Vitamina C dal boscoLa rosa che fa più bene a noi che al cane

In primavera e inizio estate se ne possono usare i fiori, poi in autunno e inverno arrivano le bacche, dunque in ogni stagione questa pianta selvatica ci dona ingredienti perfetti per marmellate, insalate, infusi, liquori, sciroppi, dolci e risotti

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Si è abituati al nome, non ci si fa nemmeno più caso, ma forse qualcuno se lo sarà chiesto: perché associare una rosa ai cani? Tutta colpa, o merito, pare, di Plinio il Vecchio, lo scrittore e filosofo dell’antica Roma che dedicò la vita a indagare i fenomeni naturali e che racconta di un soldato romano morso da un cane e guarito dalla rabbia grazie a un decotto fatto con le radici di una rosa. Che, da quel momento fu conosciuta come canina, ma era già nota e apprezzata per la sua efficacia nel rafforzare le difese dell’organismo contro le infezioni e in particolare contro il raffreddore.

Il termine “canina” fu ufficializzato nel 1700 da Linneo, il naturalista svedese fondatore della moderna sistematica botanica e zoologica. Anche se oggi si esclude che possa avere qualche effetto sulla malattia trasmessa dai cani, è una pianta ricca di virtù salutari, preziosa in cucina e anche bella da vedere. Leclerc, il medico francese che ha introdotto il termine fitoterapia all’inizio del ventesimo secolo, definendo l’uso scientifico delle piante officinali nella medicina moderna, la descrive così: «Senza riguardo per il fascino del suo fiore che scintilla fra i cespugli come una stella in una seta preziosa, impregnato di un aroma fine e discreto, né per la grazie robusta del suo frutto, armoniosamente contornato e rivestito da una scintillante corazza di corallo, i botanici greci, così sensibili alle bellezze della natura, non hanno trovato per designare questa pianta altro termine che quello di kunorodon la cui traduzione latina è rosa canina».

Ed ecco un’altra etimologia: la pianta, infatti, era già nota e apprezzata dagli antichi Greci, che la chiamavano così per le sue spine voltate all’ingiù, come le zanne di un cane.

Di sicuro è antica, diffusa originariamente in Europa. Africa settentrionale e Asia occidentale, e ora anche in America del Nord, Australia e Nuova Zelanda, e accompagna l’umanità fin dai tempi più remoti. Cresce spontanea soprattutto ai margini dei boschi, nelle siepi e nelle zone collinari, fino ai 1900 metri di altezza, ed è una pianta rustica e resistente. Non cura la rabbia e nemmeno la tubercolosi, come pensava Ippocrate, ma le sue bacche rosse sono piene di vitamina C che è un potente antiossidante e contengono polifenoli e carotenoidi.

Con i fiori e i petali si preparano marmellate, sciroppi, risotti, insalate, tisane e si aromatizzano dolci o cocktail. O si creano pot-pourri profumati, acqua di rose per la cura del viso, oli e infusi.

Utile tutto l’anno perché in primavera e all’inizio dell’estate fiorisce mentre in autunno e fino all’inverno produce le bacche, che sono in effetti i semi della pianta.

In particolare, l’estratto di rosa canina è utile per le naturali difese del corpo, è antiossidante e ricostituente. Durante la Seconda guerra mondiale, il suo ruolo fu prezioso, specialmente nel Regno Unito, dove le bacche vennero utilizzate per preparare uno sciroppo destinato ai bambini in sostituzione degli agrumi, carenti a causa del razionamento, e prevenire lo scorbuto.

In cucina le bacche della rosa canina, che si chiamano cinorrodi, sono utilizzate da secoli. L’unica avvertenza è che richiedono una pulizia accurata dei peli interni, che sono irritanti. Le confetture di rosa canina sono particolarmente apprezzate per il loro sapore dolce e leggermente acidulo, ideale per accompagnare formaggi stagionati o da spalmare sul pane. Ma le bacche, e i petali servono anche per aromatizzare liquori artigianali, oppure per arricchire dolci, yogurt e smoothie. La tradizione popolare consiglia di raccogliere i frutti dopo le prime gelate, quando il loro sapore diventa più intenso e zuccherino.

In realtà l’uso delle bacche e dei petali di rosa canina come ingrediente o decorazione si estende anche ai piatti salati – risotti profumati, insalate fresche, o burro alla rosa – e ai dolci – canditi e aggiunti a panna cotta, cioccolato bianco o su torte e cupcakes. I boccioli o i petali interi sono perfetti per guarnire le pietanze. Anche qui, un consiglio: rimuovere sempre la parte bianca alla base del petalo, poiché può risultare amara.

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