Punto di non ritornoLa resistenza ucraina è la linea di demarcazione morale per l’Occidente

L’Europa non può continuare a rifugiarsi in una prudenza che somiglia troppo all’inerzia

LaPresse

È capitato spesso, in questi ultimi sciagurati anni, di evocare corsi e ricorsi storici del secolo scorso. Ricordo di aver molto apprezzato il saggio di Siegmund Gizberg “Sindrome 33”, scritto in una delle ore, a mio avviso, più buie dei tempi recenti: la vittoria elettorale dei partiti antisistema nelle elezioni del 2018, che diede luogo alla formazione del governo giallo-verde, presieduto da Giuseppe Conte.

Magari l’adombrato paragone con la resistibile ascesa di Adolf Hitler nella Germania di Weimar era un po’ eccessivo (anche per come è miseramente fallita quell’avventura), ma il confronto era davvero stimolante. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina si è a lungo temuta – talvolta con qualche fondamento – la ripetizione, mutatis mutandis, del Patto di Monaco del 1938, quando le potenze democratiche, che avevano assistito indifferenti all’annessione dell’Austria alla Germania, sacrificarono prima i Sudeti, poi la Cecoslovacchia alle pretese di Hitler.

In fondo gli argomenti del Führer non erano tanto differenti da quelli sostenuti da Vladimir Putin per l’aggressione dell’Ucraina. Il trattato di Versailles del 1919 aveva umiliato la Germania e tracciato confini destinati a sollevare molti problemi (c’è molto di quanto è capitato con l’implosione dell’Impero dell’Urss). Nel primo dopoguerra in Europa ci furono ben 8 milioni di apolidi. In Cecoslovacchia, su una popolazione complessiva di 15 milioni, i cittadini di etnia tedesca nei Sudeti ammontavano a 3 milioni.

Sono convinto che la differenza con l’appeasement del 1938 e l’epopea dell’Ucraina stia nel comportamento del popolo aggredito. Il governo cecoslovacco accettò di essere messo da parte e di non reagire, benché avesse un esercito composto da 24 divisioni (ed altre 15 in riserva), nonché una catena di fortificazioni ai confini. Nei Sudeti – è vero – operava un forte partito neonazista, ma una significativa resistenza sarebbe stata possibile, anche perché Hitler non disponeva ancora della potenza di fuoco del 1940.

Se la Cecoslovacchia avesse rifiutato il diktat degli alleati e deciso di combattere, forse anche la storia della Seconda guerra mondiale sarebbe stata diversa. Ora la differenza l’hanno fatta il governo e il popolo ucraino. Io sono convinto che se l’operazione militare speciale fosse riuscita nei tempi e nei modi previsti (Vladimir Putin invitò i militari ucraini a ribellarsi, mentre Joe Biden offrì a Volodymyr Zelensky un salvacondotto per mettersi in salvo), l’Occidente avrebbe marcato visita, come dopo l’annessione della Crimea.

Gli alleati dell’Ucraina si sono lasciati coinvolgere con una gradualità e una lentezza riprovevoli, di cui si pagano ancora le conseguenze. Ma alla fine non potevano perdere la faccia, anche se era molto dubbio che quei governi fossero in grado di darsi quel coraggio che le opinioni pubbliche non avevano.

Tutto ciò premesso, mi sono sentito folgorato sulla via di Damasco a leggere l’articolo nel quale Francesco Cundari afferma che l’Ucraina è la nostra Spagna, con riferimento alla guerra civile di quel Paese tra il 1936 e il 1939. È una suggestione che a suo tempo ebbi anch’io.

Ricordo poi di aver partecipato, nella mia città, Bologna, a un’iniziativa di Linkiesta per la presentazione di una pubblicazione sull’Ucraina. In quell’occasione uno dei relatori, Alessandro Maran, si avventurò nel paragone con argomenti suggestivi. Le differenze sono tante per quanto riguarda la situazione storica, i protagonisti, le forze in campo.

Soprattutto non siamo in grado di mettere a confronto le conseguenze, che ora non conosciamo, mentre allora furono la prova generale del Secondo conflitto mondiale tra le democrazie e i regimi nazifascisti. Ma i tratti comuni sono tanti: l’Ucraina resiste a una potenza autocratica che, nella storia, recita la parte che la commedia umana del XX secolo riservò al nazismo.

Anche nella conduzione della guerra vi sono delle analogie: in Spagna venne sperimentata la guerra aerea, in Ucraina quella cibernetica. Allo scoppio della guerra civile la Società delle Nazioni rivelò la sua impotenza, come l’Onu in Ucraina. I governi democratici, compreso il Fronte popolare francese, si voltarono dall’altra parte, proclamando un neutralismo farlocco e unilaterale che consentì alla Germania l’invio dell’aviazione (la Legione Condor), all’Italia di un corpo di spedizione di finti volontari armato di tutto punto.

Ci fu una reazione ideale (un po’ romantica) dell’antifascismo in esilio e dell’opinione pubblica democratica, che costituirono le leggendarie Brigate internazionali, le quali svolsero un ruolo importante nella difesa di Madrid e nel contrasto iniziale del golpe.

Potremmo dire che oggi si è rovesciata la situazione: sono i governi e le istituzioni europee ad aver avvertito l’esigenza di una solidarietà che il popolo ucraino ha già mostrato e ad aver agito – magari con eccessiva cautela – all’aggressione, mentre nell’opinione pubblica ha prevalso un timore di essere coinvolti che ha dissimulato una singolare tolleranza nei confronti di Putin.

Ad aiutare la Repubblica spagnola con continuità fu l’Urss, alterando a favore dei comunisti i rapporti, spesso conflittuali, tra le diverse componenti repubblicane. Poi, in vista dell’accordo Molotov-Ribbentrop del 1939, anche l’Urss abbandonò la Repubblica al suo destino. La storia non si fa con i se.

Sarebbe quindi tempo perso interrogarsi su cosa sarebbe successo se Hitler non avesse deciso di attaccare l’Urss, con la quale aveva spartito la Polonia e i Paesi Baltici in base al Patto del 1939. Il disimpegno unilaterale dell’Urss nella guerra civile spagnola oggi potrebbe tramutarsi in un analogo comportamento di Donald Trump in Ucraina.

Allora Stalin, per ragioni di Stato, era interessato a stabilire rapporti con Hitler per sottrarsi alla trappola delle democrazie europee che volevano mettergli contro la Germania; Donald Trump ha in mente di regalare a Putin quanto meno il Donbass per poter contare su un’alleanza di fatto contro la Cina popolare.

Per poter dire oggi con Francesco Cundari no pasarán, non basta firmare, come i volenterosi, un pagherò a babbo morto, ovvero annunciare una disponibilità a mandare truppe di interposizione una volta ottenuto il cessate il fuoco. Ha ragione Volodymyr Zelensky: il problema vero è quello di condurre la Russia a quel passo. Con la diplomazia non è stato ancora possibile. Perché non provare con le armi? Nella storia dei popoli prima o poi si presenta sempre una Danzica per cui morire.

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