Giochi smemoratiQuel casco vietato non umilia solo l’Ucraina, ma anche lo spirito olimpico

Lo skeletonista Heraskevych squalificato a Milano-Cortina per non aver voluto rinunciare al ricordo degli atleti uccisi nell'invasione russa: il Cio ha fatto prevalere i regolamenti, ma non si dovrebbe chiedere a un atleta di scegliere tra i propri martiri e la possibilità di gareggiare

Vladyslav Heraskevych con il casco che ricorda gli atleti ucraini uccisi / AP

Disturbante non è l’immagine di un atleta che gareggia con i volti dei compagni caduti impressi sul casco. Disturbante è il contrario: che qualcuno, in nome del regolamento, gli chieda di cancellarli.

Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino e portabandiera della sua nazionale, si è presentato sulla pista di Milano-Cortina 2026 con nove volti stampati addosso: giovani sportivi ucraini uccisi dalla guerra. Tra loro anche l’oro olimpico Oleksandr Abramenko. La Federazione internazionale di bob e skeleton gli ha intimato di rimuoverli. Lui ha rifiutato. Squalifica. Accredito revocato. Fine della gara. Un gesto che non umilia solo un atleta, ma interroga — e incrina — l’intero edificio simbolico olimpico.

I Giochi nascono per unire i popoli, sospendere i conflitti, celebrare l’eccellenza umana oltre la politica. Pierre de Coubertin immaginava un’arena sottratta alla storia, un tempio laico della tregua. Ma la neutralità, quando viene applicata in modo asimmetrico, smette di essere un valore e diventa un rifugio.

Perché qui non si tratta di propaganda. Non slogan, non bandiere, non rivendicazioni territoriali. Solo nomi. Volti. Ragazzi che avevano la stessa ossessione per la prestazione, lo stesso rapporto fisico con il ghiaccio, prima che la guerra li trasformasse in fotografie commemorative.

Il Comitato Olimpico Internazionale ha offerto compromessi: fascia nera al braccio, esposizione del casco dopo la gara, zona mista. Soluzioni amministrativamente ineccepibili. Moralmente irrilevanti. Burocrazia del lutto. Protocolli del dolore. Modulistica della memoria.

Esiste un crinale sottile tra memoria e strumentalizzazione. Ma esiste anche un’ipocrisia più ampia: pretendere neutralità quando la guerra non è neutrale. Quando un Paese viene invaso. Quando gli atleti muoiono al fronte o sotto le macerie. Quando allenarsi diventa impossibile non per una squalifica, ma per un bombardamento.

La politica non è un’intrusione nello sport. È la condizione materiale che permette — o impedisce — di praticarlo. La differenza tra salire su una pista e imbracciare un fucile.

Heraskevych ha fatto notare che altri atleti hanno espresso posizioni politiche senza subire identiche conseguenze. È qui che il regolamento mostra la sua elasticità geopolitica: non cosa vieta, ma chi colpisce. Alcuni dolori sono più tollerabili di altri. Alcuni morti più ingombranti. Alcune memorie meno televisive.

Non è la prima volta che l’Olimpiade punisce la memoria.

1968, Città del Messico: Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno nero. Squalificati, espulsi, demonizzati. Oggi icone.

1972, Monaco: Vince Matthews e Wayne Collett protestano contro il razzismo durante l’inno. Espulsi.

La neutralità olimpica, storicamente, non è mai neutrale: difende l’ordine esistente, non chi lo contesta. Protegge la liturgia dell’evento, non la frattura del reale. Il prezzo della dignità. «Questo è il prezzo della nostra dignità», ha scritto Heraskevych. Una frase che pesa più di qualsiasi medaglia. Perché costringe a scegliere quale dignità si stia difendendo: quella delle regole o quella della memoria. Quella dell’evento perfetto o quella dell’essere umano imperfetto che ricorda.

Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha parlato di «momento di vergogna» per il Cio. Accusa dura, forse diplomáticamente eccessiva, ma simbolicamente centrata: quando i caduti diventano un problema di dress code, qualcosa si è spezzato.

Lo sport dovrebbe essere spazio di tregua, non di rimozione. Sospensione del conflitto, non cancellazione della storia. Caricare un atleta del peso simbolico dei martiri altera la competizione: sposta il baricentro dalla prestazione alla colpa, dal merito al contesto, dalla gara al giudizio morale.

È un rischio reale. Se ogni tragedia diventa criterio di legittimazione sportiva, nessuna nazione potrà dirsi innocente. Tutte hanno morti, guerre, ombre. Ma questo ragionamento teorico si infrange contro una realtà brutale: i missili non rispettano la Carta Olimpica. La simmetria dei regolamenti crolla davanti all’asimmetria della guerra.

I martiri per la libertà non dovrebbero mai diventare un ostacolo alla gara. Ma quando accade, quando la loro memoria viene classificata come violazione regolamentare, la domanda smette di essere sportiva. Diventa civile.

I martiri meritano memoria viva, non utilizzo tattico. Ma meritano anche di non essere rimossi per non disturbare lo spettacolo globale. Perché lo sport può chiedere tregua, non amnesia. Non può pretendere che un atleta si spogli della propria storia insieme alla tuta civile.

Heraskevych ha fatto ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport. Petizioni da centomila firme invocano giustizia. Potrà vincere o perdere sul piano legale. Ma sul piano simbolico la partita è già chiusa. Ha dimostrato che esistono cose più pesanti di una medaglia: la fedeltà a chi non può più correre, a chi non può più allenarsi, a chi è diventato un volto stampato su un casco giudicato troppo ingombrante per una pista di ghiaccio.

Le future generazioni guarderanno a questa vicenda con stupore retrospettivo, lo stesso riservato oggi alle squalifiche del ’68. Si chiederanno come sia stato possibile punire il ricordo dei morti in nome della neutralità. E forse capiranno che la neutralità, quando diventa ossessione regolamentare, non protegge lo sport: protegge chi scrive le regole.

La domanda finale allora non è se sia giusto ricordare i martiri in gara. È un’altra. Li tradiamo trasformandoli in ostacoli alla competizione — o li tradiamo quando chiediamo a chi sopravvive di dimenticarli per poter competere? Perché tra memoria e regolamento, il vero scandalo non è scegliere. È fingere che la scelta non esista.

X