
Di solito va così: inizio a guardare una serie; è bruttissima; la finisco comunque. Perché le cose bruttissime sono un territorio intermedio tra due impegni: lavorare, e i consumi cui prestare attenzione. Se cerco una scusa per non lavorare (e io cerco sempre una scusa per non lavorare), non posso mettermi a guardare una cosa bella che sia anche nuova (ammesso ne esistano).
Se non ho voglia di lavorare – e io non ho mai voglia di lavorare – è assai più facile che riveda “The west wing” o “I Soprano”, di quanto lo sia che mi avventuri alla scoperta di roba nuova: la roba nuova mica puoi tenerla in sottofondo, alla roba nuova devi stare almeno un po’ attenta.
Con “Love Story” è andata al contrario. L’ho messa su convinta fosse orrenda. Aveva tutto per essere orrenda. È di Ryan Murphy, il più di successo tra coloro che fanno roba rigorosamente orrenda. È una serie coi sosia del Bagaglino: la storia di Carolyn Bessette e John John Kennedy. Lei interpretata da una che è sosia di Natascha McElhon invece che della Bessette; lui – il più figo mai passato per gli anni Novanta – interpretato da uno trasparente.
Ho guardato le prime tre puntate, quelle uscite la settimana scorsa. Ho detto: mica male. Ho detto: non lo vedrò mai più.
Il fatto è che “Love Story”, nelle sue prime tre puntate, non è la storia di Carolyn e John John. Cioè, sì che lo è, ma quella è di grandissima lunga la roba meno interessante, quelle parti si possono addirittura saltare.
Quel che conta è che c’è Jacqueline. C’è Jacqueline che non vuole che il figlio stia con Daryl Hannah, perché lui è così orrendamente famoso che una che è già famosa di suo si sentirà messa in ombra. C’è Jacqueline cui il figlio dice che ha incontrato una donna speciale, e lei chiede solo se l’abbia vista sui giornali. C’è Jacqueline che brucia lettere e che didascalizza parallelismi per il figlio ma soprattutto per il pubblico ottuso di questo povero secolo. C’è Jacqueline che muore.
E, morta Jacqueline (la interpreta Naomi Watts, ma dopo un po’ smetti di farci caso e di pensare a Ryan Murphy che lavora sempre con le stesse attrici), morta Jacqueline che incarna un trattato come non ne ho ancora letti su cos’era la fama, che cos’è la fama, che cos’è stata la fama, e come forse le cose non siano poi tanto peggiorate, morta Jacqueline nella terza puntata, io non ho alcun interesse a vedere le successive ore di quei due.
Di quei due che mi piacevano, certo, come a tutti. Avevo ventisei anni quando sono morti, come potevano non piacermi. Erano belli, erano eleganti, avevano più stile in un mignolo di quanto se ne veda in questo secolo in un’intera serata di gala fitta di star system.
Ma rivederli nei sosia del Bagaglino ti fa riconsiderare tutto il pacchetto. “Love story” è tratto da “Once upon a time: The captivating life of Carolyn Bessette-Kennedy”, biografia uscita due anni fa e che mi sono trattenuta dal comprare nonostante avesse una foto di copertina strepitosa.
Non l’ho quindi letta, e non so se la sopravvalutazione della vita professionale della Bessette venga dal libro o sia un’idea televisiva. Se sia un’idea che, se sei Ryan Murphy e hai un pubblico di ventenni che vogliono esultare «yay, girlboss», non puoi non applicare al santino di una la cui unica carriera nella realtà è stata: brevemente moglie d’uno nato famoso.
Qui è Carolyn che risolve con un guizzo da discola l’indecisione di Annette Bening sull’abito per una prima. Carolyn che pesca dalle foto delle modelle già scartate quella di Kate Moss ed è grazie al suo intuito se la campagna di Calvin Klein la fa Kate e non Cindy Crawford. Carolyn che trasforma un cameriere con cui va a letto in modello da gigantografie in Times Square.
Capisco che «perché sì» non è una spiegazione, quando devi rendere drammaturgia l’innamoramento di due persone, ma fare di Carolyn Bessette una che ha influito sulla storia della moda al di fuori di ciò che indossava, ecco, fa un po’ ridere.
Capisco che di due che sono morti bisogna dire che se fossero sopravvissuti per un numero congruo di anni avrebbero fatto grandi cose, ma magari non sarebbe così. Magari, se lui non fosse stato così pirla da voler pilotare un aereo avendo pure una gamba rotta, sarebbero sì vivi ma si sarebbero separati dopo tre quarti d’ora, e a quest’ora farebbero i concorrenti di reality o giù di lì.
Nella serie John parla con quello con cui parlava nella vita, il suo più caro amico nonché cugino, Anthony Radziwill (figlio della sorella di Jackie, Lee). Anthony morì sei settimane dopo John, di cancro (immagino che nelle successive puntate si vedrà). La vedova, Carole, ha poi partecipato a quel reality sulle altoborghesi intitolato “Real Housewives”, e ha pubblicato un romanzo che in Italia hanno caritatevolmente intitolato “Ritrovarsi a Manhattan”, ma che in originale era “Guida di una vedova al sesso”. Lee, diversamente da Jackie, non è morta abbastanza presto da risparmiarsi la morte del figlio e il declino del buon nome di famiglia.
Una delle cose alle quali è impossibile non pensare, osservando il ritratto di Jacqueline pittato da “Love story” (assai più interessante di quello, credo fosse il più recente, che ne aveva fatto Pablo Larraín in “Jackie”), è che John John Kennedy ha avuto, con la sua fama, vita assai più facile di quella della madre.
