
La ragione più profonda del dramma israelo-palestinese è poco discussa e non riguarda direttamente il conflitto tra due nazionalismi, che in teoria potrebbe essere componibile. Il punto, per quanto sorprendente nella sua formulazione, è che una parte dell’ideologia nazionale palestinese e della sua narrazione storica si fonda su un postulato quantomeno controverso: l’inesistenza storica del Tempio ebraico di Gerusalemme, l’edificio sacro ricostruito nel 515 a.C. e distrutto dall’esercito romano di Tito nel 70 d.C., di cui rimangono evidenze archeologiche. Da questa impostazione discende la negazione di un rapporto storico tra il popolo ebraico, l’ebraismo e la terra d’Israele, simbolicamente rappresentato dal Tempio.
Si tratta di una posizione che occupa un ruolo centrale in alcune correnti del nazionalismo palestinese ed è condivisa tanto da Hamas quanto da al-Fatah. Tale impostazione fu sistematizzata negli anni Trenta da Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, con l’obiettivo di negare la legittimità storica del sionismo e del legame ebraico con Gerusalemme.
In nome di questa follia la mattina del 7 ottobre 2023 Mohammed Deif, capo militare di Hamas, annunciando alla radio l’inizio dell’operazione “Diluvio di al-Aqsa”, ha richiamato proprio la presunta violazione della sacralità della Spianata delle Moschee come elemento mobilitante. Il riferimento alla moschea al-Aqsa è divenuto, nel tempo, uno dei principali simboli politici e religiosi della narrazione del conflitto.
Un elemento ulteriore riguarda la posizione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Abu Mazen ha sostenuto nel tempo una linea che, pur distinta da quella di Hamas, non si discosta dalla negazione del legame storico ebraico con il sito. Nel 2016 una risoluzione dell’Unesco, votata dall’Assemblea il 16 ottobre, adottò una terminologia che ometteva riferimenti espliciti al legame storico ebraico con il Monte del Tempio. L’episodio suscitò un ampio dibattito internazionale.
Questa impostazione contrasta con una parte significativa della tradizione islamica classica, che ha riconosciuto per secoli la preesistenza del Tempio ebraico sulla Spianata delle Moschee.
Numerose fonti islamiche medievali lo attestano. Muhammad ibn Jarir al-Tabari (X secolo), nella sua “Storia dei Profeti e dei Re”, descrive il califfo Omar ibn al-Khattab che prega sul sito dove i romani avevano distrutto il Tempio ebraico. Abu Bakr al-Wasiti (XI secolo) identifica il “tempio lontano” (al-Masjid al-Aqsa) citato nella Sura al-Isra con il Tempio di Salomone costruito dai figli di Israele.
Analogamente, il geografo Muhammad al-Maqdisi (XI secolo) descrive la Roccia al centro della Spianata come il luogo dove Davide e Salomone avevano eretto un santuario ebraico, successivamente sostituito dalla moschea. Mujir al-Din al-Hanbali (XV secolo) conferma che il Primo e il Secondo Tempio occupavano la Spianata prima della costruzione dei luoghi di culto islamici.
Anche Ahmad ibn Taymiyya (XIII-XIV secolo), figura di riferimento del pensiero islamico sunnita, nel trattato “Ziyarat al-Qubur”, pur criticando forme di culto ritenute improprie, riconosce implicitamente la preesistenza del santuario ebraico sul sito.
La continuità di questa tradizione è documentata anche in studi contemporanei, come quello di Yitzhak Reiter e Dvir Diamant nel volume “Il Monte del Tempio”.
Nel 1925 lo stesso Consiglio Supremo Musulmano di Gerusalemme pubblicò un opuscolo informativo intitolato “Breve guida all’Al-Haram al-Sharif”, in cui si affermava che il sito è sacro anche per gli ebrei e che vi sorgevano gli antichi Templi. A pagina quattro si legge: «La sua identificazione con il sito del Tempio di Salomone è fuori discussione».
