da oltre quattrocento giorni consecutivi, migliaia di cittadine e cittadini georgiani manifestano davanti al Parlamento di Tbilisi, chiedendo nuove elezioni, la liberazione dei prigionieri politici e il rispetto del percorso europeo del Paese. A queste rivendicazioni si è aggiunta, nelle ultime settimane, una protesta sempre più ampia contro la riforma dell’istruzione approvata dal Parlamento, a guida Sogno Georgiano, una riforma che molti osservatori considerano parte integrante di un più generale arretramento democratico.
La riforma dell’istruzione generale e universitaria, approvata con procedure accelerate e senza un reale coinvolgimento della comunità accademica, ridisegna profondamente il sistema educativo georgiano. I punti su cui soffermarci, che segnano un arretramento democratico di uno dei presidi della formazione dell’essere umano, sono: libri di testo unici approvati dallo Stato, l’ampliamento del controllo governativo sulle università statali e la possibilità per il governo di sospendere organi eletti, nominare rettori e amministratori ad interim e decidere quali corsi di studio possano sopravvivere; il tutto configura una compressione drastica dell’autonomia accademica.
Le università, da spazi di produzione del pensiero critico, rischiano di diventare strumenti di pianificazione statale. Non a caso, studenti e docenti hanno protestato davanti a diversi atenei, denunciando il pericolo di epurazioni politiche e la marginalizzazione del dissenso.
In questi giorni si è svolta anche una protesta davanti all’Università Tecnica Georgiana. Docenti e studenti hanno manifestato contro la fusione tra l’Università Statale di Tbilisi e l’Università Tecnica. I partecipanti hanno portato cartelli con slogan di protesta nel luogo della manifestazione: «Abbiamo bisogno del vostro sostegno. Insieme possiamo fare di più. Insieme continueremo la storia dell’Università Tecnica. Il ministro, di fatto, ci ha chiuso l’università», hanno dichiarato studenti e docenti.
Il governo ha promosso un pacchetto di leggi repressive che mira a criminalizzare attività politiche e civiche considerate «ostili», in particolare quelle che coinvolgono fondi provenienti dall’estero. Secondo le proposte avanzate da esponenti di Sogno Georgiano, il lobbying politico svolto fuori dai confini nazionali e finanziato con risorse straniere potrebbe comportare pene fino a sei anni di carcere.
La definizione di «finalità politica» verrebbe ampliata fino a includere associazioni, movimenti e individui non partitici, sottoponendoli agli stessi vincoli dei partiti politici: divieto di finanziamenti esteri, restrizioni sulle donazioni, obblighi di rendicontazione. L’obiettivo è isolare la società civile e vanno prese molto seriamente le parole dell’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Georgia, e rappresentante OSCE, Ian Kelly: «Non è diverso dall’URSS, quando tutte le sovvenzioni straniere dovevano passare attraverso il governo centrale. Accettare borse di studio come Fulbright o Erasmus era un reato penale. Allora era tirannia, e lo è anche oggi».
Le manifestazioni pacifiche sono diventate un altro fronte di scontro. Ma le proteste continuano, sostenute da studenti, docenti, attivisti e una parte crescente della società. La dimensione di quanto sta accadendo in Georgia non è più solo nazionale. Il 31 gennaio, a Milano, si è tenuta una conferenza stampa internazionale dedicata alle gravi accuse di utilizzo di agenti chimici proibiti contro manifestanti pacifici durante le proteste a Tbilisi. Al centro dell’incontro, la proiezione di un documentario investigativo della BBC, accompagnata da testimonianze dirette, analisi mediche e ricostruzioni giornalistiche.
Ex funzionari dei servizi di sicurezza georgiani, medici, giornalisti e attivisti hanno fornito elementi utili a comprendere le catene decisionali, i mezzi impiegati nel controllo dell’ordine pubblico e le conseguenze sanitarie riportate da alcuni manifestanti. Nel corso della conferenza è stata ribadita la richiesta di un’indagine internazionale indipendente, alla luce della gravità delle accuse e dell’assenza di meccanismi interni credibili e imparziali.
La riforma dell’istruzione, la criminalizzazione dei fondi esteri e la repressione delle proteste non sono episodi isolati, ma tasselli di una stessa traiettoria. Riguardano la qualità della democrazia, la libertà di pensiero e di organizzazione, il rapporto tra Stato e società. Per questo la vicenda georgiana interpella direttamente l’Europa: ignorarla significa accettare che, ai suoi confini, vengano erosi principi fondamentali su cui si fonda l’idea stessa di integrazione europea.