Il fantasma del 1973La crisi petrolifera è grave, ma non come quella degli anni Settanta

Le tensioni nello stretto di Hormuz hanno fatto oscillare il prezzo degli idrocarbuti e riacceso il timore di un problema energetico globale. Secondo l’economista Paul Krugman l’impatto potrebbe essere serio, ma l’economia mondiale oggi è molto meno dipendente dal greggio rispetto a mezzo secolo fa

AP/Lapresse

L’Iran ha minacciato di bloccare le esportazioni di petrolio dal Medio Oriente se i bombardamenti di Stati Uniti e Iran non dovessero fermarsi. Il traffico attraverso lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, si è già interrotto. Il rischio di una crisi energetica globale ha fatto oscillare i mercati: il prezzo del Brent ha superato i centodieci dollari al barile prima di scendere di nuovo intorno ai novanta. Anche le borse, dopo forti perdite, hanno recuperato terreno. Questo è il quadro generale dopo quasi due settimane di guerra. E il timore che circola tra investitori ed economisti è che un conflitto prolungato possa provocare uno shock energetico paragonabile a quelli degli anni Settanta.

Secondo l’economista Paul Krugman, il paragone con il passato va maneggiato con cautela. L’interruzione delle forniture potrebbe essere molto seria, ma l’economia globale è oggi meno vulnerabile agli shock petroliferi rispetto a mezzo secolo fa. «L’interruzione delle forniture mondiali di petrolio causata dalla guerra in Iran appare estremamente grave», scrive Krugman in una lunga analisi dettagliata sul suo Substack. Se lo stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo, dice ancora Krugman, lo shock potrebbe essere persino più grande di quello seguito alla guerra dello Yom Kippur del 1973 o alla rivoluzione iraniana del 1979. Allo stesso tempo, aggiunge, «l’economia statunitense e di altre grandi economie è diventata molto meno dipendente dal petrolio» e quindi meno esposta a una crisi sistemica.

Per capire perché il confronto con gli anni Settanta è inevitabile bisogna tornare proprio a quel periodo. Nell’ottobre del 1973 Siria ed Egitto attaccarono Israele durante la guerra dello Yom Kippur. Dopo l’intervento statunitense a sostegno di Israele, i principali Paesi arabi produttori di petrolio decisero un embargo contro gli Stati Uniti e altri alleati occidentali. L’embargo durò pochi mesi, ma segnò l’inizio di una fase di forte instabilità nei mercati energetici e di prezzi molto più alti.

All’inizio degli anni Settanta il petrolio era estremamente economico. Il prezzo del greggio statunitense West Texas Intermediate era di poco più di quattro dollari al barile, ma anche tenendo conto dell’inflazione il petrolio costava l’equivalente di circa trenta dollari di oggi, meno della metà dei livelli registrati prima della guerra attuale. Nei decenni successivi il mercato petrolifero fu però caratterizzato da forti oscillazioni: prima gli shock degli anni Settanta, poi il crollo dei prezzi negli anni Ottanta, quindi un nuovo ciclo di rialzi dopo il 2005, legato soprattutto alla crescita della domanda globale e in particolare della Cina.

La storia recente include altri passaggi cruciali. La diffusione del fracking negli Stati Uniti dopo il 2010 ha fatto crescere rapidamente la produzione di petrolio da scisti, trasformando il paese dal principale importatore mondiale a un esportatore netto. Nel 2022 l’invasione russa dell’Ucraina ha provocato un altro shock energetico, con sanzioni occidentali che hanno ridotto le esportazioni russe e fatto salire temporaneamente i prezzi.

Il conflitto con l’Iran si inserisce in questa lunga sequenza di crisi. Secondo Krugman, se lo stretto di Hormuz restasse chiuso l’impatto sulle forniture globali potrebbe essere molto significativo: circa un quinto del petrolio mondiale passa normalmente da quel passaggio marittimo. Per fare un confronto, la produzione globale calò di circa il cinque per cento dopo la guerra dello Yom Kippur e di circa il quindici per cento dopo la rivoluzione iraniana del 1979. «Se il confronto con l’Iran continuerà, sarà uno shock importante per il mercato mondiale del petrolio», scrive Krugman.

Negli anni Settanta questi shock ebbero effetti economici devastanti. Le economie occidentali entrarono in una fase di stagflazione, una combinazione di alta inflazione e alta disoccupazione. L’aumento dei prezzi dell’energia fece crescere direttamente il costo della vita e i costi di produzione delle imprese, che vennero trasferiti ai consumatori. Allo stesso tempo, le famiglie destinarono una quota crescente del reddito a carburante e riscaldamento, riducendo la spesa per altri beni e servizi.

Il danno più grave fu però quello indiretto. «I forti aumenti dei prezzi dell’energia portarono a un’inflazione molto più alta anche nei beni non energetici», scrive Krugman. In quegli anni si innescarono le cosiddette spirali salari-prezzi. Due fattori resero l’economia particolarmente vulnerabile. Il primo era il forte potere dei sindacati: circa un quarto dei lavoratori del settore privato statunitense era sindacalizzato e molti contratti includevano meccanismi automatici di adeguamento dei salari al costo della vita. Il secondo era il ruolo delle aspettative: imprese e lavoratori si aspettavano che l’inflazione continuasse a salire e agivano di conseguenza, alimentando ulteriormente la dinamica dei prezzi.

Le banche centrali reagirono aumentando drasticamente i tassi di interesse per contenere l’inflazione. Le politiche restrittive riuscirono a stabilizzare i prezzi, ma provocarono anche profonde recessioni e alti livelli di disoccupazione.

Secondo Krugman, la situazione economica attuale è molto diversa. Le economie avanzate sono oggi molto meno dipendenti dal petrolio. «Anche se la guerra in Iran portasse a un aumento dei prezzi simile a quello degli anni Settanta, l’impatto diretto su prezzi e redditi sarebbe più limitato», osserva. Negli ultimi decenni la crescita economica è stata molto più rapida dell’aumento del consumo di petrolio. Gran parte di questa trasformazione deriva dall’efficienza energetica: le automobili consumano circa la metà del carburante rispetto agli anni Settanta e il petrolio è stato progressivamente sostituito da gas naturale ed elettricità per molti usi domestici.

Anche il rischio di spirali inflazionistiche è più contenuto. Le clausole di adeguamento automatico dei salari al costo della vita sono ormai rare e, soprattutto, le aspettative di inflazione sono oggi più stabili. «Oggi quasi tutti si aspettano che eventuali picchi inflazionistici siano temporanei», scrive Krugman. L’esperienza recente lo conferma: tra il 2021 e il 2023 l’inflazione è salita rapidamente, ma è poi scesa senza richiedere anni di recessione come negli anni Ottanta.

Questo non significa che l’impatto economico della guerra sarà trascurabile. Il petrolio resta una materia prima centrale e l’aumento dei prezzi pesa comunque sui bilanci delle famiglie e sui costi delle imprese. Inoltre, l’economia statunitense mostrava già segnali di fragilità prima del conflitto, con una crescita dell’occupazione rallentata e preoccupazioni sulla stabilità finanziaria.

Per Krugman, quindi, lo shock energetico in corso potrebbe comunque avere conseguenze significative. Ma il contesto economico globale è profondamente cambiato rispetto a mezzo secolo fa. «Non grave come negli anni Settanta» non è una previsione particolarmente rassicurante, conclude Krugman. Ma è comunque uno scenario molto meno drammatico di quello che segnò l’inizio delle grandi crisi petrolifere del passato.

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