Smentendo quella che è stata per secoli una tradizione islamica consolidata, l’attuale Gran Muftì di Gerusalemme, lo sceicco Muhammad Ahmad Hussein (nominato nel luglio 2006 da Abu Mazen), ha dichiarato in un’intervista alla televisione Arutz 2: «La moschea di al-Aqsa è stata costruita su un sito che esisteva tremila, trentamila anni fa… e dopo la creazione del mondo. Non c’è mai stato un Tempio ebraico né un santuario giudaico sulla sommità del Monte del Tempio. È la moschea di al-Aqsa che Adamo, la pace sia con lui, o durante il suo tempo, gli angeli hanno costruito».
Secondo questa impostazione, dunque, non il Tempio ma la moschea di al-Aqsa – edificata storicamente tra il 705 e il 715 d.C. dal califfo al-Walid – esisterebbe sulla Spianata sin dall’origine dell’umanità. Si tratta di una lettura teologica che attribuisce al sito una sacralità primordiale e che ha assunto un ruolo rilevante nel discorso religioso e politico contemporaneo.
Nel maggio 2021 Saleh al-Arouri, vicepresidente dell’Ufficio politico di Hamas, ha dichiarato: «L’immigrazione degli ebrei in Palestina […] si basava sul mito secondo cui Gerusalemme era stata la loro capitale e lì avevano un Tempio… Sono miti inventati dal nulla».
Isidore Gold, diplomatico israeliano, ha raccontato di aver sentito Yasser Arafat, durante le trattative del 2000, sostenere che il Tempio ebraico si trovasse a Nablus. Nelle stesse trattative di Camp David, Saeb Erekat avrebbe affermato: «Il Tempio? Io non vedo nessun tempio».
In un servizio di Al Jazeera firmato da Ali Muhammad al-Salabi, presidente dell’Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, il Tempio è stato definito ripetutamente «il presunto tempio», sostenendo che, nonostante gli scavi archeologici, non vi sarebbero prove definitive della sua esistenza sotto il Nobile Santuario. Il servizio afferma inoltre che l’area avrebbe avuto carattere islamico sin dalle sue origini.
Su un sito molto consultato come Islam Q&A, a una domanda sull’esistenza storica del Tempio di Salomone, la risposta lo definisce una «fabbricazione» e sostiene che nessuna fonte ritenuta affidabile ne confermerebbe l’esistenza. Viene inoltre richiamata l’assenza, secondo tale interpretazione, di prove archeologiche conclusive.
Negli ultimi decenni questa posizione è divenuta parte integrante della narrazione politica palestinese e di una parte del discorso religioso islamico contemporaneo. Essa consiste nella negazione del legame storico tra ebraismo e il sito del Tempio, e più in generale tra il popolo ebraico e la terra d’Israele.
Il nodo di Gerusalemme si colloca dunque anche su un piano simbolico e religioso. Per molti musulmani contemporanei, la presenza ebraica sulla Spianata delle Moschee è percepita come problematica, poiché implica il riconoscimento di una sacralità condivisa del luogo. La Cupola della Roccia (Qubbat al-Ṣakhra), costruita in epoca omayyade, custodisce la roccia dalla quale, secondo la tradizione islamica, Maometto avrebbe compiuto il viaggio notturno e l’ascensione al cielo in sella al Buraq.
Gerusalemme è sacra all’islam insieme alla Mecca e a Medina non solo come terzo luogo santo, ma perché rappresenta, nella teologia islamica, un momento centrale della conferma della profezia di Maometto. Il viaggio notturno e l’ascensione costituiscono un passaggio fondativo che, nella tradizione religiosa islamica, conferma e supera la precedente rivelazione biblica e cristiana.
Dayut Tamimi, figura religiosa dell’Autorità Palestinese, ha affermato che «il Tempio di Gerusalemme non è mai realmente esistito» e che «il Muro del Pianto era il luogo dove Maometto legò il Buraq prima dell’ascensione».
Va sottolineato che l’origine di questa impostazione storico-ideologica non è stata casuale. Fu infatti il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini, a elaborare negli anni Venti e Trenta la negazione del legame tra il Tempio e l’ebraismo come strumento politico contro il sionismo. Una linea avallata dal Congresso islamico mondiale da lui convocato nel 1931 a Gerusalemme, indicativa della forte dimensione religiosa assunta sin dall’inizio dal movimento palestinese.
