La maschera di VladPutin tratta fingendo di volere la pace, ma in realtà non rinuncia ai suoi piani

Il nuovo round di negoziati finisce nel nulla. L’intelligence americana lo ripete da anni: il Cremlino non ha cambiato obiettivi. Mentre il petrolio cala e i prezzi salgono, Mosca consegna all’Fsb il controllo delle comunicazioni. La stretta economica e quella sull’informazione corrono parallele, e non è una coincidenza

AP/LaPresse

Vladimir Medinsky, consigliere del presidente russo e capo della delegazione ai colloqui, ha lasciato la sala dei negoziati trilaterali di Ginevra definendoli «difficili ma pragmatici». Ha rivelato anche un faccia a faccia diretto con Rustem Umerov, segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina. Un contatto che non si era visto nei round precedenti. Da Kyiv, il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato di risultati «non sufficienti», salvando soltanto le discussioni tecniche su un possibile meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco. Da Mosca, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov è tornato ad accusare l’Ucraina di non voler negoziare seriamente.

Il rituale diplomatico è intatto: per Mosca è negoziare per negoziare. La presenza stessa di Medinsky, già capo negoziatore nei colloqui falliti di Istanbul del 2022, quasi uno specialista dello stallo negoziale, è un segnale. Non indica apertura ma continuità. Le richieste russe restano strutturali: neutralità permanente dell’Ucraina, drastica riduzione delle sue capacità militari e ridefinizione dell’assetto politico interno con l’uscita di scena di Zelensky. Non concessioni negoziali, ma condizioni di subordinazione.

D’altronde, alla fine dell’anno scorso, Reuters aveva dato notizia delle valutazioni riservate dell’intelligence statunitense, secondo cui il leader russo Vladimir Putin non ha abbandonato l’obiettivo di controllare l’intera Ucraina e considera possibile, nel medio periodo, un’espansione della pressione verso altri territori europei dell’ex blocco sovietico, inclusi Paesi membri della Nato. È una valutazione coerente con ciò che lo stesso Putin ha affermato pubblicamente negli ultimi anni. E spiega perché l’ottimismo periodico che filtra da alcune capitali occidentali resti, nei dossier di sicurezza, profondamente contestato.

Il punto, allora, non è se il negoziato produca risultati. È cosa fa Mosca mentre negozia.

Le esportazioni marittime di greggio russo sono scese da circa 3,8 milioni di barili al giorno a dicembre a 2,8 milioni a febbraio. Le spedizioni verso l’India – principale valvola di sfogo dopo le sanzioni occidentali – si sono ridotte di quasi il 60%. Quantità crescenti di petrolio restano stoccate su navi ferme al largo. Il tasso della Banca centrale, pur ridotto a metà febbraio, resta al 15,5%. È un livello che soffoca il credito e paralizza il mercato dei mutui, colpendo in particolare la classe media urbana. L’inflazione ufficiale si aggira attorno al 6%, ma alcuni beni alimentari registrano aumenti ben più marcati: i cetrioli hanno superato i 300 rubli al chilo, più del doppio rispetto a dicembre. Non è un collasso. È un logoramento.

Lo Stato russo dispone ancora di riserve valutarie consistenti e può sostenere la spesa militare nel breve periodo. Ma la traiettoria è quella di una pressione crescente sulle entrate energetiche e sul benessere interno. In un sistema autoritario, questo tipo di scenario non genera automaticamente crisi politica. Genera prevenzione.

Secondo l’Institute for the Study of War, già a febbraio 2025 gli alti costi umani, economici e sociali della guerra avrebbero costretto il Cremlino a fare scelte difficili. Oggi, un anno dopo, e quattro anni dopo l’inizio del conflitto, i segnali sono chiari: i preparativi per richiamate parziali delle riserve indicano che Putin si trova a confrontarsi con queste scelte complesse. Nel frattempo, Mosca sembra puntare a far capitolare l’Ucraina alle proprie richieste storiche nelle trattative di pace in corso, cercando di ottenere i propri obiettivi militari senza dover affrontare sacrifici troppo pesanti.

Ma la Russia sembra preparasi anche a questo scenario. E così, a fine gennaio, la Duma di Stato ha approvato in via definitiva una legge che conferisce all’Fsb, l’agenzia di intelligence per la sicurezza interna, il potere di ordinare agli operatori la sospensione di qualsiasi servizio di comunicazione: internet fisso, mobile, satellitare, telefonate, Sms. Gli operatori sono esonerati da responsabilità contrattuali. Le circostanze saranno definite da decreti presidenziali. In termini operativi, significa centralizzazione del controllo dell’infrastruttura digitale. Un interruttore che può essere attivato senza necessità di dichiarare formalmente uno stato di emergenza. Parallelamente, il canale Telegram filo-Cremlino Baza ha citato fonti di «diversi ministeri» per annunciare un blocco totale di Telegram in Russia a partire dal 1° aprile. Il Roskomnadzor — l’agenzia federale responsabile della supervisione e censura nel campo dei media e delle telecomunicazioni — non ha confermato né smentito. Le restrizioni tecniche sono però già in corso dall’estate 2025, con problemi significativi su videochiamate e caricamento di file multimediali segnalati in circa 80 regioni a metà febbraio. Telegram non è soltanto una piattaforma sociale. È uno spazio informativo ibrido: blogger militari, funzionari locali, canali paraistituzionali e reti informali vi circolano informazioni spesso prima dei media ufficiali. Ridurne o azzerarne la funzionalità significa ridurre la capacità di coordinamento spontaneo e di diffusione non filtrata di notizie. La coincidenza tra negoziato esterno e consolidamento interno non è una contraddizione. Un sistema che si prepara a un confronto prolungato con l’Occidente deve garantire tre condizioni: continuità finanziaria, sostenibilità militare, controllo dell’ecosistema informativo. La nuova legge sulle telecomunicazioni e l’eventuale blocco di Telegram rientrano nel terzo pilastro.

Non si tratta di repressione emergenziale. Si tratta di inasprimento del regime: rafforzamento preventivo della capacità di gestire tensioni economiche, mobilitazione militare e malcontento sociale. In questo quadro, il negoziato internazionale assume una funzione tattica: testare le divisioni occidentali, guadagnare tempo, alleggerire pressioni. La costruzione dell’infrastruttura di controllo interno è invece una scelta strategica.

A Ginevra si discute di cessate il fuoco. A Mosca si prepara la capacità di governare la guerra come condizione permanente. Ed è quest’ultima dinamica, più dei comunicati ufficiali, a indicare quale scenario il Cremlino consideri realistico.

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