
Esiste un’espressione ucraina che offre una metafora sorprendentemente calzante per descrivere gli ultimi due decenni della politica europea verso la Russia: «наступати на ті самі граблі знову і знову». Letteralmente significa «pestare lo stesso rastrello»: il manico scatta verso l’alto e ti colpisce in piena fronte. È il tipo di errore che nessun attore razionale dovrebbe commettere due volte. Eppure i leader europei ci sono ricascati ancora e ancora, знову і знову, rifiutandosi di imparare la lezione: la Russia non cerca cooperazione. Preferisce un’Europa debole e guarda con disprezzo alla nostra tradizione democratica. Punta a dividere per conquistare. Per Mosca, la guerra è produzione di senso.
La nostra paura collettiva di provocare Putin ha finito regolarmente per generare proprio quell’escalation che si voleva scongiurare. Il numero di campanelli d’allarme che l’Europa ha ignorato è troppo imbarazzante per essere elencato. Ma concedetemi un momento di ostinato euro-ottimismo: può darsi che la Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2026 abbia segnato il punto in cui il Vecchio Continente ha finalmente affrontato la realtà che per decenni aveva eluso.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha parlato di “gestire” la Russia, bensì di rafforzare la capacità dell’Europa di dissuaderla. Volodymyr Zelensky ha ricordato al pubblico che l’Ucraina non è un peso, ma un fornitore di sicurezza per l’Europa, se non addirittura il suo garante ultimo. Gli analisti hanno osservato che la conferenza di quest’anno è sembrata meno un rituale di auto-rassicurazione ripetitiva e più una resa dei conti: il riconoscimento che la guerra della Russia non finirà finché l’Europa non riacquisterà la propria capacità di agire.
Monaco è sembrata diversa perché l’Europa ha finalmente abbandonato la pericolosa illusione di aver superato la guerra. La relativa tranquillità e prosperità degli ultimi ottant’anni sono state garantite dalla forza di una deterrenza credibile, nota anche come NATO. Come hanno affermato i capi militari di Gran Bretagna e Germania: «Il riarmo non è bellicismo; è l’azione responsabile di nazioni determinate a proteggere i propri cittadini e a preservare la pace».
Vorrei credere che la Zeitenwende sia finalmente arrivata. Sono passati dodici anni se partiamo dalla prima invasione russa dell’Ucraina nel 2014, o anche di più se risaliamo ai carri armati russi che attraversavano il confine sovrano della Georgia nel 2008.
Ma ora concedetemi un momento di logoro euro-pessimismo, mentre apro il Berliner Zeitung e leggo un articolo firmato da un ex cancelliere tedesco. Gerhard Schröder, che sembra determinato a difendere errori clamorosamente disastrosi, non è di per sé il problema. La sua posizione è irrilevante quanto lui ha torto. Il problema è che le idee sostenute dall’ex membro del consiglio di amministrazione di Gazprom sono fin troppo seducenti, persino per chi è ben informato. Offrono un conforto illusorio in un momento in cui ciò che viene richiesto sono sangue, fatica e lacrime.
Schröder sostiene che l’energia russa a basso costo abbia un effetto stabilizzante, che criticare la condotta criminale della Russia equivalga a “demonizzarla” e che il riarmo europeo alimenti l’escalation. Ognuna di queste affermazioni travisa sfacciatamente la realtà della guerra del Cremlino. Se non vengono contestate, rischiano di soffocare la fragile lucidità emersa a Monaco e di trascinare l’Europa di nuovo nell’abitudine di camminare nel sonno verso una guerra russa sempre più estesa.
La responsabilità storica della Germania non consiste nel giustificare la violenza imperiale di Mosca, ma nello smascherare le false giustificazioni. Nel 1942 Joseph Goebbels si rivolse a una folla a Berlino sotto un enorme striscione con la scritta: «Non dimenticate mai che l’Inghilterra ci ha imposto la guerra». In un’inquietante eco di quella logica, Putin attribuisce alla NATO la responsabilità della guerra criminale scelta dalla Russia.
Mosca riformula violenze efferate come se fossero torti subiti, giustifica una conquista palese come ricerca di sicurezza e pretende che le atrocità vengano liquidate come aspetti marginali. L’Europa aveva già visto questo film. E non era finito bene.
La Germania non starebbe meglio con «forniture affidabili e stabili di combustibile a basso costo dalla Russia». Proprio quel meccanismo ha finanziato il riarmo dell’aggressore, ha premiato la coercizione e ha generato dipendenza politica. I gasdotti sostenuti da Schröder e, in seguito, da Merkel hanno consegnato a Mosca una leva sull’Europa. Privilegiando il gas siberiano a buon mercato rispetto al diritto dell’Ucraina a non essere invasa, la Germania ha inviato al Cremlino il segnale che l’aggressione non avrebbe comportato costi reali.
