Dall’Ucraina all’IranGli swing states della nuova geopolitica, e il mondo che sfugge a Trump

Due crisi lontane ma connesse mostrano un mondo meno allineato e più instabile, dove anche gli Stati Uniti inseguono. Kyjiv e Teheran non sono più solo teatri di confronto, ma attori capaci di spostare gli equilibri e ridefinire il perimetro dell’influenza americana

AP/LaPresse

Con Donald Trump, la politica estera americana ha smesso di essere una funzione autonoma dello Stato, ma non nel senso di una sua subordinazione agli interessi interni, dinamica che ha accompagnato molte amministrazioni precedenti. Sta succedendo qualcosa di più radicale: il confine tra politica interna ed estera si erode fino quasi a scomparire, trasformando ogni crisi internazionale in un’estensione diretta del conflitto politico domestico. È il superamento, di fatto, di quello che la tradizione americana sintetizzava nell’idea che «politics stops at the water’s edge»: che esistesse, cioè, una linea oltre la quale la competizione interna lasciava spazio a una proiezione esterna relativamente coerente. Oggi quella linea non regge più. Non è stata semplicemente attraversata: è diventata invisibile. Democratici e Repubblicani nel Congresso sono oggi più lontani che in qualsiasi altro momento dall’inizio degli anni Settanta, con i moderati quasi del tutto scomparsi. In un sistema così polarizzato, la politica estera non può più funzionare come spazio di sintesi bipartisan ma viene risucchiata nella logica dello scontro permanente.

In questo schema, Ucraina e Iran – il resto del mondo, per la verità – non sono più fattori esterni agli Stati Uniti da gestire ma veri e propri swing states simbolici nel collegio elettorale della politica americana. Il risultato è una vera e propria domestication della politica estera: le crisi globali vengono ricodificate come segmenti della guerra culturale americana, e trattate non in funzione della loro logica strategica, ma del loro rendimento politico interno. La guerra in Ucraina, il negoziato sul nucleare iraniano, il rapporto con le Nazioni Unite e con gli alleati europei smettono di essere dossier da gestire secondo una logica strategica e diventano soprattutto materiale narrativo: occasioni per costruire slogan, identità e contrapposizioni utili alla mobilitazione interna. La politica estera, così, non si limita più a riflettere le tensioni interne americane ma le amplifica, le teatralizza e, in alcuni casi, le proietta all’esterno come fattori di instabilità sistemica.

Il punto non è che la politica interna condizioni la politica estera. È sempre stato così. Il punto è che la politica estera ha smesso di avere una logica propria: è diventata un sottosistema della guerra politica americana. È qui che emerge la cesura più profonda. Non nel livello di interventismo, né nella coerenza delle decisioni, ma nella perdita di autonomia della politica estera come campo separato, capace di produrre interesse nazionale al di là del ciclo elettorale. Quando questo spazio si chiude, ogni crisi internazionale smette di essere un problema da gestire e diventa un grilletto inserito nella dinamica politica americana, puntato però alla tempia del resto del mondo: basta una variazione del ciclo interno perché l’intensità, la direzione o la coerenza dell’impegno statunitense cambino bruscamente.

Prima di Trump
I presidenti americani hanno sempre utilizzato la politica estera anche per fini interni, ma lo hanno fatto senza cancellarne l’autonomia. La distinzione non era teorica: era operativa, istituzionale, spesso perfino culturale.

Quando Richard Nixon apre alla Cina nel 1972, non compie solo una mossa elettorale. Certo, il tempismo gli consente di rafforzarsi sul piano domestico, neutralizzando l’accusa democratica di debolezza verso il blocco comunista. Ma quella apertura è anche l’esito di una visione strategica precisa, costruita insieme a Henry Kissinger: usare Pechino per riequilibrare il rapporto con l’Unione Sovietica, ridisegnando la geometria della Guerra fredda. Il dividendo interno esiste, ma è un sottoprodotto di una scelta che ha una propria logica internazionale.

