Brughiera pop“Cime tempestose” è il film perfetto per un’epoca che scambia il kitsch per modernità

Anacronismi, estetica social e polemiche identitarie accompagnano l’adattamento cinematografico del romanzo di Emily Brontë. Ma, come sempre, il vero fenomeno è un pubblico che pretende opere sempre più simili alle proprie ridotte capacità di concentrazione

AP/Lapresse

Non ho ancora visto il film da “Cime tempestose”, e la preposizione «da» è obbligatoria perché la regista dice che è impossibile fare un film che sia “Cime tempestose”, se ne può solo dare una propria lettura, e infatti lei ha preteso che sulla locandina la dicitura stia tra virgolette, il che forse imporrebbe a chi abbia norme redazionali per cui i titoli vanno tra virgolette, come Linkiesta, di scriverlo con doppie virgolette, ma sono abbastanza certa che Emerald Fennell non legga la stampa italiana quindi disubbidirò.

Non l’ho ancora visto ma sono sicura sia una porcheria da quando ho visto il trailer in cui la sedicenne Catherine Earnshaw è interpretata da una quarantenne: Margot Robbie ha trentacinque anni, e sembra la madre dell’attore ventottenne che fa Heathcliff (non serve essere studiosi di Mike Nichols per sapere che non conta quanti anni abbiano davvero gli attori, ma come risultino sullo schermo: Anne Bancroft era credibile come suocera di Dustin Hoffman pur avendo solo sei anni più di lui).

Sono sicura che sia una porcheria da quando ho visto un dialogo nella brughiera della seconda metà del Settecento inglese che sembra la pubblicità di un servizio di sbiancamento dentale. Ho amici che mi rimproveravano la mia intolleranza ai denti bianchi nel “Trono di spade”, ma quello era almeno un universo in cui c’erano i draghi: qui che scusa abbiamo, per mettere in scena gente senz’acqua corrente con denti che paiono la porcellana d’un bidet?

Ho osservato con grande divertimento lo scandalo delle ragazze per cui “Cime tempestose” è un libro del cuore, che accusano d’indegnità Fennell che sicuramente non l’ha letto, come se un romanzaccio rosa gotico che si legge a scuola fosse chissà quale sofisticato consumo culturale.

Emerald ha tolto il fratello di Catherine e fa fare la parte del cattivo al padreeee, come osaaaa. Ma benedette ragazze, l’avrà fatto per voi, così col vostro povero vocabolario pieno di automatismi potete dire «patriarcato tossico» e tornate dal cinema gongolando. O forse è seguace di David O. Selznick, secondo il quale se adattavi un classico della letteratura potevi solo togliere e mai aggiungere: il fratello di Cathy come i primi due figli di Rossella O’Hara, non che voi sappiate di cosa io stia parlando.

In quinta liceo per il programma di letteratura inglese ci fecero leggere tre romanzi, e naturalmente “Cime tempestose” era il mio preferito, perché a diciott’anni si è stupide davvero. Con trentacinque anni di senno di poi, so che gli altri due – “Orgoglio e pregiudizio” e “La signora Dalloway” – sono vertiginosamente meglio, e che se ci fosse nella storia della letteratura un numero presentabile di scrittrici potremmo ricacciare Emily Brontë nel posto minorissimo che le spetta. Ma, siccome le donne che hanno scritto romanzi tra l’Ottocento e il Novecento sono un numero irrisorio, ci tocca dire che sono tutte geni.

Per fortuna adesso è pieno di romanziere, così possiamo dire che scrivono porcherie in media con la frequenza con cui scrivono porcherie gli uomini, e la tutela di genere si è spostata sul cinema, dove tocca gridare al capolavoro per ogni film diretto da una femmina: se Emerald Fennell non avesse una vagina, farebbe la regista con successo?

Forse sì, perché il kitsch è ormai l’unico linguaggio esistente. Ieri sul Corriere della sera Paola Di Caro ha intervistato Ignazio La Russa su Andrea Pucci (la polemica che ci possiamo permettere), e La Russa dice una frase illuminante che il Corriere ha l’intuito di mettere anche nel titolo: «Fa morire dal ridere, parla come parla la gente a cena, di cose comuni, quelle che riguardano la vita di tutti noi».

È andata così: che esisteva il talento, dovevi saper fare delle cose, saper scrivere meglio di me per vincere il Nobel per la Letteratura, saper costruire una battuta meglio del mio commercialista per guadagnarti da vivere facendo il comico, saper cantare e ballare e recitare per fare un programma televisivo. Poi è arrivato il secolo del consenso, e il talento è diventato un ingombro, una zavorra, un complesso: non lo voglio vedere, uno più bravo di me, non lo sapete che ho la temibile sindrome dell’impostore? Datemi uno del quale dire «ecco, io – che faccio tutt’altro mestiere – questa cosa l’avrei fatta precisa identica», e io di quell’uno le cui competenze e i cui talenti consistono nell’essere proprio-come-me-a-cena farò un professionista di successo. Lo Zeitgeist è di corrente larussiana.

È con questa deriva qui che “Cime tempestose”, il romanzetto che ci piaceva quando non avevamo i lobi frontali abbastanza sviluppati da apprezzare quanto fosse sofisticata Jane Austen, è diventato un romanzo difficile. Una scrittrice su un social si congratula con sé stessa per averlo riletto nonostante sia lungo (sono quattrocento pagine di emotività da reality: “Via col vento” è d’un migliaio di pagine, “50 sfumature” settecento), e io sospetto che non sia ironica.

