Pantano IranA Trump è servita una guerra per capire che ha bisogno degli alleati

Il presidente degli Stati Uniti chiede l’intervento della Nato nello stretto di Hormuz e minaccia ripercussioni se non avverrà. Poi al no di Gran Bretagna e della Ue (insolitamente unita) fa l’offeso, e dimentica di averli bistrattati in ogni modo

Le petroliere allineate all'ingresso dello stretto di Hormuz / LaPresse

È proprio vero: gli amici si vedono nel momento del bisogno. Ma qual è l’idea che Donald Trump ha dell’amicizia? E cosa ti puoi aspettare dagli amici/alleati dopo che li hai bistrattati in ogni modo possibile?

Il sunto della questione – il no di Gran Bretagna e Germania a mandare le proprie navi nello stretto di Hormuz – a spanne è questo. Anche se non sarà facile sbattere la porta in faccia alla Casa Bianca e le ripercussioni potrebbero portare direttamente al cuore dell’Europa.

Vediamo meglio, però, e ricostruiamo i fatti. Trump, intervistato dal Financial Times sulla guerra con l’Iran, lancia un avvertimento. «È giusto – dice – che coloro che beneficiano dello stretto di Hormuz contribuiscano a garantire che non accada nulla di male». Il blocco navale che impedisce il passaggio delle petroliere è un danno per l’Europa e la Cina, non per gli Stati Uniti che sono autosufficienti dal punto di vista energetico: è il ragionamento del presidente americano. E fin qui, come dargli torto?

Poi però il messaggio assume i toni di una minaccia: «Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto dannoso per il futuro della Nato». Le parole di Trump, pronunciate nel corso di una telefonata con il quotidiano britannico durata otto minuti, arrivano il giorno dopo dell’appello a uno «sforzo congiunto» già rivolto a Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito. Evidenti segnali della preoccupazione di Trump per un guaio che forse aveva sottovalutato, e strumento di pressione esercitato proprio alla vigilia del Consiglio per gli Affari Esteri dell’Unione europea. 

Ue e Nato sono due cose differenti, ma non può sfuggire che si tratti di una bella gatta da pelare proprio per gli alleati europei, seppure a botta calda sembrino voler dare un due di picche. «​Non è una guerra della Nato, che è un’alleanza per la difesa del territorio. Non vi è alcun mandato per il dispiegamento della Nato», fa sapere il governo tedesco per bocca del portavoce Stefan Kornelius. A cui poco dopo si aggiunge il premier britannico Keir Starmer: «Innanzitutto, proteggeremo i nostri uomini nella regione. In secondo luogo, pur adottando le misure necessarie per difendere noi stessi e i nostri alleati, non ci lasceremo trascinare in una guerra più ampia». 

Insomma, la Nato è un’alleanza difensiva: in base a quale legittimazione potrebbe intervenire a migliaia di chilometri di distanza dai suoi territori, senza un proprio Stato membro attaccato, e al fianco dell’aggressore, codici di diritto internazionale alla mano. Anche perché alla domanda su quale aiuto si aspettasse, Trump è abbastanza sincero: «Qualsiasi cosa serva», comprese «persone che eliminino alcuni elementi pericolosi che si trovano lungo la costa». Non solo navi di scorta alle petroliere o dragamine di cui le marine europee sono ben fornite, quindi, ma anche commando che svolgano vere e proprie operazioni sul campo.

Una richiesta esplicita, ma anche una reazione immediata che Trump non si attendeva. «Sono molto sorpreso – ha replicato ore dopo, rivolto soprattutto ai britannici -. Ho chiesto aiuto non perché abbiamo bisogno di loro, ma perché voglio vedere come reagiscono. Ho sempre detto che, quando avremmo avuto bisogno, loro non ci avrebbero protetto». Una soluzione improntata alla mediazione era stata avanzata dall’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, cioè un’estensione al Golfo dell’operazione Aspides, attiva nel Mar Rosso a difesa dagli assalti degli houthi yemeniti, ma ha subito suscitato i dubbi dei ministri dei Ventisette, insolitamente uniti e favorevoli a un più prudenziale (e salutare) rafforzamento della missione attuale. Una linea, stavolta, benedetta anche da Giorgia Meloni senza se e senza ma: «Intervenire a Hormuz sarebbe oggettivamente un passo avanti verso il coinvolgimento».  

Impossibile poi sottacere le frizioni che da mesi esistono all’interno della Nato, con Trump intento a rivendicare la Groenlandia (che è territorio dell’alleata Danimarca), a sottovalutare il ruolo svolto dai soldati della coalizione atlantica in Afghanistan, con 457 caduti solo tra i britannici, a provocare un po’ tutti chiedendone l’intervento contro gli immigrati illegali dal Messico. Fino alla guerra dichiarata all’Iran senza avvertire i leader europei e alla sospensione delle sanzioni petrolifere alla Russia, nonostante la contrarietà «di sei dei sette Paesi del G7». Parola del cancelliere tedesco Frederich Mertz. 

Nelle dichiarazioni del presidente americano al Financial Times, però, è già contenuta la possibile ripercussione: «Siamo stati molto gentili. Non eravamo obbligati ad aiutarli con l’Ucraina. L’Ucraina è a migliaia di chilometri da noi…». Ed è questo che adesso i più avveduti tra gli europei temono: la trappola ai danni di Zelensky, l’occasione per sfilarsi, dando come sempre la colpa a qualcun’altro.

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