
Nell’eterna altalena del suo umore, questi di Giorgia Meloni sono di nuovo i giorni dell’ira. All’estero si rilassa di più, quando sta un po’ di giorni a Roma prima o poi perde le staffe, non rendendosi conto che comunicare agli italiani questo continuo nervosismo non le conviene. Ma è più forte di lei.
In pochi giorni la premier si è imbizzarrita sugli incidenti dei cosiddetti insurrezionalisti chiedendo con una smarronata istituzionale l’imputazione di omicidio volontario; poi sugli attentati in occasione delle Olimpiadi invernali (che sarebbero «contro l’Italia», un linguaggio da anni Venti); quindi sulla miserevole polemica del comico Andrea Pucci e Sanremo di cui è responsabile – e come ti sbagli? – la sinistra. E infine nella conversazione con il Corriere della Sera ha elevato altri lài sul fatto che nessuno la difende quando si fanno battute sessiste su di lei tipo «noi staremo vicino all’Ucraina a trecentosessanta gradi ma ne bastano novanta»: in quei casi la sinistra (e daje!) non critica nessuno perché usa il «doppiopesismo».
Polemiche nervose. E toni, come si vede, sempre altissimi, fuori misura. Senza contare il refrain intonato da settimane contro i magistrati che a suo dire non applicano le leggi e dunque «non remano nella stessa direzione» del governo (qui si avverte l’eco della vecchia litania berlusconiana): più che una polemica contingente, sembra diventare l’architrave retorica della campagna per il Sì al referendum.
È qui che il nervo scoperto si fa strategia comunicativa: trasformare il conflitto istituzionale in collante elettorale. La non nuova ma ugualmente impressionante ondata di nervosismo probabilmente ha a che fare con gli inediti problemi della maggioranza, cioè la nuova fase della crisi della Lega e la minaccia vannacciana. Già se ne vede l’effetto della scesa in campo. I tre deputati seguaci di Vannacci, Emanuele Pozzolo, Rossano Sasso e Edoardo Ziello, avevano presentato un emendamento soppressivo al decreto Ucraina per contrastare l’invio di armi, e la premier, visto il rischio di possibili defezioni, probabilmente metterà la fiducia facendo decadere anche gli emendamenti di quei bravi ragazzi di Avs e M5S, anche loro contrari al sostegno militare all’Ucraina: e nasce così l’asse rosso-nero.
Ma il problema vero è l’avvicinarsi proprio di quel referendum che per lei avrebbe dovuto essere se non un plebiscito quantomeno un eccellente balsamo per la maggioranza. Invece le cose si stanno mettendo male.
Non solo e non tanto per quei sondaggi che indicano che la partita è del tutto incerta ma perché giorno dopo giorno emerge nel mondo politico e piano piano nel Paese che il referendum sarà un voto politico. Nessuno si aspetta conseguenze clamorose se dovesse prevalere il No («Non si dimetterà mai», ha detto Matteo Renzi che pure, mesi fa aveva teorizzato che in caso di sconfitta il governo dovrebbe andare a casa).
E neppure Elly Schlein, che pure vuole giocarsi la partita sino in fondo auspicando un colpaccio. Se vince il No «certo avranno qualche problema al loro interno», ha detto la segretaria del Pd al Messaggero Veneto: di quale problema possa trattarsi, Schlein non specifica. Le basta mettere la pulce nell’orecchio.
È una partita di nervi prima ancora che di numeri. E in questo gioco la premier parte con un handicap evidente: l’irritabilità come cifra. Perché se la leadership si misura anche nella capacità di assorbire i colpi, l’impressione è che oggi Meloni li senta tutti, uno per uno. E non è un buon segno.