
Giorgia Meloni sente crescere «un clima di odio ideologico che attraversa diverse nazioni, è una ferita per l’intera Europa», come ha detto commentando il barbaro assassinio di Quentin Deranque, il militante di destra ucciso a Lione la scorsa settimana da una squadraccia di estremisti di sinistra, alcuni dei quali direttamente legati a France Insoumise.
Assente sulle violenze barbariche di Minneapolis, la presidente del Consiglio riconnette, dunque, il delitto di Lione a una corrente di odio che «attraversa diverse Nazioni». Se il fenomeno riguardi anche l’Italia, Meloni non dice ma è probabile che pensi alle recenti violenze di Torino. Facendo, cioè, del fatto lionese la metafora di uno scontro europeo.
È il riflesso di una tensione che lei sente personalmente, peraltro in una fase molto calda dello scontro politico interno, ancorché pacifico.
In questo panorama nervoso e instabile, Meloni gioca la sua partita. Trasforma Lione in simbolo, inserisce la Francia nel racconto di un’Europa attraversata da una guerra ideologica, si accredita come sentinella di un ordine minacciato. È una strategia che parla alla sua base e sfida i suoi avversari. Ma è anche una scommessa: perché quando la politica europea diventa teatro di conflitto permanente i rischi possono essere tanti. Ed è anche un modo per segnalare la sua solidarietà alla destra francese, come fatto sei mesi fa nei confronti di quella americana dopo l’assassinio di Charlie Kirk.
Ma il confine tra solidarietà e strumentalizzazione può essere labile. Infatti, l’esternazione meloniana ha molto irritato Emmanuel Macron. I leader di Francia e Italia non si sopportano, ed è noto, e il presidente francese non le ha mandate a dire: «Resto sempre colpito nel vedere persone che sono nazionaliste, che non vogliono essere disturbate a casa loro» ma che «sono sempre i primi a commentare quello che succede a casa degli altri».
Forse un commento sopra le righe, date le circostanze. Ma è chiaro il contesto. La presidente del Consiglio sconta ormai il fatto di essere “la trumpiana d’Europa” – tra l’altro proprio ieri a nome del governo Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, era dal tycoon a “osservare” il tragicomico atto di nascita del famigerato Board of Peace – e dunque, oggettivamente, l’avversaria numero uno di Macron.
Meloni deve scontare questa ostilità manifestata in modo ruvido dal presidente francese ma condivisa da tutta l’Europa (Viktor Orbán escluso), essendosi andata a cacciare in un inedito isolamento europeo nel segno della devozione all’uomo di Washington.
Certo, il nervosismo dell’inquilino dell’Eliseo ha una spiegazione di politica interna abbastanza ovvia. Con l’omicidio di Quentin Deranque a opera di personaggi dell’entourage di Raphaël Arnault, deputato di France Insoumise, il partito di estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, si è aperta in Francia una fase diversa. La destra ha parlato di un “cordone sanitario” anti Mélenchon e dall’altra parte, come ha detto l’ex presidente François Hollande, si sono completamente rotti i rapporti tra i socialisti e France Insoumise. Vedremo cosa succederà alle municipali di fine marzo, se cioè il partito di Mélenchon verrà punito dagli elettori e di converso farà crescere i socialisti e addirittura salvare i macroniani da una disfatta annunciata.
France Insoumise è ormai agli occhi di tutti un partito come minimo ambiguo sul tema della violenza e dunque del tutto inaffidabile. Ora forse anche i mélenchoniani alle vongole di casa nostra potranno capire meglio perché Macron fece di tutto per escluderli dal governo. La possibilità che alle presidenziali dell’anno prossimo una alleanza democratica, senza dunque France Insoumise, sbarri la destra di Jordan Bardella è impervia ma pare obbligata. In definitiva, propaganda.
La questione è questa: se l’Europa sia ancora uno spazio comune o già un campo di battaglia simbolico dove ogni leader gioca la propria partita nazionale. Meloni ha scelto di muoversi su quel crinale. Macron le ricorda che il crinale è stretto. Il resto lo diranno gli elettori, in Francia e in Italia.