
Si deve alla massiccia reazione popolare – più di mezzo milione di adesioni – la conoscenza puntuale dei sette articoli della Carta costituzionale modificati dalla legge in queste settimane oggetto di una virulenta campagna referendaria. Nessuno strumento giuridico è invece possibile per dare evidenza e reinserire nella pratica delle istituzioni un altro pacchetto di norme costituzionali, di ben diverso spessore, che sono scomparse non dal testo della nostra Carta, dove continuano a fare bella ma sterile mostra di sé, intatte e integre nelle eleganti sembianze, ma dalla vita delle istituzioni repubblicane.
Al punto da essere sostituite da prassi e precedenti che formano un apparato alternativo incompatibile con i fondamenti del nostro sistema costituzionale: una sorta di controcostituzione materiale, formatasi con il tacito e perdurante consenso della cangiante comunità dei partiti, in quel crogiuolo di eventi eccezionali, positivi e non, che accende l’inizio degli anni Novanta: a partire, cronologicamente, dalla caduta del muro di Berlino, che produce, all’interno, la caduta di un tabù quale la conventio ad excludendum dalle responsabilità di governo di un protagonista parlamentare e costituzionale quale il Partito comunista; per proseguire con la rivoluzione nei nostri meccanismi elettorali proporzionali provocata dal plebiscito popolare ai referendum di Mario Segni; e, per concludersi, con lo sfracello provocato nella comunità dei partiti dall’azione della magistratura milanese.
Un insieme di sconvolgimenti, soprattutto l’azione di Mani Pulite, che offre il destro alla nascita del fenomeno berlusconiano, grazie alla geniale raccolta, da parte dell’imprenditore degli infiniti orfani di formazioni politiche stravolte, dissolte o non più autosufficienti, preludio alla nascita del primo grande partito personale; segue l’invenzione della coalizione di centrodestra, che segna la vita politica istituzionale nazionale da allora fino a oggi.
La definizione di Seconda Repubblica, del tutto impropria secondo un criterio formale, con la Costituzione che rimane intatta, si rivela assolutamente pertinente dal punto di vista della pratica istituzionale. Una rivoluzione, un duro colpo alla fedeltà costituzionale delle nostre istituzioni. Al punto da non ritenere esagerato un collegamento che da allora si leghi alla situazione politica e di governo attuale, compresa quindi la vicenda referendaria in atto. E che sembra oggi rivelare, per la prima volta dalla nascita del primo centrodestra berlusconiano, l’obiettivo del superamento di una generale, statica fedeltà costituzionale che, sia pure a livello simbolico, è apparsa fino a oggi un tabù intangibile, sia pure sotto la forma astratta di un giuramento alla nascita dei governi.
Con il governo di Giorgia Meloni, la distanza sostanziale del disegno berlusconiano dai principi costituzionali, sempre accompagnata da un approccio zeppo di convenienze ma privo di approdi ideologici, sembra assumere il disegno di un superamento formale, in linea con la posizione assunta verso la neonata Costituzione dal progenitore, il Movimento Sociale: dapprima con il disegno di un premierato, che azzera non solo nei fatti un riguardo di maniera per una centralità parlamentare scomparsa da tempo; per evolvere in una sfida aperta, e anche coraggiosa, a tutti i miti della Costituzione repubblicana; infine, oggi, con la vanitosa “riforma della giustizia”.
A partire dal primato delle Camere, da decenni finzione spudorata; poi la rigorosa separazione dei poteri, oggetto di apparente devozione e di contestuale, graduale ripudio. Su tutto, la convivenza difficile, riguardosa nelle forme e infastidita nella sostanza, con il ruolo di un capo dello Stato che viene visto come estraneo, in modo irritante, a un concetto di democrazia che si concentra in un monopotere sostanziale, quello di governo. Oggi, al di là di una relazione all’apparenza cordiale, suggerita da un inimmaginabile, fino a ora, legame affettivo ininterrottamente crescente tra popolazione e quel Presidente garante della Costituzione e della stessa democrazia.
Giorgia Meloni eredita dal fondatore della coalizione la visione istituzionale governocentrica e la conseguente gestione diretta delle prerogative del Parlamento, addirittura estromesso dalla funzione simbolica della titolarità del procedimento legislativo, e la vuole sottrarre ai meandri della diplomazia istituzionale. E la legge, chiamata presuntuosamente e impropriamente riforma della giustizia, segna una precisa, formale insofferenza per la coabitazione con altri poteri.
Basta con l’ipocrisia della convivenza priva di gerarchia con altri poteri, dei riguardi per una giurisdizione che pretende il rispetto e l’indipendenza che la Carta assegna senza riserve. Oggi i magistrati, ormai bersaglio diretto di una insofferenza ormai pubblica; domani, anzi oggi, la libera informazione, pubblica e privata, oggetto di analoga, ideologica intolleranza non appena si neghino i confini dell’inchino al ruolo supremo del governo.
Oggi, la possibilità di mantenere in vita l’originalità della nostra democrazia costituzionale non si accontenta del contrasto alla legge sui giudici nell’apposito referendum, ma pretende lo sforzo del ripristino in vita e pienezza di funzione dei connotati originali, se non unici, del nostro sistema.
Un Parlamento autonomo e autogestito, di cui il governo sia motore efficiente ma non proprietario (e non si può non segnalare un potente lavoro della Presidenza di Montecitorio a livello di regolamenti, per ridare dignità alla Camera); la riconsegna agli elettori di una sovranità trasferita a sé dai titolari di partiti e all’interesse di questi di riempire le Camere di pupazzi teleguidati; in sintesi, un ritorno ai principi costituzionali congelati in un testo inerte come una statua in un museo.
Compito più lineare di quanto non sembri, se si considera che la Costituzione esiste e va tolta dalle biblioteche e dalle università, e che dispone di due garanti alla bisogna: uno in servizio permanente effettivo, il capo dello Stato, per il soccorso quotidiano; e la Corte costituzionale, che va messa nella condizione di ristabilire la corretta relazione tra le istituzioni.