Licenza di ignorareL’Ue vuole più intelligence, ma non ha ancora costruito la fiducia per condividerla

Bruxelles accumula dati e analisi, ma fatica a trasformarli in decisioni strategiche condivise. Il problema non è la mancanza di strumenti quando l’assenza di integrazione tra Paesi membri gelosi delle proprie informazioni

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Nel mondo dell’intelligence la fiducia è merce rara. Nessun Paese condivide davvero tutto e ogni servizio tiene per sé ciò che vale di più: l’informazione grezza o sofisticata da cui dipende la capacità di decidere in autonomia. L’Unione europea, pur essendo il blocco politico-economico più integrato al mondo, non ha mai avuto un vero sistema d’intelligence comune. Così accade che Francia, Germania e Italia comunichino più rapidamente e con maggiore fiducia con gli Stati Uniti che non tra loro. La cooperazione esiste, ma è episodica, segnata da diffidenze e priva di una regia politica capace di trasformare gli scambi tecnici in una capacità anticipatoria comune.

Per questo motivo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva proposto mesi fa, senza una proposta legislativa formale, la creazione di una piccola cellula analitica interna per coordinare meglio le informazioni già in possesso della Commissione e quelle condivise volontariamente dai governi. Non sarebbe una Cia europea né un servizio operativo: la Commissione non è un governo, e il potere della sua presidente è di proposta e coordinamento, influenzato dalla volontà degli Stati, come abbiamo visto nell’accordo sui dazi con Donald Trump.

La nuova struttura sarebbe collocata nel Secretariat- General, l’ufficio che sostiene direttamente la presidente e coordina il lavoro dei commissari. Qui confluiscono dossier economici, digitali, industriali e di sicurezza, e proprio per questo la futura cellula diventerebbe un punto di raccordo trasversale: un luogo in cui fondere analisi economiche, tecnologiche e di sicurezza in una visione strategica utile alla Commissione e, indirettamente, al Consiglio. Messa così assomiglierebbe al National Intelligence Council statunitense: una cabina di regia che produce scenari, non operazioni sul campo.

Nei palazzi di Bruxelles circolano molte informazioni, ma frammentate tra istituzioni e agenzie: Europol per la cooperazione di polizia, Frontex per le frontiere, l’EU Intelligence and Situation Centre (Intcen) per l’analisi dei rischi geopolitici, mentre la Commissione gestisce dati economici, tecnologici ed energetici. Ciò che manca è un livello capace di leggerle insieme come parti di un’unica dinamica. Finora l’intelligence dell’Unione è stata concentrata nell’Eeas, che ospita l’Intcen.

Nato dopo l’11 settembre e rafforzato col Trattato di Lisbona, l’Intcen (EU Intelligence and Situation Centre) elabora materiale fornito dagli Stati membri e da fonti aperte, senza raccogliere informazioni dirette. Lavora con la cellula militare Eums Int nel Single Intelligence Analysis Capacity, che combina analisi civili e militari. Il suo raggio è limitato a questioni geopolitiche e militari, mentre la Commissione vorrebbe includere nella nuova unità minacce ibride, cyberspazio e sicurezza economica. Non tutti guardano con favore all’iniziativa.

Nel Servizio esterno si teme che possa indebolire l’Intcen, frammentando il flusso analitico. Alcune capitali, in particolare Parigi e Berlino, ma anche Roma, potrebbero mantenere riserve: la condivisione d’intelligence resta un gesto politico, non solo tecnico, e implica un livello di fiducia che l’Unione non ha ancora costruito. Inoltre i grandi servizi europei potrebbero temere che una struttura in mano alla Commissione possa trasformarsi in un centro di potere alternativo, capace di influenzare l’agenda politica con un flusso informativo privilegiato.

Alcuni maligni spifferano che questo è proprio l’obiettivo di von der Leyen per rendere più forti e autonomi i suoi successori. I favorevoli al progetto assicurano che non tratterebbe di duplicare l’Intcen, ma di creare l’anello mancante tra analisi e decisione. L’Intcen continuerebbe a fornire valutazioni strategiche, e la nuova unità porterebbe una parte di quella capacità interpretativa nel cuore politico dell’Unione, dove si definiscono scelte economiche e normative. L’obiettivo sarebbe trasformare l’intelligence in uno strumento decisionale: far sì che una valutazione di rischio si traduca in una politica industriale, in sanzioni o in misure di cybersicurezza.

La Commissione non avrebbe accesso diretto a informazioni classificate nazionali, ma potrebbe costruire un proprio sistema nervoso, mettendo in relazione segnali deboli oggi isolati: vulnerabilità energetiche, campagne di disinformazione, attacchi informatici. Finora questi fenomeni sono stati trattati come dossier separati; la nuova unità punterebbe invece a considerarli parte di un unico mosaico, quello della sicurezza europea nel suo insieme. Farlo sarebbe già un passo avanti. Per diventare operativa, la nuova cellula dovrà ottenere un inquadramento politico chiaro e un sostegno di bilancio adeguato.

Al momento resta un progetto embrionale, affidato al Secretariat-General e alla capacità della Commissione di definire funzioni e perimetro in modo coerente con le competenze istituzionali. Un mandato formale interno è necessario per stabilirne ruolo e interazioni con Eeas e Intcen. Un primo concept paper risulta discusso informalmente ma non è stato formalizzato né comunicato ufficialmente a tutti gli Stati membri. Senza un sostegno, anche informale, dei governi nazionali la struttura non sarebbe in grado di funzionare in modo significativo né di incidere davvero.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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