A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, la domanda non è più se sostenere Kyiv, ma come farlo e con quali strumenti. L’Unione europea dispone di leve economiche, finanziarie e politiche che finora ha utilizzato in modo non sempre coordinato: il passaggio decisivo è trasformarle in una strategia di sicurezza coerente, capace di sostenere la resistenza ucraina e di rafforzare la postura geopolitica europea.
«Le sanzioni hanno dimostrato di incidere sull’economia russa, come mostrano i dati portati dall’Alto Rappresentante Kaja Kallas. Sono favorevole all’uso degli interessi dei beni russi congelati in Europa, non averlo fatto finora è stato un grave errore politico; il governo Meloni ha sbagliato a opporsi», ha detto l’eurodeputato Brando Benifei, del Partito democratico (che al Parlamento europeo è nel gruppo S&D). Benifei è intervenuto durante il panel “L’evoluzione del concetto di difesa”, dell’evento organizzato da Linkiesta insieme all’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, alla Rappresentanza della Commissione europea e al Congresso nazionale delle associazioni ucraine in Italia in occasione del quarto anniversario della guerra in Ucraina.
L’eurodeputato del Pd è tornato di recente da una visita istituzionale negli Stati Uniti, da cui ha ricavato interessanti osservazioni sulla politica estera dell’amministrazione Trump: «Per loro, la volontà di dialogare con una figura come Putin, uomo forte con un grande piglio e pugno duro sul suo Paese, è una motivazione di politica interna, cioè l’intenzione di lavorare con gli uomini forti del mondo. Quindi ci sono sicuramente un mix di ragioni sull’atteggiamento degli Stati Uniti in questa fase. Ma l’Europa ha sbagliato anche ad attendere un piano di Trump, che poi si è notato che era tradotto dal russo. Invece l’Europa avrebbe potuto prendere l’iniziativa e proporre un piano europeo, più vicino agli interessi e alle richieste dell’Ucraina. Questa è una mancanza dal lato europeo. Credo che uno sforzo politico di fare noi una proposta, anziché fare le correzioni a margine del piano trumpiano, sarebbe stato significativo».
Al tavolo è intervenuto anche Pasquale Tridico, europarlamentare del Movimento 5 stelle (The Left), che ha rivendicato il sostegno iniziale all’Ucraina ma ha messo in discussione la prosecuzione dell’invio di armi: «Il dibattito di oggi è fondamentale. C’è da dire che la prima fase della guerra di aggressione della Russia è stata fermata dal coraggio degli ucraini e da un movimento che il M5s ha inizialmente sostenuto, e cioè che un Paese aggredito va aiutato. Poi abbiamo iniziato a chiedere un cambio di passo perché continuare a mandare armi significa continuare a far morire gli ucraini. Non è questa la via più veloce per la pace», ha detto Tridico. Una posizione che si è scontrata con quanto ribadito da più parti nel corso della giornata, anche dagli ospiti ucraini intervenuti, secondo cui la resistenza è resa possibile proprio dal sostegno militare occidentale.
Di segno opposto è stato l’intervento di Salvatore De Meo (EPP-FI), che ha collocato il sostegno a Kiev dentro un quadro più ampio di deterrenza europea: «La posizione del Partito popolare europeo e di Forza Italia è chiara fin dall’inizio: abbiamo fermamente condannato quest’aggressione ingiusta e ingiustificata. Vorremmo che ci fosse un percorso che consentisse all’Ucraina di entrare nell’Unione europea perché gli ucraini condividono i nostri valori e li sostengono nella loro resistenza. Continueremo a esprimere vicinanza istituzionale ma anche e soprattutto operativa, declinata in tutti i modi possibili. Bisogna creare un sistema di deterrenza che permette all’Ucraina di difendersi. Dobbiamo contenere la Russia imperialista: oggi è l’Ucraina a difendersi; in futuro potremo essere noi», ha detto De Meo.
Sulla stessa linea c’è anche l’intervento di Giorgio Gori (S&D-PD): «Oggi il Parlamento europeo ha dato dimostrazione, in ogni intervento sentito, di quale sia il nostro posizionamento, ed è accanto all’Ucraina fintanto che avrà bisogno di sostegno per la sua resistenza iniziata quattro anni fa. I fatti dimostrano che tutti coloro che preferivano arrendersi subito e darla vinta a Putin hanno avuto torto. A maggior ragione per il fatto che oggi la Russia è in difficoltà sul campo e sul piano economico. Riteniamo quindi di dover essere al fianco degli ucraini con tutti gli strumenti necessari. E questa è una consapevolezza che l’Europa ha già maturato, anche perché si tratta di un pezzo di una strategia di sicurezza europea più ampia», ha detto Gori.
Il confronto si è poi allargato al tema della difesa comune. Tridico ha sostenuto, con il solito intervento fuori luogo e fuori fuoco, che «l’Europa non è coordinata sulla difesa e sulla sicurezza, procediamo in ordine sparso anche sugli acquisti. C’è un atteggiamento discorde all’interno della stessa Unione: noi abbiamo dato i più importanti ruoli dell’Unione europea a piccoli Stati del Baltico. Questa configurazione rappresenta lo spostamento di un’idea europea e europeista che guarda all’Atlantico e al Mediterraneo a un’Europa che ha come avversario l’oriente».
Per Gori invece c’è la necessità di un salto culturale e politico dell’Unione europea, che al momento sconta il fatto che gli Stati membri abbiano tenuto per sé i dossier più importanti, a partire dalla difesa: «Bisogna far comprendere alle opinioni pubbliche europee che il tema della sicurezza non è meno importante di altre priorità che per decenni hanno impegnato il nostro bilancio. Finora abbiamo potuto disinvestire nella difesa perché qualcun altro pagava per noi, cioè gli Stati Uniti. Oggi non è più possibile. Ci vorrà tempo ma abbiamo costruito basi importanti», ha detto Gori.
De Meo ha aggiunto: «L’attualità di oggi ci impone di avere un’architettura di difesa e di politica estera comune. La guerra in Ucraina è stata un appuntamento al quale nessuno si aspettava di dover arrivare. Non sono tra quelli che continua a puntare il dito contro la presidenza americana, ma dobbiamo prima di tutto riconoscere i nostri errori. Se oggi c’è un sentimento di distanza e disaffezione verso l’Europa dobbiamo prima di tutto prenderne atto», ha detto De Meo.
A chiudere il panel, Nicola Procaccini (ECR-FdI) ha sintetizzato il significato politico di questi quattro anni: «In questi quattro anni abbiamo compreso quanto pace e sicurezza non possano essere date per scontate. In Europa i confini non si cambiano con i carri armati e la forza non può sostituire il diritto. L’Europa deve essere all’altezza del suo ruolo», ha detto Nicola Procaccini.
Quattro anni dopo l’invasione russa, il punto non è più soltanto sostenere un Paese aggredito. È decidere se l’Europa vuole essere un attore geopolitico capace di difendere i propri principi o un continente che delega ad altri la propria sicurezza. La risposta, ormai, non riguarda solo Kyjiv.