Non vi sarà più notteNel vaudeville americano del 1905 un ragazzo diventa una stella, e suo padre impara a invidiarlo

Nel suo nuovo romanzo ucronico, Leonardo Colombati racconta un’odissea piena di episodi incredibili tra Europa e America, in un secolo sospeso tra progresso e catastrofe, in cui il protagonista continua a credere ostinatamente nell’amore e nella bontà umana

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Furono molto piacevoli quelle settimane con la compagnia di Mrs Hermann. Eléna l’aiutava nel numero della Sposa Fantasma. Vestita da sposa e ricoperta da un grande drappo bianco, levitava al centro del palco illuminato a giorno, mentre Adelaide passava un cerchio attorno alla sua figura sospesa, mostrando che non c’erano fili, e poi tirava via il drappo: Eléna era sparita.

Dietro le quinte, tra noi, le cose non andavano bene. Il rancore distanziava ogni giorno di più Eléna da me, come se fosse uno di quei tasselli che usano i falegnami. Cupido viene dipinto bendato, visto che l’amore non ha gusto: se potessi, gli strapperei quelle piumose alucce e gli nasconderei la faretra, perché i giochi con l’arco non sono adatti ai bambini. Il motivo dell’odio di Eléna era la mia incapacità – a suo dire – nel trovare ingaggi decenti. «Non sono nemmeno l’assistente di un mago, ma di una maga!» si lamentava di continuo.

Quanto a Sasha, a forza d’intrufolarsi nel “lavoro di famiglia” – come lo chiamava Eléna – era evidente che fosse diventato il cavallo su cui puntare. Come una pianta in una serra, prendeva vita solo quando sentiva addosso le luci della ribalta. Per il resto del tempo se ne stava buono buono a osservare – e giudicare silenziosamente – lo sgretolarsi del mio matrimonio, di cui lui era uno dei motivi principali. Da quando era diventato un numero più richiesto di lei, Eléna lo sopportava ancora meno.

A Wilmington, nel teatro di Bill Dockstader, davanti a un pubblico di conciatori e operai non troppo esigenti, c’era stato il debutto di SASHA THE PASHA, ovvero il personaggio che avrebbe fatto la sua fortuna: una maschera che era un misto di arguzia e semplicità, ignoranza e grazia. Sasha – ormai quasi tredicenne – era truccato (turbante smeraldo, baffetti a manubrio, cerone bianco sulle sopracciglia, finanziera elegante) e faceva la parte di un adulto rimasto bambino con sprazzi di acume e un che di furbesco.

Era agile, giocoso e lunatico come un gatto. Un vero acrobata. Si snodava come una corda (in uno sketch veniva usato come una ramazza per spazzare in terra). Il più delle volte faceva la faccia triste mentre qualcuno lo strattonava, spingeva, tirava, picchiava, lanciava fuori scena o nella buca degli orchestrali; e non doveva sforzarsi troppo, perché era davvero un ragazzino infelice; anche se mi faceva ridere spesso con battute fulminanti e in certe occasioni riusciva a replicare qualche entusiasmo infantile e gli piaceva recuperare certi giochi tra noi che da tempo non facevamo più.

Sul palcoscenico, appena gli spettatori mormoravano: «Guarda quel poveretto!» lui faceva qualcosa, un salto all’indietro, un inchino, una pernacchia, che ne rivelava la natura saturnina. Poi si metteva al piano e, stridulo, cantava: «I’m Sasha the Pasha, / Funny like a zany / And sweet like a kasha…».

Martin Beck, che ci aveva presi tutti e tre – Sasha, Eléna e il sottoscritto – nel suo circuito di teatri, lo trattava da adulto. Aveva tredici anni, quattordici, quindici, ma quando discuteva sulla paga gliene avresti dati il doppio. In quel periodo ha lavorato con tutti: Fred Stone e Houdini, McIntyre & Heath e Billy B. Van, Al Jolson e Eva Tanguay. «Io sono passata da quattro dollari alla settimana a quattromila» gli disse una sera la Tanguay. «Se non ti romperai l’osso del collo prima, tra un paio d’anni li varrai anche tu.»

Eppure, per quanto gli piacessero gli applausi, non era quella la cosa più importante per lui. La cosa più importante per Sasha ero io. I suoi occhi mi cercavano sempre: ogni mio gesto, ogni mia parola sembrava volesse impararli a memoria. E io mi sentivo riempito dal suo amore! Ma al tempo stesso era del tutto evidente che quel ragazzino pallido, biondo, con l’aria perennemente affamata che avevo incontrato in mezzo all’Atlantico per uno scherzo del destino, fosse destinato al successo qualsiasi campo avesse scelto: la sua era un’intelligenza che sgorgava con tale forza, con tale naturalezza, che era impossibile non notarla, impossibile non ricavarne una sensazione di invidia.

