No pasaránDate ascolto a Cercas: l’Ucraina è la nostra guerra di Spagna

La differenza fondamentale è che allora gli antifascisti sapevano da che parte stare (e da che parte stava il fascismo), scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Le Monde ha pubblicato ieri un importante intervento di Javier Cercas, grande romanziere spagnolo, tra i pochissimi al mondo capaci di scrivere e parlare di politica con intelligenza e serietà (come in quel gioiello che è «Anatomia di un istante»). La sua tesi è semplice: la guerra in Ucraina è la nostra guerra di Spagna. Non nel senso che sarà il preludio di una nuova guerra mondiale, questo Cercas ovviamente non può saperlo. Quello che però sa è che oggi si combatte una guerra tra autocrazia e democrazia e che «la prima linea del fronte si trova in Ucraina, come si trovava in Spagna negli anni Trenta».

Da tempo ministri e capi di stato maggiore europei ci mettono in guardia sulla probabilità che la Russia sferri un attacco diretto su suolo europeo entro il 2030, mentre subiamo già i suoi attacchi informatici, i ripetuti sconfinamenti dei droni, le campagne di disinformazione mirate a favorire i partiti più allineati agli interessi del Cremlino. E il peggio è che, a differenza degli anni Trenta, non possiamo nemmeno contare sugli Stati Uniti, che fanno ormai a gara con Mosca nel tentativo di smantellare l’Ue (e infatti sostengono gli stessi partiti nazionalpopulisti e filorussi).

Ecco perché, per prima cosa, l’Ue deve continuare a sostenere l’Ucraina, per non ripetere l’errore commesso dai democratici europei negli anni Trenta, quando abbandonarono la Repubblica spagnola nel tentativo di trovare un appeasement con Hitler e Mussolini. E sappiamo come è finita.

Cercas allarga poi il discorso alla «rivoluzione ideologica» di cui l’Europa ha bisogno per poter superare questo difficile momento. Il ragionamento si conclude così: «Il nazional-populismo scatenato dalla crisi del 2008, i cui leader più in vista sono attualmente Donald Trump e Vladimir Putin (con Xi Jinping sullo sfondo), incarna l’ultimo o il penultimo sussulto di un nazionalismo che si rifiuta di scomparire e che è il responsabile ultimo della guerra tra democrazia e autocrazia che si sta attualmente svolgendo nel mondo (…). Abbiamo bisogno di una rivoluzione incruenta per passare dal modello di pensiero nazionalista – fatto di scontri, identità e sovranità esclusive – al modello di pensiero federalista – fatto di collaborazione, identità e sovranità condivise. Una rivoluzione tanto colossale quanto indispensabile, senza la quale un’Europa veramente unita è impossibile».

Condivido tutto e aggiungo solo una cosa: una differenza che mi pare importante, e particolarmente evidente in Italia, come mostra da ultimo l’osceno video in cui i professori Alessandro Barbero e Angelo d’Orsi, dal palco di una pubblica iniziativa, sghignazzano sulla storica appartenenza della Crimea alla Russia, esattamente come due fascisti dell’epoca avrebbero potuto fare a proposito dell’appartenenza dei Sudeti alla Germania.

La differenza fondamentale tra oggi e allora, caro Cercas, è purtroppo proprio questa: che allora almeno gli antifascisti sapevano da che parte stare, e da che parte stava il fascismo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

X