Germania anno zeroLa missione di Merz a Pechino rivela la fragilità del modello economico tedesco

Il Cancelliere è volato in Cina per contenere il disavanzo e riequilibrare il rapporto con Pechino. L’ordine di 120 Airbus offre un risultato immediato, mentre i richiami su Taiwan e Russia strizzano l’occhio a Trump prima della tappa a Washington

LaPresse

La Germania ha capito da molto tempo che il modello che l’ha resa la potenza industriale d’Europa non regge più nelle condizioni attuali. Per oltre un decennio ha combinato tre fattori: energia russa a basso costo che garantiva prezzi competitivi all’industria, un apparato manifatturiero integrato nelle catene globali del valore e un orientamento sistematico all’export sostenuto da un euro meno forte della produttività tedesca. Quel modello presupponeva stabilità geopolitica, accesso sicuro alle risorse e mercati aperti. L’invasione russa dell’Ucraina ha interrotto la fornitura energetica a buon mercato; la rivalità tra Stati Uniti e Cina ha politicizzato commercio e tecnologia; la globalizzazione, da infrastruttura neutrale, è diventata terreno di competizione strategica. 

Tutto sbagliato, tutto da rifare; ma in che direzione andare? Frederich Merz ha qualche idea e non si è fatto problemi a dirlo al resto del mondo. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera ha detto che «la libertà non è più un dato acquisito» e che l’Europa deve «costruire una propria agenda», saldando sicurezza economica e sicurezza militare. Ha annunciato l’obiettivo di rendere la Bundeswehr «l’esercito convenzionale più forte d’Europa», sostenendo che «la Germania deve essere in grado di difendersi e di difendere i suoi alleati con mezzi propri». E poi ha stretto un’intesa operativa con Giorgia Meloni su competitività industriale e politica migratoria.

Il programma è vasto, ma come lo finanzierà? A un anno dall’insediamento, Merz difende l’operato del governo definendolo «soddisfacente». Ma la Bundesbank nei suoi report dà un giudizio più severo. La promessa di una svolta economica non ha ancora prodotto un cambiamento visibile nei dati macroeconomici: crescita debole, domanda esterna incerta, costi energetici ancora elevati rispetto al periodo pre-2022. Le imprese segnalano prudenza negli investimenti e preoccupazione per burocrazia e carenza di manodopera qualificata. Un problema lo ha creato lo stesso Merz, escludendo un ulteriore allentamento del freno al debito nel corso della legislatura, scelta coerente con la cultura di stabilità della CDU, ma che limita la capacità dello Stato di intervenire con grandi programmi espansivi.

Il Cancelliere tedesco ha cercato di sbloccare la situazione andando in Cina, portando con sé una trentina di manager per attrarre investimenti cinesi in Germania e ottenere un accesso più ampio e prevedibile per le imprese tedesche sul mercato cinese. Cioè quello che vorrebbero tutti, ma i tedeschi ne hanno più bisogno perché il disavanzo nella bilancia commerciale con Pechino sfiora i 90 miliardi di euro, che su 250 miliardi di euro di scambi non è poco, soprattutto per un’economia che fonda la propria forza sulla manifattura. 

Merz ha incontrato il presidente Xi Jinping e il premier Li Qiang, per riequilibrare una relazione che negli ultimi anni si è fatta sempre più asimmetrica. Impresa ardua perché la sovraccapacità industriale cinese,  in particolare nei veicoli elettrici e nei settori della transizione verde, non verrà depotenziata solo perché l’industria automobilistica tedesca sta soffrendo, come quella del resto d’Europa. 

Come accade a molti leader una volta arrivati alla Cancelleria, anche Merz ha limato le posizioni espresse in passato sulla Cina. Da capo dell’opposizione era stato tra i più espliciti nel definire Pechino un rivale sistemico. Ieri invece ha parlato in modo pragmatico e rassicurante, dicendo che c’è «un grande potenziale per la crescita». Frasi che i diplomatici amano, ma concretamente valgono come «suo figlio è intelligente, ma non si applica». Qualcosa si è lasciato sfuggire, definendo «malsani» gli squilibri commerciali con la Cina. Si riferisce a sussidi di Pechino alle sue aziende che, secondo molte aziende tedesche, comprimono margini e occupazione in Europa. 

Il messaggio è stato in generale calibrato con attenzione perché la Germania non può permettersi un confronto frontale con la seconda economia mondiale. 

Pechino ha risposto nel modo in cui preferisce: con un gesto concreto ma circoscritto. L’annuncio di un ordine fino a 120 velivoli Airbus è una concessione significativa sul piano industriale e simbolico. Vale miliardi, rafforza la filiera aeronautica europea e offre a Merz un risultato immediatamente leggibile; ma non modifica gli equilibri strutturali del rapporto commerciale, né riduce il deficit tedesco.

Invece sulla politica estera, dove ha meno da perdere, Merz è stato più duro. Il Cancelliere ha chiesto a Pechino di usare la propria influenza su Mosca e di intervenire sul flusso di beni a duplice uso che possono sostenere l’apparato militare russo. Poi ha ribadito che qualsiasi riunificazione con Taiwan deve avvenire pacificamente. Schiena dritta o un occhiolino alla prossima visita ufficiale di Merz, tra pochi giorni, alla Casa Bianca? Lo scopriremo solo vivendo la sua agenda.

Per non calcare troppo la mano, Merz non ha accettato domande da parte dei giornalisti durante la visita. Una decisione che ha fatto discutere i media tedeschi, visto che sia Angela Merkel, sia Olaf Scholz, avevano spesso utilizzato le conferenze stampa in Cina per ribadire il valore della libertà di stampa. Altri tempi, altre economie.

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