Un’offerta che non può rifiutareGiorgia Meloni, e la testarda fede trumpiana che può costarle carissima

La presa di distanze da Merz e dai valori europei, la maldestra adesione al Board of peace: scelte che a ridosso del voto per il referendum e con Donald Trump sempre più inviso agli italiani risultano incomprensibili, a meno che...

LaPresse

È impossibile che la premier non si renda conto di quanto la politica dal volto disumano del boss della Casa Bianca sia invisa agli italiani. Ma allora perché questa professione di fede trumpista così esibita, a poco più di un mese da un referendum che peraltro la vede in difficoltà?

Le ultime scelte della presidente del Consiglio possono essere carburante per il No. Perché si è capito che il 22 e 23 marzo vale tutto. E dunque non è facile comprendere perché Giorgia Meloni abbia repentinamente virato verso Donald Trump, tra l’altro proprio nel momento in cui questi è in palese difficoltà secondo tutte le rilevazioni. Eppure Meloni non ha esitato a prendere le distanze da Friedrich Merz che a Monaco aveva tracciato un solco definitivo tra la politica Maga e gli interessi e i valori europei, optando ovviamente per questi secondi.

No a Merz dopo pochissimi giorni da quel «motore italo-tedesco» che dunque è finito in una barzelletta. E poi l’altra fuga in avanti, davvero incredibile, dell’adesione dell’Italia «come osservatrice» nella banda del Board for peace. Una volta tanto l’opposizione si mostra compatta nel fuoco di sbarramento, come si vedrà oggi in Parlamento dove Antonio Tajani sarà costretto a fare le capriole per giustificare una scelta che non piace nemmeno al Quirinale. Ma allora perché la teorizzatrice del “ponte” tra Europa e Stati Uniti ha bombardato i piloni di quel ponte? E perché lo ha fatto con tanta rapidità, proprio lei che sembrava acconciarsi a una tattica più diluita, meno fragorosa, meno divisiva?

Cosa c’è sotto questo precipitoso rinnovato omaggio al capo dell’Ice? Non può trattarsi solo della fedeltà ideologica all’amico americano. Augusto Minzolini ha spiegato che la presidente del Consiglio non si vuole fare scavalcare a destra dal nuovo competitor Roberto Vannacci, ma sarebbe indecoroso se la premier volesse giocarsi la dignità nazionale (proprio lei!) per non perdere quattro voti. Oltretutto, il generale non la sfida sul terreno della sintonia con Washington ma su quello del sovranismo, e semmai del putinismo. Dunque, più Giorgia si annega nella risacca Maga più lui può fare la parte del nazionalista puro.

Soprattutto Meloni non considera che questa nuova verniciata di trumpismo, e torniamo al discorso iniziale, possa costarle ben più di quattro voti al referendum dove ormai è chiaro che entra di tutto. In Italia il voto non è mai neutro, non è mai solo tecnico: è sempre un giudizio complessivo, un plebiscito mascherato. Non siamo in Svizzera.

Qui ogni urna è un termometro del consenso, ogni scheda un messaggio politico. No, qui ci deve essere qualcosa di più che non sappiamo fino in fondo. E che deve aver a che fare con l’inusitata ingerenza di Donald Trump nella politica europea: esplicita, come nella propaganda a favore di un Viktor Orbán in difficoltà alle elezioni ungheresi; e implicita, come si evince dai presunti finanziamenti americani alle fondazioni dei partiti della destra europea. Nei giorni scorsi Politico aveva citato Nazione Futura e la Fondazione Machiavelli come soggetti che gli americani avrebbero finanziato. I responsabili delle due Fondazioni hanno smentito, ma lo scorso 6 febbraio il Financial Times ha scritto di una missione europea della sottosegretaria di Stato per la diplomazia pubblica Sarah Rogers, con tappe a Roma e Milano proprio allo scopo di aiutare le realtà europee vicine al mondo Maga.

Forse Giorgia Meloni ha paura di perdere gli appoggi del mondo trumpiano in un momento per lei delicato. Forse esiste qualche cosa di più profondo, qualche liaison che non si vede. Forse da Mar-a-Lago le hanno chiesto un nuovo atto di fede. Che lei ha puntualmente onorato. Ma che potrebbe costarle caro, nelle urne referendarie. Potrebbe essere un prezzo da pagare in cambio di un sostegno come quello di Washington che lei non può rifiutare.

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