Il caso di Lyndon B. Johnson è, se possibile, ancora più rivelatore nella direzione opposta. L’escalation in Vietnam è profondamente intrecciata alla politica interna: Johnson teme di essere accusato di debolezza, teme di perdere il sostegno del Congresso, teme che il Partito Democratico venga travolto sul terreno della sicurezza nazionale. E tuttavia, anche nel momento in cui la guerra diventa politicamente tossica, la gestione del conflitto continua a essere filtrata da una logica strategica – discutibile, spesso fallimentare, ma riconoscibile – che tiene insieme credibilità internazionale, teoria del domino e contenimento del comunismo. La politica interna spinge, distorce, accelera; non assorbe completamente il processo decisionale.

Con Barack Obama il rapporto si fa più sofisticato, ma la distinzione resta. L’accordo sul nucleare iraniano e il cosiddetto pivot to Asia rispondono all’esigenza di costruire una legacy internazionale in un momento in cui l’agenda domestica incontrava ostacoli crescenti. Ma ridurli a operazioni di consenso significherebbe perdere il punto: si inseriscono in un tentativo coerente di ridefinire le priorità strategiche americane, riducendo l’esposizione in Medio Oriente e spostando l’attenzione verso l’Indo-Pacifico. Anche qui, la dimensione interna interagisce con quella esterna, ma non la sostituisce.

L’uso politico dell’estero è costante, ma avviene dentro un perimetro che non viene mai completamente dissolto. Quel perimetro aveva un nome, anche se raramente veniva esplicitato: era l’idea che esistesse una grammatica strategica relativamente stabile capace di sopravvivere al ciclo elettorale e di orientare le decisioni al di là dell’immediato ritorno politico. Aveva anche una struttura. Il National Security Council operava come luogo di sintesi strategica, distinto dalla macchina del consenso; la stessa idea di bipartisan foreign policy, per quanto imperfetta, contribuiva a stabilizzare alcune scelte fondamentali. È dentro questo spazio che la politica interna poteva utilizzare la politica estera senza distruggerla.

Come funziona l’assorbimento
Con Trump, questo spazio non viene semplicemente ristretto o deformato. Viene assorbito. Il meccanismo è lineare ed è proprio questa linearità a renderlo efficace: le crisi internazionali vengono immediatamente tradotte nel linguaggio della politica domestica, fino a perdere una propria autonomia interpretativa. Gli avversari esterni diventano proiezioni di quelli interni – il deep state, le élite globaliste, il Partito democratico – mentre gli alleati vengono valutati non per la loro rilevanza strategica, ma per la loro utilità nello scontro politico nazionale. Ogni scelta di politica estera deve prima superare la prova della base elettorale e delle linee di faglia partigiane, e solo dopo quella degli interessi strategici. L’Ucraina e l’Iran diventano così veri e propri swing states simbolici in cui misurare fedeltà e mobilitazione, più che spazi da inserire in una strategia coerente.

L’Europa, in questo schema, non è un partner con cui condividere un ordine internazionale, ma una variabile retorica. La Nato può essere descritta come una tigre di carta quando serve mobilitare la base, mentre i leader europei diventano simboli di debolezza più che interlocutori negoziali. Anche la forza militare cambia funzione. Non è più soltanto uno strumento di coercizione strategica, ma un vettore comunicativo. La sospensione o la modulazione degli aiuti all’Ucraina non risponde a una logica negoziale nei confronti di Volodymyr Zelensky, ma si inserisce in una dinamica di segnalazione rivolta al Partito repubblicano e all’elettorato di riferimento e ogni dollaro bloccato al Congresso è un messaggio alla base Maga. Allo stesso modo, l’alternanza tra minacce e aperture nei confronti dell’Iran costruisce una rappresentazione di forza e flessibilità calibrata su segmenti diversi del pubblico domestico. La diplomazia, in questo contesto, smette di essere un processo e diventa innanzitutto una performance pensata per il pubblico interno, più che uno strumento di interlocuzione con l’esterno.

Questa trasformazione non è soltanto semantica ma incide direttamente sui rapporti di forza. Quando un’amministrazione dimostra di essere disposta a ricalibrare il proprio impegno internazionale in funzione del consenso interno, introduce un elemento di incertezza strutturale. Da Seoul a Taipei, da Varsavia a Riad, il segnale è lo stesso: la garanzia americana non è più ancorata a un orizzonte strategico stabile, ma al ciclo politico americano. Non a valutazioni delle forze in campo e delle variabili strategiche, ma alle fluttuazioni dell’umore elettorale: l’andamento dell’economia locale, il prezzo della benzina, il grado di mobilitazione della base in uno swing state qualsiasi.

