Censura LgbtLa Russia di Putin trasforma una canzone dei Queen in un reato politico

Un tribunale russo ha multato un cittadino per aver condiviso un’immagine tratta dal videoclip “I Want to Break Free”. Nelle dittature l’arte diventa un bersaglio facile perché ricorda ai cittadini che identità e libertà non sono concessioni del potere

LaPresse

C’è qualcosa di profondamente rivelatore – e insieme tragicamente grottesco – nella decisione di un tribunale russo di qualificare come «propaganda LGBT» una fotografia dei Queen durante le riprese del videoclip di “I Want to Break Free”. Non si tratta soltanto di un abuso giudiziario né di uno dei tanti eccessi censori: è il ritratto fedele di un sistema politico che ha bisogno di reprimere la libertà, anche simbolica, per sopravvivere.

La vicenda è nota. Un giovane cittadino moscovita, David Gevondyan, viene multato per aver condiviso l’immagine di Freddie Mercury e degli altri membri della band britannica, travestiti da donne, in uno dei videoclip più iconici della storia del pop. Un’opera ironica, dissacrante, perfettamente inserita nel linguaggio culturale degli anni Ottanta, che da decenni circola liberamente in tutto il mondo. Per i giudici russi, però, quell’immagine non avrebbe «alcun fondamento musicale» e costituirebbe, invece, propaganda proibita.

Siamo davanti a qualcosa che va oltre il ridicolo. Siamo davanti a una strategia deliberata di annichilimento del pluralismo, nella quale la cultura diventa una prova d’accusa e l’identità un illecito amministrativo.

Da anni il regime di Vladimir Putin utilizza la legislazione contro la cosiddetta «propaganda LGBT» come strumento di controllo sociale. Non è necessario che un tribunale dimostri l’esistenza di un effettivo illecito: è sufficiente la visibilità, la semplice esistenza pubblica di ciò che devia dalla norma imposta dallo Stato.

Non è un caso, infatti, che il tribunale abbia rigettato la difesa più ovvia: quella culturale. Ammettere che i Queen siano un gruppo musicale, che “I Want to Break Free” sia una canzone, che quel travestimento sia una performance artistica avrebbe significato riconoscere l’autonomia dell’arte rispetto al potere. Ed è precisamente questo che l’autoritarismo non può permettersi.

La Russia putiniana non teme l’omosessualità in sé: teme la libertà individuale, teme l’ironia, teme la capacità dell’arte di mostrare che l’identità non è una gabbia naturale, ma una costruzione umana. Teme, in definitiva, tutto ciò che ricorda ai cittadini che si può vivere – e pensare – diversamente da ciò che una legge violenta impone come norma, come standard accettabile.

Non sorprende, allora, che allo stesso giovane siano state contestate anche accuse di estremismo, con conseguente arresto amministrativo. Nel sistema repressivo russo, le categorie di «devianza morale» e di «nemico politico» tendono sempre più a sovrapporsi. L’omosessuale, il dissidente, l’artista, l’attivista: figure diverse, un unico bersaglio. Lo Stato illiberale non tollera la pluralità; conosce soltanto la fedeltà dei sudditi o la colpa dei nemici.

Ciò che accade in Russia non è un’anomalia folkloristica, ma l’ennesimo esempio estremo di ciò che avviene quando si smantellano, pezzo dopo pezzo, le garanzie liberali e i fondamenti democratici dello Stato.

La fotografia dei Queen è uno specchio che riflette un potere impaurito persino da Freddie Mercury, da un artista morto da oltre trent’anni, ma ancora capace di «rompere le catene». “I Want to Break Free”, appunto. Una frase che oggi, nella Russia di Putin, suona come una minaccia.

La libertà non è mai neutra. È sempre, inevitabilmente, sovversiva nei confronti dell’autoritarismo. E per questo va difesa. Anche – e soprattutto – quando indossa una parrucca, canta pop e ci ricorda che essere se stessi non è un crimine.

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