
La riforma Nordio non è un attentato alla Costituzione né l’attuazione di un piano golpista evocato dall’Associazione nazionale magistrati (Anm), ma non è neanche l’indolore realizzazione della mite utopia laica di Giuliano Vassalli, padre dell’attuale codice di procedura penale, dietro cui si cela l’attuale governo e come è richiamata da alcuni fervidi riformisti super partes.
Per essere sintetici, diciamo che la legge di revisione costituzionale su cui l’elettorato si pronuncerà a fine marzo segna, tra le altre cose, un cambio di paradigma istituzionale: da una democrazia dialettica e assembleare a una democrazia decisionista e senza mediazione, strettamente basata sul principio di forza della maggioranza.
Mi spiego: prima di oggi, le grandi riforme sulla giustizia (e, peraltro, la stessa Carta), sino alla riforma dell’articolo 111 della Costituzione, sono state frutto di scelte condivise e diffuse, in omaggio alle indicazioni contenute nell’articolo 138 della Carta, che privilegia il percorso del più ampio consenso parlamentare e, solo in via residuale, quello del referendum confermativo.
Così era avvenuto, del resto, nel 1997, allorché, nel primo tentativo di riformare l’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere (costituendo due distinte sezioni per pubblici ministeri e giudici dentro un unico Consiglio superiore della magistratura), si era seguita la strada di una Commissione bicamerale (preceduta da un patto cosiddetto «della crostata», a casa Gianni Letta, tra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema), poi naufragata dopo l’opposizione della magistratura e un’intervista liquidatoria di Gherardo Colombo, il Saint Just del pool milanese di “Mani Pulite”. Analogamente, la riforma dell’articolo 111 e l’introduzione in Costituzione del giusto processo furono battezzate dalla massiccia approvazione di una maggioranza dei due terzi del Parlamento: un evento storico, e ancora isolato dopo 27 anni.
Stavolta, come è noto, l’iniziativa è stata assunta esclusivamente dal governo, blindando la legge Nordio in tutti e quattro i passaggi parlamentari. Scelta legittima, ma apertamente conflittuale ed espressione del volere esclusivo della maggioranza. Non si tratta di una scelta occasionale e limitata, ma di un manifesto di democrazia «esecutiva», un tratto caratteristico delle forme di governo sovraniste e nazionaliste che oggi sono al governo in molti Paesi. Donald Trump, nella più antica democrazia del mondo, insieme a quella inglese, governa a suon di ordini esecutivi: legittimi, ma divisivi e devastanti.
La più che legittima riforma Nordio persegue il manifesto e non illecito scopo di disarticolare quella che l’attuale governo considera una impropria forma di opposizione extraparlamentare: le correnti di sinistra (AreaDG e Magistratura Democratica) all’interno dell’Associazione nazionale magistrati.
Non si hanno dati precisi sul numero degli associati, i cui nomi sono riservati, ma, alle ultime elezioni per gli organi direttivi dell’associazione, sono stati raccolti complessivamente circa 2.600 voti su un totale di oltre novemila magistrati, quasi tutti iscritti ad Anm: una piccola minoranza che, secondo una diffusa opinione, governa con pugno di ferro novemila magistrati, non si sa se cloroformizzati o terrorizzati da un regime evidentemente tirannico. Si tratta di strutture ben organizzate, con proprie riviste, ripartizioni interne di ruoli e legami ben noti, sia con i partiti politici sia con il mondo dell’informazione.
Hanno, le correnti di sinistra, rilevanti meriti storici. In origine (anni Sessanta), a sinistra c’era solo Magistratura Democratica, animata da grandi ingegni, una corrente che aveva trovato un primo importante manifesto in un’opera letteraria ancora oggi letta: “Diario di un giudice”, di Dante Troisi, coraggioso atto di denuncia di un apparato giudiziario sclerotico, con l’avvio di un poderoso movimento riformatore ed autenticamente progressista che aveva come scopo la stretta applicazione dei principi costituzionali, che la Cassazione, espressione retriva dell’ordinamento, allora si rifiutava di ritenere esecutivi. Col tempo, di quello slancio è rimasto poco, se non in qualche isolata espressione.
La riforma Nordio ha lo scopo, diciamo, di ridimensionare la sinistra giudiziaria tramite tre direttrici, dentro la riforma del Consiglio superiore della magistratura, organo costituzionale varato nel 1958 con lo scopo di provvedere all’amministrazione e organizzazione autonoma della magistratura, nonché, sino ad oggi, alle procedure disciplinari per le infrazioni deontologiche dei membri dell’ordine.
