La fisica infantileManiacuore Schettini, e il Paese del posto fisso nel secolo del personal branding

Il professore da tre milioni e quattrocentomila follower, e teatri sempre pieni, è perfetto per un’epoca che ha bisogno del tutorial per lavarsi i capelli o aprire una scatoletta di tonno. Ora è al centro di una polemica perché ha detto che in passato costringeva i suoi alunni a guardare le sue dirette

Lapresse

Io questo Vincenzo Schettini per cui si stanno tutti strappando i capelli non lo conoscevo, perché nessuno può conoscere tutti quelli che si accendono la telecamera in faccia e dicono cose, in un pianeta in cui lo fanno tutti e ce li abbiamo tutti in tasca e magari sono famosissimi per milioni di persone che li guardano far colazione ma non è che abbiano interpretato “Cleopatra” e quindi chi non li ha mai spolliciati su Instagram ne ignora l’esistenza.

Io questo Vincenzo Schettini non lo conoscevo e all’inizio ci ho messo un po’ a capire che non era quello del naufragio, quello di «Vada a bordo, cazzo», quello ascoltando la telefonata del quale imparammo la parola «biscaggina». Quello, se siete distratti come me, si chiama Francesco Schettino.

Io questo Vincenzo Schettini non lo conoscevo, e non mi pare fosse una lacuna: è un professore di fisica che dice «alzarsi» con la zeta dolce, che dice «cosa» con la «o» di Lino Banfi, che chiede ai follower «voi di che team siete?», che fa i cuoricini con le mani. È la conferma alla tesi che ha codificato Sophie Gilbert nella stroncatura di “Cime tempestose” che ha scritto per l’Atlantic: abbiamo tutti dodici anni.

I più affezionati lettori di questa paginetta diranno maccome, Sorcioni, lei ce lo dice da anni che i trenta sono i nuovi dodici e i cinquanta sono i nuovi quindici, ma io vi giuro che non voglio mi riconosciate il primato: voglio solo che per una volta il provincialismo torni utile e, ora che l’ha detto un’americana, ci decidiamo a capire che la dodicennitudine collettiva è l’unica chiave con cui interpretare il secolo sbandato in cui viviamo.

Proprio come Emerald Fennell – proprio come qualunque autore di successo in questi anni, in qualunque forma si esprima e qualunque genere frequenti – Schettini (che per non confonderci col naufragio d’ora in poi chiamerò Maniacuore) dà agli adulti un prodotto semplificato per dodicenni, formulato in maniera elementare per dodicenni, portato al livello del dodicenne scemo della classe (finiremo mai di chiedere scusa a Silvio Berlusconi per non aver capito per tempo che aveva ragione su praticamente tutto?).

Ma non è per il prodotto che si stanno tutti indignando, anche perché per indignarci del fatto che i prodotti in circolazione siano per dodicenni dovremmo non essere tutti dodicenni. Maniacuore è il prodotto perfetto per un’epoca che ha bisogno del tutorial per lavarsi i capelli o per aprire una scatoletta di tonno.

Cinquantadue anni fa, quando faceva l’attore in “Arcibaldo”, Rob Reiner improvvisò la gag calzino-scarpa: ci si infilano prima tutti e due i calzini, o un calzino e una scarpa, e poi l’altro calzino e l’altra scarpa? Se quella puntata di “Arcibaldo” andasse in onda oggi, la popolazione si bloccherebbe, scalza, in attesa d’un tutorial a spiegarle il giusto ordine.

Il prodotto Maniacuore è adeguato al suo tempo, l’indignazione deriva dal venir meno quel benedetto fluidificante sociale che chiamavamo ipocrisia: Maniacuore va in un podcast per adulti di dodici anni, e pronostica che molti insegnanti chiederanno il part time a scuola perché «cominceranno a proporre i loro contenuti on line, magari anche a pagamento».

(Nel mio fascicolo di parole che svelano che non abbiamo niente da dirci, «contenuti» si trova dalle parti di «ci sta», ma devo ammettere che uno con la dizione di Maniacuore potrebbe avere anche il lessico di Arbasino e io non lo starei a sentire comunque: niente paura, non c’è scarsità di dodicenni, non gli mancherò).

La scuola dev’essere gratuitaaaa, strepitano gli indignati, e io sospetto che questo principio ci abbia ridotti ciò che siamo, dodicenni analfabeti: se una cosa è gratuita, la percezione è che non valga niente. Ma cosa pensi io di come andrebbe gestita l’istruzione non importa, sia perché con me non sono d’accordo neppure io, sia perché incredibilmente non sono ancora imperatrice.

Mi pare che le domande siano altre. Perché Maniacuore, con tre milioni e quattrocentomila follower, teatri pieni da qui a maggio, libri che vendono, un programma televisivo, e tutta la gloria che mai avrebbero potuto sognare per lui i suoi genitori, va in un podcast le cui puntate non arrivano al milione di visualizzazioni neanche in caso di prolungate polemiche, e in genere si fermano tra le cento e le quattrocentomila?

E una volta che è lì, una volta che è lì per vanità, che è lì per bulimia, che è lì per malintesa idea di legittimazione, chi glielo fa fare di dire che lui è diventato famoso su YouTube costringendo i suoi alunni a guardare le sue dirette?

Ovviamente su TikTok c’è già il video di lui giovane che effettivamente diceva «Chiunque parteciperà a questa live e risponderà correttamente, io assegnerò un voto in più per la prossima interrogazione o verifica scritta», perché l’internet è piena di sfaccendati pronti a rinfacciarti il tuo passato, specie quando sei così poco furbo da alzargli palla sotto rete (c’è un tutorial di codice penale che sappia dirci se alzare voti ai compiti in classe in cambio di presenza pomeridiana al proprio vanity project sia falso in atto pubblico?).

