
La tragica parabola giudiziaria di Enzo Tortora è stata uno dei temi ricorrenti di una, peraltro dimenticabile, campagna referendaria. Opportunamente, la rete HBO Max ha prodotto la serie girata da Marco Bellocchio, con Fabrizio Gifuni efficace e dolente interprete del presentatore. Il film è all’altezza della bravura del regista, che ha saputo toccare vette di assoluta drammaticità nelle sequenze sul carcere e di stralunata, macabra ferocia in altre, come quella dei pentiti che cantano Albano e Romina seguendo comodamente il Festival di Sanremo dentro la stessa caserma nella quale venivano loro accordati trattamenti di favore e la possibilità di concordare le accuse contro lo sventurato imputato. Bellocchio ha voluto conferire alla tragica odissea di Tortora un valore esemplare, svincolato dal contesto temporale e proiettato sul presente.
Ecco dunque evidenziata la contiguità tra i pubblici ministeri Felice Di Persia e Lucio Di Pietro (un cupo inquisitore che si cela costantemente dietro due occhiali scuri) e il giudice istruttore Giorgio Fontana, raffigurati come un blocco monolitico di accusatori senza differenza di ruolo. Un efficace esempio a favore del sì, che volutamente tradisce la fedeltà della ricostruzione storica in favore della simbolicità della storia.
Non a caso, in un’intervista, il regista ha citato la splendida metafora de “Il processo”di Kafka come modello, e lo stesso Gifuni fisicamente sembra richiamare l’Anthony Perkins protagonista della versione cinematografica di Welles del ’62 più che il vero personaggio (anche se la rappresentazione psicologica è a tratti impressionante).
Si comprendono così alcuni strafalcioni tecnici (non c’era il tribunale del riesame nel 1983, all’epoca dell’arresto, varato due anni dopo) come il confronto di Tortora con i pentiti senza la presenza dei difensori, lasciati fuori ad aspettare, cosa tecnicamente non consentita e certamente non tollerata da avvocati come Dall’Ora e Della Valle.
Tuttavia, la scelta simbolica del regista rischia di sacrificare alcuni aspetti della vicenda che hanno comunque anch’essi un valore di estrema attualità. La scena cruciale è certamente quella del colloquio tra il procuratore capo di Napoli Cedrangolo e il giudice istruttore Fontana (Alessandro Preziosi), in cui il primo scaccia i dubbi del secondo sulla colpevolezza di Tortora richiamando le attese della pubblica opinione di un’efficace lotta alla Camorra.
Forse sarebbe stato meglio raffigurare l’esatto contesto storico: era esploso all’epoca lo scandalo della gestione dei fondi per il terremoto in Irpinia di tre anni prima. Vi era stato il sequestro di Ciro Cirillo, vice del potente ras democristiano Gava, salvato dai servizi a seguito di una torbida trattativa tra Camorra e servizi costata la vita a un camorrista fatto saltare per aria vicino alla sede del SISMI e forse anche allo psichiatra Aldo Semerari, colpevole di una perizia favorevole a Cutolo, capo della NCO.
In questo cupo sfondo la maxi-indagine contro centinaia di indagati, di cui Tortora era divenuto simbolo e fiore all’occhiello, costituiva un’efficace risposta per un’opinione pubblica disorientata, che di lì a un mese avrebbe duramente punito alle amministrative la DC, il partito di maggioranza che tentava una difficile ricostruzione con il nuovo segretario De Mita. Ne venne fuori il governo Craxi e l’inizio di un decennio che si sarebbe concluso con il crollo del comunismo e Mani Pulite. L’influenza della pubblica opinione fu decisiva per il caso Tortora, come ben documentato in un fondamentale libro di Vittorio Pezzuto (“Applausi e sputi”, Piemme).
Al momento dell’arresto l’allora influente stampa italiana, con alcuni importanti esponenti, si schierò contro Tortora. Nomi come Camilla Cederna, Guglielmo Zucconi, Giampaolo Pansa, Giuliano Zincone, politici come Giulio Andreotti e Giovanni Galloni. C’erano già allora uniti nella lotta i giustizialisti di sinistra e di destra: il bi-populismo, l’attuale biografia della nazione. Oggi al centro del referendum vi è la casta dei magistrati dipinti come una congregazione criminale, omertosa e autoprotettiva.
Invece, dietro i magistrati che sbagliano vi è quasi sempre un’opinione pubblica, il popolo che li spinge e li accompagna nell’errore, il gusto osceno della libbra di carne data in pasto alla folla. Perché i magistrati sono come tutti: gente che si mette in pantofole la sera davanti alla TV, parla con moglie e suocera, prende un caffè al bar, va a una cena o a un compleanno, come ricorda Woodcock. E parla ed ascolta le terribili chiacchiere che da sempre fanno la vita degli esseri umani. Non sono sociologi, semiologi, non decrittano le parole e i modi delle relazioni. I magistrati sono come noi, il loro pubblico.
Mi chiedo se dietro il rancore che molti gli scaricano addosso in questi giorni ci sia la diffusa voglia di trovare un capro espiatorio per la propria cattiva coscienza. E infatti basta un’aggravante in meno o un’assoluzione imprevista per suscitare riprovazione quelle sempre più rare volte che dimostrano di essere migliori del pubblico che li circonda. Come tutti, sono anch’essi parte della biografia italiana.