La nuova legge prevede la creazione di due distinti Consigli per pubblici ministeri e giudici, la designazione con sorteggio puro dei membri togati del Csm e temperato per quelli di nomina parlamentare, il passaggio della funzione disciplinare dal Consiglio a un nuovo organismo esterno, l’Alta Corte di giustizia, con quindici giudici, di cui nove scelti con sorteggio e gli altri laici indicati per metà dal presidente della Repubblica e per metà eletti dal Parlamento.
Il sorteggio dei membri togati ha un preciso scopo: impedire l’accesso al Csm e all’Alta Corte di militanti delle correnti di sinistra. Statisticamente, è assai più probabile che vengano sorteggiati i seimila e passa non iscritti ad AreaDG e MD (le altre correnti non sono un problema).
Dei diritti dei cittadini al governo, siamo sinceri, interessa poco (e forse anche alle correnti, per quel che vale). Ma c’è un punto che dovrebbe, invece, interessare moltissimo i riformisti, i garantisti, i radicali che oggi accompagnano in numerosa schiera il governo nella battaglia referendaria: avremo in futuro più o meno libertà per i cittadini?
C’è chi, come Luciano Violante, ha già sottolineato l’anomalia di una nebulosa come il Csm di soli pubblici ministeri, una sorta di federazione di procure che, come cacicchi, risponderà a diciannove procuratori generali italiani, in uno stato di piena autonomia. Marcello Pera, uno dei fautori della riforma, ha già anticipato che una tale condizione non potrà resistere a lungo senza che venga, prima o poi, identificato un responsabile politico. Domanda: che risponderà, e a chi?
Più in generale, i garantisti, e in particolare gli avvocati delle Camere penali, oggi imbarcati nella crociata pro-riforma, dovrebbero porsi un qualche interrogativo sulla loro compatibilità con una democrazia efficientistico-autoritaria che tende a escludere ogni filtro tra il momento della decisione e quello esecutivo, come quella perseguita dall’attuale governo.
Lo stiamo vedendo con il varo di misure preventive di controllo, le iniziative di deportazione nei campi albanesi degli immigrati, la minaccia di blocco navale, lo scudo penale con sostanziale insindacabilità sulle condotte delle forze dell’ordine, l’adozione di codici e prassi particolari per categorie speciali come i presunti responsabili di reati sessuali, gli immigrati, i militanti dei centri sociali.
Se la separazione non sarà solo quella tra pubblici ministeri e giudici, ma anche tra avvocati e giusto processo, sostituito quest’ultimo da forme di giustizia «immediatamente esecutiva» e basata su presunzioni di pericolosità, a cosa servirà questa riforma, se non a eliminare una fastidiosa forma di opposizione? È sorprendente che l’adesione delle Camere penali sia stata piena e incondizionata, senza neanche la garanzia di un maggior rispetto delle garanzie processuali: una sorta di caporalato intellettuale.
Il processo è naturalmente un ostacolo per ogni forma di democrazia efficiente: richiede tempo, dispersione di energie, costituisce mero retaggio novecentesco per vecchietti nostalgici. Come si capisce dai recenti interventi della presidente Giorgia Meloni, il giudice, in questo schema di democrazia «immediatamente esecutiva», deve uniformarsi alla volontà popolare che si esprime tramite il governo, finanche nella formulazione delle accuse oppure nell’aperta disapprovazione di provvedimenti che non rispondano alle attese e alla logica. La biforcazione tra struttura inquirente e giudicante è certamente funzionale allo scopo.
Gennaro Santoro è l’avvocato che ha assistito il migrante, bersaglio di uno dei furiosi messaggi social di Meloni alla nazione. Ci spiega al telefono che il tribunale di Roma ha stabilito un risarcimento perché il suo assistito, detenuto in attesa di espulsione, è stato arbitrariamente prelevato, senza preavviso e senza spiegazioni, e senza consentirgli contatti con familiari e un avvocato, per essere trasportato in Albania.
Le parole con cui Santoro commenta ciò che è successo sono definitive: «Il patto europeo per le migrazioni e le annunciate strette securitarie del governo italiano non potranno cancellare quelle che Norberto Bobbio chiama pre-regole del vivere democratico. La dignità della persona è e resta alla base del patto sociale». C’è quasi da commuoversi a sentire evocare Bobbio.
Il conflitto oggi rischia di investire valori fondamentali non compatibili con le democrazie securitarie, tra essi il modello inclusivo e universale di giusto processo, che è mediazione, conflitto dialettico prolungato e composizione in nome delle regole. Troppa roba, troppo lusso. Ma è di questo che parliamo: dell’oggi, e non del processo del Novecento.