No Kings, no ZarIl post referendum, e l’assenza di una politica contro Trump e contro Putin

A grandi linee, il governo sta con Washington e contro Mosca, mentre l’alternativa a trazione contiana asseconda il Cremlino e sfila contro Donald. Com’è possibile che, Calenda a parte, nessuno organizzi un’offerta politica consapevole che il leader americano e il presidente russo rappresentano lo stesso pericolo?

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L’esito del referendum e la sconfitta del governo Meloni hanno provocato qualche sconquasso, ma non hanno cambiato lo scenario politico italiano.

Giorgia Meloni ha fatto fuori alcuni impresentabili del suo giro nel tentativo di dimostrare al paese di aver assorbito la lezione, ma è evidente che sia soltanto un’operazione cosmetica e che non ci sia nessun cambio di rotta del governo, soprattutto sulla sua sudditanza al trumpismo, che poi è la ragione primaria della sua improvvisa sconfitta.

Si dice che dentro Forza Italia sia in corso una fase di rinnovamento sedicente liberale, ma i fatti per ora dicono che è stato liquidato da capogruppo al Senato un eterno colonnello come Maurizio Gasparri e che è stato sostituito con la figlia dell’amico del papà della padrona del partito. Di rinnovamento liberale al momento non c’è nulla, e basta vedere i talk show Mediaset, dove l’annunciata e improbabile svolta liberale è stata già attuata da tempo, per mettersi a ridere e passare ad altro.

Matteo Salvini, come si usa dire dalle parti del ponte che vorrebbe costruire, «è più confuso che persuaso», è stato addirittura contestato al funerale di Umberto Bossi e non sembra avere alcuna intenzione di affidarsi alla parte presentabile della Lega che amministra il potere con un minimo sindacale di decoro e senza imbarazzare il mondo.

A sinistra, invece, Giuseppe Conte ha cominciato a dettare la linea politica dell’opposizione: primarie per la leadership e abbandono dell’Ucraina. Anche se sabato, alla convention di Più Europa, Conte ha fatto una mezza marcia indietro non si sa ancora se tattica per fregare meglio Schlein alle primarie o camaleontica visto che parlava a una platea pro Zelensky. Non è da escludere che siano vere entrambe le cose, come suggerisce la natura trasformista della sua carriera politica. Ma, in ogni caso, chi può seriamente credere a Giuseppe Conte che all’improvviso dice che per lui gli aiuti militari all’Ucraina sono imprescindibili, quegli stessi aiuti che da tre anni immancabilmente ricevono il suo voto contrario e la sua pubblica reprimenda a reti unificate?

L’aspetto più preoccupante è che non sia pervenuta alcuna contromossa da parte di Elly Schlein, ma ormai dovremmo essere abituati al nulla mischiato a niente del Pd a vocazione contiana. Schlein non ha risposto nemmeno alle provocazioni dei trombettieri del populismo manettaro, antieuropeo e filorusso che additano i riformisti del Pd, cioè i fondatori del Pd, come reprobi e nemici del populismo da eliminare, e su cui addossare le cause di un’eventuale sconfitta alle prossime elezioni.

I riformisti, peraltro, si fanno fuori da soli, avendo rinunciato da tempo alla battaglia politica per riconquistare il partito che è stato creato sulle loro idee e che adesso ha tradito lo spirito originario del Lingotto grazie all’esproprio di un gruppo dirigente nato proprio per occupare il Pd di Walter Veltroni.

Schlein, che di solito riemerge dal torpore quando ci sono in ballo le questioni di genere, invece non ha mosso un dito né per la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, cui anzi ha fatto notificare dai suoi picciotti l’imminente sfratto dalla carica, né per la giornalista Gaia Tortora, entrambe insultate dai giovani e dai meno giovani del partito, dagli intellettuali di riferimento e dai follower sui social.

Matteo Renzi come al solito sta due o tre mosse più avanti degli altri e si appresta a ereditare la quota di seggi riformisti del Pd per qualcuno dei suoi e, tristemente, per il momento si accontenta di immaginare gli scenari futuri post elezioni.

I partiti della sinistra retrograda e antiucraina sanno di poter contare, comunque vada, su un pacchetto imperituro di seggi, e sono a posto così.

Poi c’è la tragicommedia di Più Europa, in teoria il partito erede di quello che un tempo era presieduto da Enzo Tortora. Non solo gli ex radicali si sono girati dall’altra parte sul referendum, ma nel weekend hanno convocato una manifestazione esibendo come ospite d’onore, appunto, Giuseppe Conte, l’essere vivente della storia dell’umanità più distante da Marco Pannella. Il leader radicale era uno che andava ai congressi comunisti o socialisti a dire le cose in faccia ai “compagni”, e per questo veniva fischiato e allontanato malamente. Conte, invece, è il tipo umano che va da Più Europa a dire che è un sostenitore dell’Ucraina e dell’Europa, essendo né l’uno né l’altro, ma soltanto uno che non crede a niente ed è capace di tutto.

Insomma, una settimana dopo il referendum, il governo non sa che fare, perché è improbabile che dopo la sconfitta alle urne riprenda il tema delle riforme elettorali e costituzionali, mentre l’opposizione è guidata dall’avvocato del populismo, uno che ha governato con Matteo Salvini e ha abbracciato Trump e Putin, ma che ora vuole far credere di essere diventato un leader progressista, malgrado sull’attacco russo all’Europa condivida le posizioni del generale Vannacci, dell’orrido Orbán e dei rossobruni tedeschi.

L’alternativa a tutto questo è ancora e soltanto Carlo Calenda, ma i numeri di Azione non sembrano muoversi dal tre per cento circa. E quindi ci ritroviamo con una coalizione di destra che, a grandi linee, sta con Trump e contro Putin; e, dall’altra parte, con un’opposizione giallorussa che somiglia a un circo equestre e che, a conti fatti, sta con Putin e contro Trump.

Come al solito, l’Italia inventa formule politiche sempre più acrobatiche e improbabili, costretta dalla natura bipolare del sistema elettorale, e a conferma della legge di Giuliano da Empoli secondo cui siamo irrimediabilmente «la Silicon Valley del populismo».

Che non esista una possibile risposta politica maggioritaria che non stia né con Trump né con Putin, “No Kings” ma anche “No Zar”, è la nostra tragedia quotidiana.

Solo una disarticolazione degli attuali schieramenti potrebbe cambiare le cose e quindi garantire un’offerta politica più coerente e sensata, ma per farlo bisognerebbe passare dall’illusione trentennale di riuscire a creare coalizioni pre elettorali alla più concreta realtà, peraltro prescritta dalla Costituzione, di formare le alleanze di governo dopo il voto e dentro il Parlamento tra forze politiche che la pensano allo stesso modo su un programma di governo preciso, e non su una dichiarazione di appartenenza preventiva.

Per riuscirci, come Linkiesta propone senza sosta da sei anni, bisognerebbe tornare a una legge elettorale proporzionale pura, ma senza correttivi maggioritari volti a cadere sempre nella stessa trappola.

Basterebbe ripristinare il vecchio metodo di selezione dei parlamentari che nel 1948 fu adottato dai padri costituenti proprio per urlare il loro “No Duce”. Un’accortezza che è tornata di grande attualità, in questi tempi di King e di Zar.

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