Al cuore del regimeIsraele uccide Ali Larijani, e i Pasdaran perdono il centro decisionale

L’eliminazione del principale mediatore tra apparato militare e autorità religiosa ha aperto un’ulteriore crisi profonda nei vertici di Teheran

AP/Lapresse

L’uccisione da parte di Israele di Ali Larijani per il regime dei Pasdaran è ancora più grave di quella di Ali Khamenei. Non smentita credibilmente dal governo iraniano, ma ufficialmente annunciata dal governo di Gerusalemme, questa eliminazione significa infatti che il vertice del potere iraniano è entrato in crisi, perché ha perso con questo leader, un incrocio tra i cardinali Richelieu e Mazarino, l’indispensabile ponte tra lo strapotere dei Pasdaran e l’altrettanto indispensabile prestigio ideologico degli ayatollah. Ma soprattutto questa uccisione dimostra che questo vertice rivoluzionario è infiltrato marcio dai referenti del Mossad. A questo si aggiunge poi l’umiliazione pesantissima della contemporanea uccisione di Gholamreza Soleimani, comandante dei Basij, gli squadristi di bassa leva del regime, il responsabile diretto della recente strage di decine di migliaia di manifestanti.

A differenza di Ali Khamenei, che esercitava il massimo potere politico, che era la fonte di tutte le direttive e gli indirizzi, ma che era di statura ideologica più che mediocre, Ali Larijani incarnava infatti sia il massimo di elaborazione ideologica del khomeinismo degli anni duemila, sia il leader che materialmente amministrava il potere decisionale concreto ai massimi livelli. Per farci capire con un paragone un po’ forzato come lo sono tutti, là dove Ali Khamenei giocava il ruolo di re Giorgio V durante la Seconda Guerra mondiale, Ali Larijani interpretava, e bene, il ruolo di Winston Churchill. Mojtaba Khamenei, in questo contesto, giocava invece e solo il ruolo del traffichino di famiglia, addentro solo a tutti i giochi e i complotti di palazzo, pessimo oratore, scialbo e bravo solo a fare lo speculatore immobiliare a Londra. Tutte caratteristiche che l’hanno fatto scegliere come successore del padre come Guida Suprema: un utile fantoccio nelle mani dei Pasdaran.

Ora che Ali Larijani è stato ucciso dal Mossad il contraccolpo morale per il regime è al livello del disastro perché lui stesso il 14 marzo, iperprotetto dalle guardie del corpo, era sceso a passeggiare tra la gente nelle strade di Teheran per dimostrare al mondo la sua imprendibilità, la tracotanza di essere irraggiungibile, al sicuro, perché protetto dal suo popolo e dai suoi Pasdaran. Non era vero.

Il vero problema ora, come abbiamo detto, è che Larijani, di cui gli israeliani hanno eliminato anche il figlio e il vice, non è sostituibile come eminenza grigia del regime perché nessun altro leader incarna e accentra nella stessa persona i terminali di tutte le cordate e i centri decisionali dei Pasdaran e di tutte le cordate e i centri decisionali degli ayatollah.

Di più, come vedremo, nessun altro leader rivoluzionario ha la sua cultura e soprattutto la sua eccellente conoscenza del pensiero dell’Occidente, del nemico.

Il suo potere ha avuto una origine precisa: è stato il figlio della più alta nomenklatura khomeinista. È nato infatti a Najaf, in Iraq, il vero centro religioso mondiale, il vero Vaticano dell’universo sciita, dove suo padre il Grande Ayatollah Mirza Hashem Amoli, che godeva di un enorme prestigio religioso come “massima fonte di emulazione”, era fuggito in esilio per dissenso con la dinastia Pahlavi. Quindi vantava per nascita “quarti di nobiltà” nell’entourage di Ruhollah Khomeini che aveva seguito la stessa strada dell’esilio da oppositore a Najaf. Una origine familiare privilegiata che ha fatto sì che anche i suoi fratelli abbiano scalato agilmente come lui i vertici del potere rivoluzionario. Suo fratello maggiore è infatti il potente ayatollah Sadeq Larijani, ex capo del potere giudiziario iraniano e oggi a capo del fondamentale e neoplatonico Consiglio di Discernimento dell’Utilità, organo di mediazione tra il Majlis e il Consiglio dei Guardiani, che soprattutto supervisiona la decisiva nomina della nuova Guida Suprema. Uno dei religiosi più potenti del paese, tanto che è stato tra i possibili successori di Ali Khamenei.

Ambedue, Ali e Sadeq, hanno non a caso e convintamente svolto un ruolo fondamentale e feroce in tutta la repressione delle manifestazioni popolari di protesta dal 1999 a oggi, ordinando ai procuratori di “agire con determinazione contro i rivoltosi” con “sentenze sommarie” e hanno autorizzato ad applicare la contestazione ai manifestanti del reato di Moharebeh, “guerra contro Dio” che prevede la pena di morte comminata a centinaia di manifestanti nelle proteste di piazza dello scorso gennaio. I due fratelli, dunque, hanno svolto un ruolo determinante nella strage di venti-trentamila manifestanti per mano dei Pasdaran e dei Basij.