Naturalmente il punto non è la smania di far soldi che chiunque sia cresciuto con Gordon Gekko considera buona e giusta. Il punto è l’ibridazione d’un paese cresciuto a pane e posto fisso che si trova all’improvviso nel secolo del personal branding. Vale la questione delle istituzioni in declino che scrivevo la settimana scorsa parlando di Repubblica: proprio come Repubblica serve ormai all’editorialista medio solo come riempitivo di sottopancia autorevole col quale la tv lo paghi di più, all’influencer la scuola serve per avere una parvenza d’istituzionalità. Ha degli allievi, non solo dei cuoricini.

C’è una modalità di Instagram nella quale un tempo era specializzata Chiara Ferragni. Consiste nell’ignorare l’impaginazione, la sequenza in cui chi ti segue vedrà le cose, nel non porsi mai quel problema che nei telegiornali (parlandone da vivi) si risolveva con «ma adesso voltiamo pagina». Le storie della Ferragni erano esemplari, quindici secondi di guardate che belli i miei bambini, quindici di siamo contro la guerra, quindici di ho una borsa nuova, quindici di giù le mani dalla 194. (Ci saranno sicuramente nuove Ferragni che fanno la stessa cosa, ma io a parte la Ferragni non ho mai guardato queste che s’accendono la telecamera in faccia e quindi non so i nomi: pensate a quelle che volete).

Sulla sua pagina, “La fisica che ci piace”, venerdì Maniacuore ha postato un video dicendo che lo stavano attaccando e distorcendo e decontestualizzando. Dicendo «ci ho creduto in me stesso» (pronunciato «stèsso»). Dicendo «proprio qui in Italia la cultura continua ad essere messa sotto i piedi», e non si riferiva alla propria dizione. (Sì, vi vedo che state commentando «Soncini antimeridionalistaaaa», poi sulla dizione ci torniamo, portate pazienza).

Il giorno dopo il video drammatico di contenimento della crisi reputazionale, è però il turno del video simpatico in cui la vita di coppia serve a spiegare la fisica. Mio marito – Maniacuore, come molti omosessuali italiani, non ha chiaro che, finché s’accontenta e usa le parole d’una roba vera per chiamare una roba finta, il matrimonio egualitario non arriverà – vuole rifare il letto appena svegli; la fisica dice che l’umidità della notte produce acari; hanno ragione quelli del team «non rifacciamo il letto subito».

Il tono lieve della pagina è ripristinato? No, perché intanto ex allievi hanno detto che era un professore vanesio (chi l’avrebbe mai detto) e lui deve pubblicare la letterina di quelli che dicono che era il professore migliore del mondo (i danni che ha fatto “L’attimo fuggente”, neanche la grandine).

In sintesi, è una gara al ribasso tra lui, che ritiene venga violato un suo diritto umano se lo si irride per la dialettica traballante con cui s’inguaia da solo, e chi lo sbugiarda, che si percepisce Woodward e Bernstein per aver detto che un tizio che si accende la telecamera del telefono in faccia lo fa per soldi (ma chi l’avrebbe mai detto, ma che mondo signora mia, non ci son più le vocazioni).

Maniacuore e i suoi detrattori sono accomunati da dizioni diverse ma egualmente da brividi, e qui vengo a voi che avrete già smesso di leggere per correre a commentare il classismo e il leghismo della mia fissazione per le dizioni. Voi che parlerete peggio di Maniacuore e peggio dei suoi detrattori: è statisticamente improbabile che siate tra quei quattordici italiani che parlano in italiano.

Sì, Maniacuore è pugliese. No, se fosse veneto non sarebbe meglio, almeno non per me che sono piena di fisime e mi fanno schifo tutti gli accenti, del nord e del sud, per non parlare di quelli particolarmente terribili del centro. Sì, l’Italia è un paese di campanili (vi so molto amici delle frasi fatte). No, non mi pare sia normale che la tv degli anni Cinquanta s’impegnasse a far parlare gli italiani in italiano e i mezzi degli anni Venti ci abbiano del tutto rinunciato.

Vi faccio inoltre presente che quella che generosamente chiamo fisima è una richiesta di istruzione di base: sapere quali vocali hanno un accento acuto e quali un accento grave è parte del pacchetto «sapere l’italiano».

Se non lo sai, poi finisce che anche allo scritto zoppichi, e infatti il secondo articolo che mi compare sul sito “La fisica che mi piace” ha il titolo da bocciatura alle elementari “Il futuro delle nostre comunicazioni passano dalla luce quantistica”: per carità, i lapsus capitano, ma è passato un mese dalla pubblicazione e a nessuno è venuto in mente andasse corretta quella concordanza.

Poi capisco pure che abbiamo dodici anni e competenze intellettuali da dodicenni, e in questo momento sul Twitter (o come si chiama ora) americano va di gran moda una polemica sul fatto che è abilista pretendere che gli scrittori sappiano leggere, e figurarsi se non è vessatorio pretendere che tra i requisiti indispensabili per parlare al pubblico ci sia saper parlare.

Poiché non possiamo pretendere che il mondo torni com’era, mi chiedo se ci sia qualche influencer in cui riporre le nostre speranze d’arginare la disfatta. Uno disposto a fare dei tutorial su come leggere e come parlare. Quelle robe che una volta – quando dodici anni ce li avevano solo i dodicenni – ci insegnavano i genitori o le maestre elementari, e adesso evidentemente no.

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