Il principale esperto energetico ucraino, Mykhailo Gonchar, nel marzo 2022 ha posto la domanda giusta: l’ipocrisia del Nord Stream ha contribuito a innescare la guerra della Russia? I fatti lasciano pochi dubbi. L’interdipendenza economica non ha frenato il revanscismo imperiale di Mosca. La promessa dell’Ostpolitik di un «cambiamento attraverso il commercio» lo ha rafforzato.
Mosca aveva annunciato le proprie intenzioni in modo inequivocabile in Cecenia, Georgia, Siria e Crimea. Ogni volta la risposta è stata dialogo senza conseguenze. Molte «profonde preoccupazioni», ma mai «colpi profondi». Un approccio che poteva sembrare prudente, finché il 24 febbraio 2022 non ha dimostrato che non lo era.
La Russia non è diventata il Paese più esteso al mondo, distribuito su undici fusi orari, grazie alla forza dei propri ideali, ma attraverso secoli di conquiste: dalla Moscovia che sottometteva la Siberia, il Caucaso e l’Estremo Oriente fino al tentativo odierno di inghiottire l’Ucraina.
Invitando la Germania a riaccendere la cooperazione con Mosca, Schröder afferma che la Russia «non è un Paese barbaro, è un Paese di grande cultura». È un gioco di prestigio cinico. Šostakovič non è sotto processo. Sotto accusa è il quadro morale che oggi governa la società russa: ciò che consente, ciò che celebra, ciò che si rifiuta di affrontare. E, purtroppo, un Paese di oltre cento milioni di abitanti tollera l’atrocità sistematica come politica di Stato.
La Russia non dovrebbe essere «demonizzata», insiste l’ex cancelliere. Anche volendo, non sarebbe possibile. Il termine non basta a rendere l’orrore del “mondo russo”, la dottrina del Cremlino che rivendica un diritto civilizzatore a dominare ex colonie le cui popolazioni sono state forzatamente russificate. Semmai, l’accusa di «demonizzazione» finisce per attenuare la portata e la crudeltà dei crimini commessi ogni giorno. Il problema non è l’esagerazione, ma l’ignoranza — o, peggio ancora, l’indifferenza. In gran parte dell’Europa, la consapevolezza della brutalità russa resta allarmantemente superficiale.
Quando l’Ucraina ha liberato parte dei propri territori durante una controffensiva, i funzionari hanno scoperto una camera di tortura in cui venivano detenuti bambini: ricevevano acqua e cibo in quantità minima, veniva loro detto che i genitori li avevano abbandonati ed erano costretti a ripulire il sangue dalle stanze accanto, dove gli adulti venivano torturati.
Un’indagine delle Nazioni Unite ha rilevato che il 95 per cento dei prigionieri di guerra ucraini dichiara di aver subito torture. Non si tratta di un soldato fuori controllo che agisce da solo, ma di una politica sistematica. Mentre Schröder lavorava al suo articolo, gli invasori russi proseguivano il loro safari umano a Cherson, dando la caccia ai civili con droni killer.
Deportazioni di massa di bambini ucraini, adozioni forzate, cancellazione legalizzata dell’identità, stupri e torture compongono un modello persistente, alimentato da una propaganda che descrive gli ucraini come subumani e da una mitologia perversa che sacralizza la conquista. Al centro vi è un’ideologia coloniale che considera l’esistenza delle nazioni vicine un errore storico.
Mosca è fatalmente tentata da ciò che percepisce come segnali di debolezza. Mentre molti in Europa preferirebbero non farsi carico del peso emotivo di questa guerra, i genitori ucraini stanno seppellendo i propri figli. Assecondare il revanscismo russo non onora la storia europea; tradisce la saggezza conquistata a caro prezzo nel confronto con il proprio passato imperiale.
Una recente analisi della Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha osservato che l’Europa si trova ora davanti a una scelta tra nostalgia e responsabilità: tra aggrapparsi a un mondo che non esiste più e definire i termini di quello che sta emergendo. Si tratta di riconoscere che la sicurezza dell’Europa non può essere acquistata a prezzo di saldo. Il rastrello sarà sempre lì. La domanda è se l’Europa continuerà a pestarci sopra, o se questa volta, finalmente, imparerà.
Articolo precedentemente uscito in inglese su Byline Supplement