Due dossier, una logica: Ucraina e Iran
Gli avversari, prevedibilmente, si adattano più rapidamente degli alleati. Vladimir Putin interpreta la pressione su Kyjiv non come il preludio a un maggiore coinvolgimento americano, ma come il tentativo di produrre un’uscita negoziale in tempi compatibili con le esigenze elettorali di Washington. In questa prospettiva, il tempo gioca a favore di Mosca: ogni frizione tra Stati Uniti e Ucraina amplia il margine negoziale del Cremlino senza richiedere concessioni immediate. A Teheran, la lettura è altrettanto lucida. Le oscillazioni tra minaccia e apertura non vengono interpretate come il risultato di un equilibrio tra diverse correnti strategiche, ma come sequenze comunicative rivolte al pubblico interno, in particolare all’elettorato repubblicano più radicalizzato.

Nel caso ucraino, la priorità non sembra essere la costruzione di un equilibrio sostenibile nel cuore dell’Europa nel lungo periodo, ma la possibilità di rivendicare un risultato politico in tempi brevi. Umiliare Zelensky non è un processo diplomatico né politico in senso proprio: è un calcolo elettorale. Se Kyjiv viene percepita come responsabile dell’ostinazione, allora un cessate il fuoco alle condizioni di fatto imposte da Mosca può essere presentato come «la pace! che Trump porta agli elettori al ballot box. La fine della guerra diventa così un annuncio, costruito più sull’esigenza di chiudere il dossier davanti alla base che su una strategia occidentale coerente. Il blocco e l’uso negoziale degli aiuti in Congresso mostrano quanto il dossier sia ormai pienamente integrato nel calendario politico americano, con effetti diretti sulla postura negoziale complessiva.

Nel caso iraniano, la dinamica è analoga ma si sviluppa su un piano diverso. Mentre Washington alterna segnali di escalation ad aperture diplomatiche, la Cina consolida la propria presenza economica e politica nella regione, sfruttando gli spazi lasciati liberi dall’incertezza americana. Gli alleati europei, esposti a pressioni commerciali e politiche, mostrano una crescente riluttanza a impegnarsi in modo coordinato. Teheran osserva, attende, misura. Ciò che emerge, nel tempo, è una soglia di rischio americana più bassa di quanto la retorica lasci intendere, elemento che finisce per incentivare comportamenti opportunistici piuttosto che contenerli.

Una trasformazione che supera Trump
Ridurre tutto questo a una parentesi legata alla figura di Trump rischia però di essere fuorviante. La dinamica che si è consolidata negli ultimi anni ha carattere strutturale: una volta che la politica estera viene integrata stabilmente nella competizione domestica, diventa difficile ricostruire una separazione credibile. Alleati e avversari hanno già iniziato ad adattarsi a questo nuovo contesto, ricalibrando aspettative e strategie. Le istituzioni americane, a loro volta, operano sempre più all’interno di un ambiente in cui la dimensione elettorale tende a prevalere su quella strategica.

Gli Stati Uniti restano una potenza senza equivalenti per capacità militare, economica e tecnologica. Ma la natura del loro intervento internazionale sta cambiando in modo profondo. Quando il mondo viene utilizzato come superficie su cui proiettare il conflitto interno, la capacità di influenzarlo si riduce progressivamente: le decisioni perdono coerenza nel tempo, le alleanze si indeboliscono, gli avversari imparano a sfruttare le discontinuità. La combinazione tra polarizzazione crescente, volatilità elettorale e assenza di un consenso minimo sulle priorità esterne produce un tipo di presenza americana sempre più paradossale: potentissima e onnipresente, ma fragile, perché raramente si traduce in impegni stabili e riconoscibili nel tempo.

Gli Stati Uniti parlano, minacciano, rassicurano, promettono; ma ogni messaggio è revocabile dal prossimo messaggio su Truth dal prossimo swing state da vincere e tenere. Una potenza che diventa isolazionista non perché non agisce fuori dai propri confini ma che agisce solo per assicurarsi la vittoria della guerra culturale americana finisce per negoziare con sé stessa, lasciando al resto del mondo l’incertezza su quanto di ciò che dice resterà vero domani.

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