Che poi, non so neanche quanto la difficoltà riportata dagli italiani sia desiderio mimetico. Gli americani vabbè, Brontë scrive a metà Ottocento e quell’inglese lì per un texano d’oggi è effettivamente una lingua straniera. Ma un lettore che lo legge in italiano lo legge in una traduzione rifatta quindici anni fa perché, terrorizzati dal pubblico scemo, gli editori aggiornano continuamente le traduzioni come faceva quel tg di Luttazzi: per venire incontro alle nostre ridotte capacità mentali.

Ieri c’era un’intervista, sulla Stampa, in cui Walter Siti diceva: «Che Cime Tempestose risulti ostico non mi stupisce: ho smesso di insegnare nel 2007, e già allora, quando assegnavo Dostoevskij, mi dicevano che era troppo lungo e non succedeva niente. Come si fa a dire una cosa così? Poi ho capito: il problema, per loro, erano le descrizioni tra un fatto e l’altro, perché li smarrivano. Solo che le descrizioni, nei romanzi, servono ad arrivare ai personaggi».

Sospetto che Siti non concordi con me che il miglior romanzo di Philip Roth sia “Inganno”, e sospetto che il problema non siano le descrizioni, ma le parole: forse se glielo facciamo a fumetti, se andiamo loro incontro un altro po’, se rendiamo tutto ancora più alla portata delle ridotte capacità mentali del presente.

Non so perché mi è venuto in mente Mike Nichols, una volta in cui si lamentò della moralizzazione delle opere di finzione, che è stata il primo tassello dell’instupidimento. Questa lady Macbeth non potresti farmela più amabile, iperbolizzava. No che non posso, perché character is plot (tradurrei con «sono i personaggi che fanno la trama», ma poi la povera prof che passò la terza liceo a spiegarci la differenza tra story e plot viene a prendermi a coppini).

Ho mentito: so benissimo perché mi viene in mente la lady Macbeth affettuosa. Perché, appunto, la suscettibilità è sempre il primo segno che stiamo diventando più scemi, e infatti prima di «eh ma è un libro difficile» sui social c’è stato un annetto di «come osate far fare a Elordi, che è bianco, Heathcliff, che è sempre stato nero».

Quand’eravamo giovani c’era Chris Rock che faceva l’angelo nero in una satira del cattolicesimo, adesso ci sono gli afroamericani nella brughiera inglese del Settecento. Poiché quel pubblico scemo è esattamente il pubblico della Fennell (o di “Bridgerton”), la governante che nel romanzo racconta la storia nel film è una thailandese, etnia diffusissima nelle campagne inglesi del Settecento (non era meglio metterci i draghi?).

Comunque, io il film di cui più si parla, e che finirà pure per essere un successo, ancora non l’ho visto (anche perché esce domani), ma sono gratissima che l’abbiano fatto. Non perché costringerà a leggere quel romanzaccio (anche se il New York Times riferisce che, al solo parlarne, in America le vendite sono raddoppiate tra il 2024 e il 2025, e in Italia sono addirittura triplicate); ma perché ha ravvivato i critici cinematografici che stanno scrivendo le più favolose stroncature che abbia letto da quando erano vivi Roger Ebert o Pauline Kael.

Non tutti: all’Atlantic è piaciuto, inspiegabilmente; il New Yorker arriva a dire che gli anacronismi sono una scelta con cui Fennell vuole dirci «che quello tra Catherine e Heathcliff è un amore trascendente, che ha luogo oltre i limiti del tempo e della storia». Sembra di sentire Mike Bongiorno che urla «sempre più in alto».

«La principale indicazione di regia che la Fennell ha dato a Elordi sembra essere stata: ottimo, ma non è che puoi anche leccarlo?» (dalla recensione del Times; vi ricordo che nel precedente film della Fennell, “Saltburn”, la scena di maggior successo era quella in cui il protagonista leccava il fondo della vasca in cui Elordi si era fatto il bagno facendosi una sega).

«La moderna crisi dell’alfabetizzazione ha trovato una nuova guida nel “Cime tempestose” di Emerald Fennell. È il classico di Emily Brontë del 1847 per una cultura il cui disprezzo per la letteratura è arrivato al punto di non volere più che allarghi la mente ma che la intrattenga» (incipit della recensione dell’Independent, ignara delle analfabete italiane che col libro vogliono darsi un tono e quindi comprano le altre edizioni ma non quella Einaudi con gli attori in copertina).

«Alcune delle idee visive sono impressionantemente bislacche. Le pareti della stanza di Cathy hanno una carta da parati che ha l’aspetto della sua pelle, comprese le vene e le lentiggini. L’effetto è inquietante e surreale. Certo, vi può sembrare sfinente l’urgenza del film di darci continuamente nuove cose per cui strabiliarci – o magari di darle a TikTok, che ha contribuito a fare di “Saltburn” un successo virale» (dalla recensione del Financial Times).

Io “Cime tempestose” non l’ho ancora visto, e adesso sono terrorizzata di restarne delusa: riuscirà questo monumento al kitsch a essere all’altezza delle stroncature e a produrre un pubblico sempre più scemo che scambi gli Harmony d’epoca per grande letteratura?

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