Si piega ma non si spezzaIl centrodestra discute di rimpasti e legge elettorale, ma il governo non è a rischio

La sconfitta sulla giustizia apre scenari e tensioni interne, ma l’impatto politico resta limitato. Al momento l’ipotesi di elezioni anticipate è ancora remota

Lapresse

Dopo la disfatta del referendum sulla giustizia, nella maggioranza di governo si è aperta una fase di riflessione che riguarda sia gli equilibri interni sia le prospettive politiche dei prossimi mesi. Il risultato del voto – con la vittoria del No e un’affluenza più alta delle attese – ha infatti prodotto conseguenze immediate, tra dimissioni e tensioni nei partiti della coalizione.

Secondo quanto ricostruisce la Repubblica, una delle ipotesi che circolano nel centrodestra è quella di elezioni anticipate in autunno, con la finestra di ottobre considerata la più plausibile. Non sarebbe però l’opzione principale per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che al momento punterebbe piuttosto a un rilancio dell’azione di governo dopo la sconfitta referendaria.

Il tema è stato discusso anche nei colloqui con gli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani, mentre la Lega si prepara a riunire la propria segreteria per fare il punto sulla situazione. Sul tavolo resta anche la riforma della legge elettorale, che dovrebbe iniziare il suo percorso parlamentare nei prossimi giorni, e che potrebbe rappresentare un passaggio chiave in vista di eventuali scenari anticipati.

Parallelamente si apre il nodo del rimpasto di governo, a partire dal ministero del Turismo dopo l’uscita di Daniela Santanchè. Meloni, racconta Repubblica, starebbe prendendo tempo: «Il Turismo? Non è mica il Viminale», avrebbe confidato a dirigenti e alleati, segnalando la volontà di non affrontare la questione con urgenza. All’interno di Fratelli d’Italia le posizioni non sono univoche, mentre anche gli altri partiti della coalizione guardano con attenzione agli eventuali cambiamenti, che potrebbero modificare i rapporti di forza nell’esecutivo.

Il quadro che emerge è quello di una maggioranza attraversata da tensioni e ipotesi diverse: da un lato chi spinge per capitalizzare politicamente la fase, dall’altro chi preferisce evitare scosse e puntare a una gestione più ordinata dell’ultimo anno e mezzo di legislatura.

A questo scenario politico si affianca però la percezione degli elettori, che appare più sfumata. Secondo il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere della Sera, il referendum viene letto solo in parte come una sconfitta del governo: lo pensa il ventidue per cento degli intervistati, mentre una quota ancora più rilevante individua nei magistrati i veri vincitori della consultazione (venti per cento), «più che non i partiti di opposizione».

Anche sull’impatto politico del voto le opinioni sono meno nette di quanto potrebbe suggerire il dibattito politico. Solo il diciotto per cento degli elettori si aspetta un indebolimento evidente dell’esecutivo, mentre il trenta per cento ritiene che non ci saranno conseguenze significative e il ventinove per cento prevede effetti limitati e temporanei. Ancora più ridotta è la quota di chi attribuisce responsabilità dirette alla premier: appena il cinque per cento pensa che Giorgia Meloni si sia esposta troppo durante la campagna referendaria.

Nel complesso, emerge l’idea di un messaggio politico chiaro ma circoscritto: gli elettori hanno bocciato la riforma, ma senza voler provocare un cambio immediato degli equilibri di governo. Il referendum ha aperto una fase di assestamento nella maggioranza, ma non sembra aver prodotto – almeno per ora – una vera crisi politica agli occhi dell’opinione pubblica.

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