Sì, va bene, lo sbattono in prima pagina quando lo bocciano all’esame dell’ordine degli avvocati, e Daryl Hannah è un’esibizionista che quando gli muore la madre gli si mette di fianco così la vedono tutti, e i ricchi che non vogliono finanziare la sua rivista lo illudono per farsi vedere al ristorante con lui. È la triste vita d’un povero ragazzo nato famoso, e potremmo anche pensare «poverino», se non ci fosse lì Jacqueline come termine di paragone.
Se non ci fosse lì Jacqueline che ha raccolto i pezzi di cervello del marito dai sedili della decappottabile. Se non ci fosse lì Jacqueline che gli spiega che gli americani non potranno mai lasciarli in pace perché «pensano che abbiamo attraversato qualcosa insieme, che quello che è successo a Dallas sia successo a noi ma anche a loro». Se non ci fosse lì Jacqueline che torna dall’ospedale con le metastasi al cervello e deve fare la sua brava parata sorridente dalla macchina all’ingresso del palazzo, perché non è che i paparazzi discretamente si astengano, quando sei la donna più famosa del mondo.
La sleppa di fotografi che scattano Jackie terminale non so neanche se sia vera, non voglio cercare le foto sennò poi m’innervosisco, ma è la scena che mi ha fatto pensare per la prima volta che quel che ha provocato disastri – i telefoni con la telecamera – ha però avuto almeno un pregio: demolire l’industria del farsi i cazzi altrui. Certo, è stata rimpiazzata da un’industria di gente che pubblica autonomamente i cazzi propri, ma uno che vuol riprendersi in sala operatoria e lo fa è un disastro minore, per quell’uno, rispetto all’ipotesi di trovarsi i paparazzi nei corridoi dell’ospedale.
Però certo, se negli anni Novanta ci fossero stati i cellulari con la telecamera, magari John John se ne sarebbe acceso uno in faccia, e noi avremmo avuto un sex symbol in meno, perché, nell’ipotesi fosse il perfetto coglione che emerge da “Love Story”, nessuna fotogenia sarebbe bastata a preservarne il fascino.
Tra le altre cose, grazie a “Love Story” sto anche riconsiderando la mia teoria sui figli di qualcuno (teoria sintetizzabile in: inevitabilmente imbecilli). È sempre per merito di una cosa che a John spiega Jackie: anche tuo padre avrebbe voluto farcela solo col suo talento, e invece ha capitalizzato il proprio fascino e i soldi del padre.
La differenza – questo Jackie non lo dice, lo aggiungo io – è che il John Kennedy morto a Dallas era il figlio di uno al quale lo scarso istinto politico aveva impedito di realizzare le proprie ambizioni presidenziali; il John Kennedy che morirà trentasei anni dopo – pilotando un aereo che non sapeva pilotare – è il figlio del più leggendario presidente degli Stati Uniti, del quale è impossibile essere all’altezza.
JFK jr. non era solo il figlio del santino ammazzato che era ancora giovane e bello, ma anche della formidabile comunicatrice che aveva codificato la leggenda dicendo che certo, ci sarebbero stati altri bravi presidenti, ma non ci sarebbe mai più stata una Camelot: dall’essere figlio di due così esci senza frustrazioni solo se ti chiudi in monastero.
E lui invece si agitava nel mondo, e senz’aver deciso cosa fare da grande. Ci sembrava giovanissimo, e per morire lo era, ma avrebbe quattro mesi dopo compiuto trentanove anni. A trentanove anni suo padre era già stato deputato per sei anni e senatore per tre. Lui era famoso perché in bici si fermava i pantaloni con le mollette da bucato.
Sono tuttavia grata a queste tre puntate, che coprono i due anni da quando John incontra Carolyn a quando Jacqueline muore, perché includono il periodo in cui John inizia a voler fare George.
George, la rivista inventata da John John, esce per la prima volta un anno e mezzo dopo la morte di Jacqueline. Non so se davvero due anni prima, quando lei era ancora viva, il figlio stesse già cercando i finanziamenti – e con un progetto grafico così preciso: dubito – o se la forzatura temporale serva solo a darci la scena in cui lei, in un letto d’ospedale, gli chiede come gli venga in mente di voler lavorare per il settore che ha infelicitato la vita alla sua famiglia.
Chissà cosa direbbe Jacqueline, che bruciava le lettere perché non voleva venissero esposte in un museo dopo la sua morte, dell’evoluzione per cui l’umanità si espone da sola in musei fatti di pixel.
Sono grata a queste tre puntate per il pranzo coi finanziatori, in cui quelli dicono ma magari se tu volessi fotografare la tua fidanzata bionda attrice famosa, ma magari se tu volessi metterti tu in copertina, ma magari se potessimo sfruttare il marchio di famiglia e chiamarla John invece che George, sennò proprio non si capisce perché la gente dovrebbe comprare una rivista patinata che parla di politica.
E John, che fino a quel momento mi era parso un innocuo coglione assai fotogenico, in quel momento si rivela essere il responsabile di molti dei mali del presente. Quando dice che bisogna smettere di raccontare una politica incarnata da anziani signori in sonnolenti dibattiti. «Sono convinto che, col giusto marketing, potremmo far sì che la gente si appassioni alla politica come al football o al pop».
Pensavamo che la colpa della politica trattata come un reality show ce l’avessero Gianfranco Funari o Jerry Springer, Donald Trump o Beppe Grillo, e invece, pensa te, è colpa di John Kennedy Jr., morto giovane ma non così giovane da non avere fatto già per quattro anni George, che sembrava un’innocua rivista con in copertina Cindy Crawford vestita da padre fondatore, e invece (avremmo dovuto capirlo con quel numero dell’estate 1997 per il quale JFK Jr. si fece fotografare nudo) era l’esperimento fondativo di ogni successiva demente intersezione tra politica e spettacolo.