Nel 1929 il leader religioso e politico palestinese prese a pretesto la decisione di gruppi hassidici ultraortodossi – non sostenuta dal movimento sionista – di collocare una modesta separazione tra uomini e donne davanti al Muro del Pianto, per avviare una campagna contro quella che definì una profanazione ebraica della Spianata delle Moschee. Il manufatto, in realtà, si trovava alla base della collina, perpendicolare al Muro, e non sulla Spianata. La mobilitazione sfociò in violenze: il Gran Mufti denunciò la presunta profanazione, diffuse fotomontaggi con la Stella di Davide sulla Cupola della Roccia e chiamò alla mobilitazione contro gli ebrei. Seguirono disordini a Gerusalemme, Giaffa, Tel Aviv, Gaza, Lydda e Motza. In pochi giorni furono uccisi 133 ebrei e 339 rimasero feriti.
Sull’onda di quegli eventi, negli anni Trenta il Gran Mufti lanciò una campagna rivolta alla umma islamica, denunciando una presunta volontà ebraica di distruggere la Spianata delle Moschee e diffondendo ulteriori fotomontaggi.
Nel dicembre 1931 organizzò a Gerusalemme il Congresso islamico mondiale, presieduto da Muhammad Iqbal, poeta e pensatore indo-pakistano. I 139 delegati condannarono formalmente il sionismo come movimento ostile agli interessi musulmani e definirono il Muro del Pianto “waqf musulmano inalienabile”. Successivamente, con una fatwa, il Gran Mufti estese la definizione di waqf all’intero Haram al-Sharif.
Questa impostazione contribuì a irrigidire i rapporti tra islam politico ed ebraismo, introducendo una dimensione religiosa più marcata nel conflitto.
La scarsa attenzione dedicata da parte di storici e analisti alla centralità della questione del Tempio nella narrazione palestinese ha lasciato una documentazione limitata. Tra le dichiarazioni attribuite ad Amin al-Husseini negli anni Venti e Trenta si leggono affermazioni come: «Non possiamo permettere ai sionisti di appropriarsi di un luogo che è solo per i musulmani»; «Il Muro del Pianto non è altro che un muro di sostegno e non ha nulla a che fare con il Tempio»; «Musulmani proteggete la moschea al-Aqsa e non permettete che i sionisti la profanino»; «I sionisti non hanno alcun diritto a essere qui, e non potranno mai di essere qui con la forza». «Gerusalemme è la nostra e non la vostra».
Questa impostazione fu successivamente ripresa dai Fratelli Musulmani e da Yasser Arafat, formatosi politicamente in quell’ambiente, che durante le trattative di Camp David del 2000 sostenne posizioni analoghe. Anche l’attuale leadership dell’Autorità Nazionale Palestinese ha ribadito nella propria narrazione ufficiale la negazione del legame storico ebraico con il sito.
Negli anni Trenta Hassan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, fece propria questa linea, rilanciandola nel contesto della rivolta araba del 1936-1939. Da allora la Fratellanza ha svolto un ruolo centrale nel porre la questione di al-Aqsa al centro dell’immaginario politico-religioso musulmano.
Tra il 1948 e il 1967, quando la Cisgiordania fu sotto controllo giordano, agli ebrei fu impedito di pregare al Muro del Pianto. In precedenza, per secoli, i diversi califfati e l’Impero ottomano avevano consentito la preghiera ebraica nel sito.
Nel tempo questa lettura esclusivamente islamica del centro sacro di Gerusalemme si è consolidata in ampi settori dell’opinione pubblica musulmana ed è oggi presente anche nella narrazione istituzionale palestinese.
La negazione dell’esistenza del Tempio ebraico costituisce dunque un elemento rilevante del conflitto, in quanto investe la dimensione simbolica e religiosa della contesa. Per molti nel mondo musulmano, la nascita di Israele nel 1948 è stata letta anche alla luce di questa disputa storico-religiosa.