
C’è una bomba che deriva nel Mediterraneo centrale. Si chiama Arctic Metagaz, è lunga 277 metri, porta a bordo gas in pressurizzazione crescente e nessuno – né il proprietario russo, né l’armatore, né lo Stato di bandiera – ha mosso un dito per recuperarla. Giuridicamente è già res nullius. Nessuno ci vuole salire a bordo, perché potrebbe non tornare indietro.
Lunedì mattina il sottosegretario Alfredo Mantovano, a cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato le deleghe per l’intelligence, ha detto a Radio 24 che «i rischi sono enormi» e che l’Italia è «pronta a intervenire nel giro di pochissimo», ma solo se Malta o l’Europa lo chiedessero. Aveva aggiunto che la nave – che secondo Nikolai Patrushev, consigliere presidenziale russo, ha subito un «attacco terroristico internazionale» da parte dell’Ucraina – si trovava in acque Sar maltesi, che imporrebbero il soccorso diretto da parte di quello Stato. In realtà, le zone Sar non sono acque nazionali: sono aree di responsabilità per il soccorso alle persone in mare. L’equipaggio è in salvo dal 3 marzo. Il tema del soccorso è chiuso.
🚢#ArcticMetagaz 🇷🇺
Update position
2026-03-1834 20N 013 15E *
76 NM SSE Lampedusa
107 NM SW Malta
85 NM N Tripoli* Source: Malta Radio OA99 navigational warning navtex.
📍 OSINT data-map SCA/RR#Malta #Lampedusa #Libya #Libia #MARPOL #BARCOM https://t.co/ql6qbJL3Ml pic.twitter.com/ECC4kMgJis
— Sergio Scandura (@scandura) March 18, 2026
Quando si tratta di una bomba ecologica alla deriva entrano in campo altre convenzioni: Marcom sull’inquinamento marino, la Convenzione di Barcellona, il coordinamento Rempec dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo) e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Tutte prevedono cooperazione e responsabilità condivisa degli Stati costieri. Un membro del G7 che si nasconde dietro le zone Sar per scaricare su Malta un’emergenza senza precedenti non sta applicando il diritto internazionale: lo sta usando come paravento.
Nel frattempo il quadro precipita. Il ministero degli Esteri russo ha diffuso lunedì sera un comunicato firmato dalla portavoce Maria Zakharova: a bordo si sentono forti rumori, ci sono emissioni di gas, la nave si sta inclinando più rapidamente, sono stati avvistati incendi localizzati. Mosca che lancia l’allarme sulla propria nave sanzionata, che trasportava gas naturale liquefatto illegale verso la Cina, è un esercizio di cinismo narrativo. Ma i dati che fornisce sono verosimili e aggravano il quadro tecnico. Malta ha chiesto una «soluzione definitiva» all’Unione europea, ha chiamato i vertici europei, ha coinvolto il Med9. Il premier Robert Abela ha ammesso che i contatti con le autorità russe e con la società armatrice non hanno prodotto nulla. Nelle ultime ore la nave ha smesso di derivare verso nord ed è entrata nelle acque Sar libiche (come detto, le zone Sar non sono elemento decisivo in questa vicenda), dove le autorità hanno alzato il livello di allerta e messo in stato di massima guardia le piattaforme offshore di Bouri e Al-Jurf. La Protezione Civile italiana dice di monitorare.
Il termine «soluzione definitiva», ripetuto due volte nella stessa dichiarazione maltese, lascia intendere quello che nessuno vuole dire ad alta voce.
Diciamolo noi. Il gas naturale liquefatto rimasto nelle cisterne integre sta lentamente risalendo di temperatura: senza raffreddamento attivo, il metano torna gas e la pressione cresce. Se le valvole di sicurezza non funzionano – e non abbiamo modo di saperlo senza salire a bordo – la pressione monta verso una rottura catastrofica. Non un incendio progressivo: un evento istantaneo su scala di chilometri, nel tratto di mare più trafficato del Mediterraneo. Il rimorchio è un’illusione: i rimorchiatori oceanici adatti si contano sulle dita, il mare formato spezza i cavi, avvicinarsi significa portare persone nel raggio di una potenziale esplosione. Lasciare che la deriva faccia il suo corso significa rischiare quella stessa esplosione a poche miglia da Lampedusa, da Gozo o dalle coste libiche.
Di fronte a questa gerarchia di rischi, affondarla deliberatamente è il male minore. Non nonostante le conseguenze, ma proprio perché le conseguenze sono le più contenute disponibili. Un siluro calibrato sulla parte poppiera dello scafo, lontano dalle cisterne integre, in acque profonde dove il gas si disperde in colonna d’acqua e il gasolio si affronta con i mezzi Emsa preposizionati a Ravenna esattamente per questo. La Convenzione sull’intervento in alto mare del 1969 – nata dopo che il Regno Unito bombardò dall’alto la Torrey Canyon per bruciare il greggio – lo autorizza esplicitamente di fronte a minacce gravi e imminenti. La Marina Militare italiana ha i mezzi: sommergibili classe Todaro, P-8 Poseidon. Il metano disperso in profondità evapora in colonna d’acqua prima di raggiungere concentrazioni pericolose: non è tossico per gli ecosistemi marini come lo sono gli idrocarburi pesanti. Il gasolio è un problema reale ma ordinario: l’Emsa ha mezzi antinquinamento preposizionati a Ravenna esattamente per questo.
Il diritto internazionale non è l’ostacolo. Lo è la paura politica di intestarsi una decisione che Mosca – con la consueta disinvoltura narrativa – chiamerebbe aggressione, mentre usa il relitto ogni giorno come prova del crimine ucraino. Un siluro risolverebbe entrambi i problemi. La finestra si chiude con la deriva. Il mare non aspetta i comunicati.