Sì, io – suo padre putativo – continuavo a invidiarlo. E in questo non ero troppo diverso da Eléna. La cosa mi faceva stare male.

Recitavo anch’io. Ero per lo più la spalla di Sasha. Il suo antagonista. Ci veniva molto bene la gag dell’autostrangolamento. Lui andava dietro una porta e faceva capolino; una mano lo prendeva alla gola e pareva che volesse strozzarlo; io mi precipitavo in suo aiuto contro lo sconosciuto aggressore, ma quando tiravo via Sasha il pubblico scopriva che era stata la sua stessa mano a stringergli la gola. Una volta lo lanciarono contro una scena che aveva un muro dietro. Gli venne un bel bernoccolo sulla testa e per due giorni non poté lavorare.

A letto, quella sera, mentre gli tenevo il ghiaccio dentro un fazzoletto premuto sulla fronte, ascoltava le solite lamentazioni di Eléna, che veniva sempre più spesso relegata nei bassifondi del cartellone assieme a imitatori, giocolieri, pattinatori e addestratori di animali.

«Sai cosa vuole la gente?» le domandò a un tratto Sasha, scostando il mio braccio.

«Tu lo sai? Ma davvero? Cinque minuti su un palco e già credi di essere meglio di Grimaldi.»

«Non ho idea di chi sia.»

«E poi, “la gente”: chi sarà mai questa gente?»

Sasha non disse niente. E neanche io. Oggi mi sarebbe più facile rispondere: la gente erano i figli di quell’epoca del roastbeef, della birra e della pace – un popolo di ottimisti, che fremeva di vitalità; e che voleva ridere. Sasha faceva ridere consapevolmente; Eléna senza volerlo.

«Da parte mia, ritengo» – è la voce di Sasha – «che, nonostante la pessima situazione in cui ci troviamo, non ce la stiamo cavando così male.»

Parlava così, inserendo nei suoi discorsi frasi che sarebbero state bene in bocca a qualcuno col doppio dei suoi anni e il triplo della sua istruzione.

Eléna non la prendeva bene: «Lo fa apposta per umiliarmi» diceva. «Dovresti spiegare al moccioso che la superbia è un peccato mortale.»

«Veramente, è un vizio capitale» la corressi mentre, sdraiato in un campo di grano con una spiga in bocca e il cielo blu del Winsconsin negli occhi, aspettavo che lei, accucciata poco più in là, finisse di fare pipì.

«Ecco da chi ha preso il sapientino» commentò risistemandosi la gonna.

Chiusi gli occhi perché il sole, sbattendo sulle palpebre, cominciasse a creare tutti quei magnifici caleidoscopi. Pensai a quanto mi disturbasse quando Eléna pretendeva di entrare per prima in ogni nuova stanza di una stamberga diversa per controllare se fosse “presentabile”. I petali di specchio si tinsero di rosso porpora.

Era vero. La nostra situazione era pessima, come sosteneva Sasha: eravamo costretti a passare da una compagnia all’altra, da una città all’altra, per scappare dai gangster e da noi stessi. L’instabilità del terzetto era meno evidente se non ci fermavamo mai; una settimana nello stesso posto e quel posto diventava un ring, se non proprio un campo di battaglia.

Sasha, beato lui, nonostante tutto era positivo. Non si lamentava mai. La cosa ogni tanto esasperava anche me: sembrava possedere l’ottusa serenità dei santi. Tutti lo adoravano, nelle compagnie; dal primo attore all’ultimo servo di scena. Quanto a me, be’, mi sopportavano, essendo il padre del santo. La matrigna, invece, non faceva che attirare odio.

Il nostro mondo era diventato quell’accozzaglia di monologhisti, ballerini, suonatori di ragtime, ventriloqui, cantastorie, maghi, acrobati e giocolieri in cui convivevano l’operetta e il melodramma, il burlesque e la commedia, sul palco così come dietro le quinte. Era un mondo che a grattare l’oro si trovava subito la polvere di gesso. Davamo tutto ciò che di più grottesco, ridicolo, comico, strabiliante e sexy potesse desiderare quel pubblico di banchieri, avvocati, grossisti, militari in licenza, ereditiere, studenti universitari, immobiliaristi e bottegai. Ognuno di noi aveva un Numero, un Numero solo, e dovevi pregare che funzionasse perché solo lì, sul palcoscenico, davanti alla platea, potevi capire se eri vivo o morto.

Sasha era sempre VIVO. Arrivava dopo il tiro al bersaglio umano o una canzoncina delle Cavaliers agghindate con bianche parrucche pre-Terrore o il numero del Quartetto Mascagni o la Famiglia Christensen in costumi veneziani, e provocava risate, tenerezza e ammirazione in parti uguali: un cocktail perfetto.

Tratto da “Non vi sarà più notte” (Mondadori), di Leonardo Colombati, 22 euro, 660 pagine.

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