I predatoriL’Unione Europea è vulnerabile perché manca di fiducia politica in sé stessa

Rafforzare la sicurezza condivisa e l’autonomia industriale non è un tradimento dell’Europa sociale, ma la condizione per renderla difendibile e riconoscibile dai cittadini

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«Se non credi tu in te stesso, come puoi immaginare che ci credano gli altri?» Riprendendo le parole di Kobe Bryant, quante volte abbiamo sentito o noi stessi pronunciato questa frase ad un amico, ad un parente, ad uno studente? Forse è arrivato il momento di dirla anche all’Unione Europea. La sensazione è che oggi l’Ue sia esposta a una duplice vulnerabilità, esterna e interna, che fatica ad affrontare per una carenza di fiducia che si traduce in fragilità percepita, se non in vera e propria debolezza. Fiducia, in questo caso, significa investimento, visione, coraggio. Come ha ricordato Draghi nel suo recente discorso: «un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori». Un animale spaventato che si trova tra due predatori più forti finisce per essere azzannato da entrambi, e per primo. L’Europa oggi rischia di essere esattamente questo: esposta, vulnerabile, in una competizione globale sempre più dura, nella quale restare immobili significa arretrare.

Il punto cruciale è che questa vulnerabilità è doppia. Sul piano esterno, l’Unione si muove in un contesto geopolitico sempre più predatorio, nel quale il diritto internazionale viene sistematicamente messo in discussione. Ma la fragilità è anche interna e si manifesta nella difficoltà dell’Ue a essere riconosciuta come garante concreto di opportunità, sicurezza e protezione. Una debolezza che si alimenta anche delle molteplici influenze esterne che attecchiscono in un’opinione pubblica disorientata. Il risultato è un circolo vizioso: più l’Europa appare debole, più diventa vulnerabile; più è vulnerabile, più cresce la tentazione di rifugiarsi in risposte nazionali o conservatrici che finiscono per indebolirla ulteriormente.

Per questo la risposta dell’azione politica deve essere duplice. Da un lato, investire per rafforzare con urgenza e senza ambiguità la nostra capacità di difesa. Dall’altro, lavorare per rafforzare il progetto europeo nel suo complesso. Abbiamo bisogno di ritrovare l’orgoglio di essere europei, pur nella consapevolezza dei limiti dell’attuale modello, e la determinazione a investire per la sua difesa.

In questo contesto, è efficace l’immagine utilizzata recentemente da Giorgio Tonini, che descrive l’Europa come un toro erbivoro in un mondo di predatori carnivori. Un animale pacifico, non aggressivo, ma un animale che, proprio per difendere il suo modello pacifico, deve dotarsi di corna robuste, cioè capacità di deterrenza, e di un cervello potente, fatto di conoscenza, capacità tecnologica e autonomia strategica.

La guerra in Ucraina lo ha reso evidente, le minacce alla Groenlandia ancora di più: la pace non è scontata e la minaccia è reale. Rafforzare la capacità di difesa europea è una necessità politica. Strumenti come il piano SAFE non rappresentano una deviazione dall’Europa sociale, ma una condizione per la sua stessa sopravvivenza. 

Anche su questo fronte, se in alcuni casi ci stiamo muovendo nella giusta direzione, la risposta deve essere più ambiziosa. Non può limitarsi a spendere di più a livello nazionale, ma puntare a spendere di più insieme, rafforzando campioni industriali europei (non Usa, come spesso accade oggi) e promuovendo nuovi consorzi comuni.

Di più: perché non aprire, tra le forze politiche europee, un dibattito sull’idea di riprendere oggi la Comunità europea di difesa, come prototipo istituzionale? Come suggerisce Federico Fabbrini con il progetto ALCIDE, il trattato potrebbe perfino essere riattivato con la ratifica di Italia e Francia e costringerci finalmente ad affrontare i nodi veri: bilancio comune, controllo democratico, rapporto con la Nato e deterrenza. E ancora, perché non ragionare sull’estensione della copertura dello scudo nucleare francese? Sono questioni complesse, fuori dall’ordinario, ma forse è il tempo che entrino (o tornino) nell’agenda del dibattito politico europeo.

Tuttavia, per rafforzare le corna del toro erbivoro serve anche un rafforzamento interno. La difesa comune è necessaria per preservare il modello europeo, ma rafforzare il pilastro sociale dell’Ue, insieme a quello fondamentale della produttività e della formazione delle opportunità, è indispensabile per consolidare e creare consenso attorno a quella stessa difesa.

In questo percorso passa anche dalla capacità dell’Unione di produrre beni pubblici europei chiaramente riconoscibili: servizi comuni erogati direttamente dall’Unione Europea, visibili nella vita quotidiana dei cittadini. Energia, sicurezza, welfare, formazione: costruire pochi beni pubblici comuni, ma concreti, che renda l’Unione Europea riconoscibile. Perché ciò che genera opportunità e protezione nella vita quotidiana crea appartenenza. E ciò che crea appartenenza mobilita la determinazione a difenderlo.

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