Ma anche gli altri fratelli Larijani hanno fatto carriera: Mohammad Javad, ex viceministro degli Esteri, era consigliere personale di Ali Khamenei; Bagher è stato viceministro della Sanità mentre Fazel ha fatto una brillante carriera diplomatica.

Ma questo perfetto ambito familiare, naturalmente inserito nei vertici rivoluzionari, è servito ad Ali solo come piattaforma per costruire una sua travolgente carriera personale. Arruolatosi nei Pasdaran ne ha scalato tutta la gerarchia, distinguendosi per la sua lucida e fredda brutalità, sino a diventare generale di brigata. Il suo mentore, da lui scelto con perspicacia, è stato il mitico generale Qasem Soleimani, capo della Divisione Qods, le Brigate Internazionali Sciite, il geniale fondatore del “Cerchio di Fuoco” contro Israele, l’alleanza e la proiezione internazionale dell’attività e dell’azione eversiva iraniana in Iraq con i Kata’ib Hezbollah, in Libano con Hezbollah, a Gaza con Hamas e nello Yemen con gli Houthi.

Membro del quartier generale di Soleimani, Ali Larijani è poi diventato il direttore della Radio Televisione del regime, poi ministro della Cultura, poi parlamentare, poi presidente del Parlamento e come tale, per propria iniziativa, figura di primo piano nella trattativa per l’accordo sul nucleare voluto nel 2015 da un Barack Obama che non aveva voluto comprendere la natura eversiva e aggressiva del regime khomeinista.

Il concentrato di potere suo e dei suoi fratelli è stato peraltro tale che contro di lui si è formata una fronda che è riuscita a bloccare per ben due volte la sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Fronda che è stata però infine sconfessata dallo stesso Ali Khamenei che ha voluto consegnargli il massimo concentrato di potere esecutivo e decisionale nominandolo a capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dopo i dodici giorni di bombardamenti israelo americani del giugno 2025 col mandato evidente di riplasmare i vertici dei pasdaran uccisi dalle bombe e soprattutto di rimediare alle evidenti falle nel sistema di sicurezza. Compito che ha evidentemente e clamorosamente fallito.

Questo, per quanto riguarda la folgorante carriera politica che però si è anche accompagnata a una sua intensa attività culturale che è bene conoscere per comprendere lo spessore di una componente non piccola del regime iraniano, nettamente migliore e più articolata delle sgangherate leadership dei paesi arabi.

Ali Larijani, infatti, era un uomo colto, doppia laurea in filosofia e in informatica, con una tesi su “La filosofia della matematica di Kant”, ed è stato autore di varie pubblicazioni sul tema (“Metafisica e Scienze Esatte in Kant”, “Intuizione e giudizi sintetici a priori”), con riferimenti al filosofo neoplatonico Mulla Sadra, con lo scopo dichiarato di subordinare la Ragione al Velayat al Faqih (la guida dello Stato da parte del Giureconsulto, del saggio tra i saggi).

Del tutto ignorato in Occidente, dai media, dai governi, dalla diplomazia e dal mondo culturale, il regime khomeinista è stato infatti la realizzazione di uno scisma, di una eresia che ha profonde radici culturali. Il suo schema fondante, e la sua stessa ferocia, si riferiscono infatti a una tradizione plurisecolare, non molto dissimile dal re sacerdote Sole di Tommaso Campanella e alla orrenda gerarchia del sapere come unica legittimazione dell’esercizio di un potere che non può che essere tirannico.

Dunque, chi contava, chi comandava in Iran era un convinto antirazionalista, uno strutturato mistico del khomeinismo fondamentalista, un fanatico e gelido cultore della mistica jihadista. Un cultore profondo, motivato, culturalmente strutturato.

Elementi questi che sfuggono a Donald Trump, che palesemente non aveva e forse non ha ancora la minima idea della enorme differenza tra la caratura della leadership del regime di narcotrafficanti del Venezuela di Maduro e quella di un regime prodotto da un profondo travaglio culturale, oltre che da una rivoluzione vera, come è quello iraniano.

Un Donald Trump che peraltro, nel momento stesso in cui si rallegra per l’uccisione del Richelieu di Teheran vede aprirsi una grana non piccola nel suo staff. Espressione della rivolta della componente più pura del “partito Maga”, le dimissioni di Joe Kent, capo del Centro del Controterrorismo Nazionale, gli ricordano infatti che una parte della sua base elettorale non solo è contraria a questa guerra, ma è a tal punto ammorbata dalle teorie complottiste di cui si nutre la narrazione trumpiana da accusarlo ora, come ha clamorosamente fatto Joe Kent, di essere poco più che una marionetta nelle mani di Israele.

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