
Donald Trump non ha bisogno di mandare soldati a Cuba per destabilizzare il regime, ci pensa già da sola l’economia dell’isola. Cuba è sempre più fragile a causa di una triplice crisi legata a carburante, energia e accesso al dollaro. Per gli Stati Uniti non è più questione di come, ma di quando e se accelerare questo processo. Dopo la caduta del presidente venezuelano Nicolas Maudro, è diventato sempre più palese il punto debole dell’economia cubana. Non è un sistema autosufficiente: funziona solo finché riesce a importare gran parte del cibo che consuma, il petrolio necessario a far funzionare le centrali elettriche e i macchinari senza i quali industria e agricoltura si fermano. Ma per pagare queste importazioni servono dollari, e sono sempre più rari. È qui che l’economia si inceppa: senza valuta estera le merci non arrivano; senza merci, la produzione cala; e senza produzione, il paese dipende ancora di più dall’esterno. Un circolo vizioso che si autoalimenta.
Negli ultimi anni Cuba ha sempre più difficoltà a far entrare dollari nell’isola. Le esportazioni di beni sono modeste e in calo: poco più di un miliardo e mezzo di dollari l’anno, contro importazioni che fino a pochi anni fa sfiorano i nove miliardi. Il disavanzo commerciale supera i sette miliardi e deve essere coperto con entrate da servizi, rimesse e accordi politici. Per anni questo equilibrio è stato sostenuto da due pilastri: turismo e servizi, soprattutto medici. Oggi entrambi sono più deboli.
Prima della pandemia arrivavano a Cuba 4 milioni di visitatori l’anno, mentre oggi, secondo l’Oficina nacional de estadística e información cubana e l’Organizzazione mondiale del turismo, gli arrivi si aggirano ormai intorno ai 2 milioni o meno.
Questo squilibrio è aggravato dalla debolezza della produzione interna. Cuba produce molto meno di quanto consuma. L’agricoltura lo mostra chiaramente: tra il 70 e l’80 per cento del cibo arriva dall’estero. Mancano fertilizzanti, carburante, macchinari e spesso anche gli incentivi a produrre. Molti terreni restano inutilizzati e la produzione locale non basta a coprire il fabbisogno. Anche la manifattura è frenata dalla mancanza di materie prime e tecnologie.
L’industria dello zucchero, per decenni asse portante dell’economia, è crollata da oltre un milione di tonnellate annue a poco più di centomila perché non riesce più a funzionare in modo continuo: mancano carburante e pezzi di ricambio, gli impianti sono vecchi e si fermano spesso, la raccolta è irregolare e una parte della canna non arriva in tempo agli zuccherifici. A questo si aggiunge la mancanza di investimenti e di incentivi: i prezzi fissati dallo Stato rendono poco conveniente produrre, mentre molti lavoratori hanno lasciato il settore o addirittura il paese. Il risultato è una filiera che si è progressivamente svuotata e che oggi non riesce più nemmeno a sostenere i livelli minimi di produzione.
Come in tutte le economie in forte crisi, esistono due tassi di cambio. Quello ufficiale, fissato dallo Stato, resta a poche decine di pesos per dollaro; quello reale, sul mercato informale, è ormai di diverse centinaia. Il risultato è un’economia sdoppiata: gli stipendi pubblici vengono pagati al cambio ufficiale, ma molti beni essenziali seguono quello reale. In pratica, i salari perdono valore rapidamente. Anche quando aumentano, servono a comprare sempre meno. L’inflazione ufficiale è scesa rispetto ai picchi, ma non riflette il costo effettivo della vita, perché una parte crescente dei prezzi si forma fuori dai canali controllati dallo Stato.
Una famiglia che non riceve rimesse o non ha accesso ai dollari viene rapidamente esclusa da una parte crescente del mercato. Al contrario, chi dispone di valuta estera, tramite parenti all’estero o attività legate al turismo, riesce a mantenere un livello di consumo più alto. Sempre più settori funzionano direttamente in dollari: negozi, servizi e alcune attività operano quasi esclusivamente in valuta forte.
A tutto questo si aggiunge un problema demografico. Negli ultimi anni centinaia di migliaia di cubani hanno lasciato il paese. La popolazione è diminuita, la forza lavoro si è ridotta e molte competenze sono emigrate. Il paese invecchia, e con meno lavoratori attivi diventa ancora più difficile aumentare la produzione o innovare. È un circolo che si autoalimenta: meno opportunità economiche spingono più persone a partire, e più persone partono, meno opportunità restano.
Le sanzioni statunitensi hanno contribuito ad aggravare il problema: limitando l’accesso ai mercati finanziari, scoraggiano gli investimenti e rendono più difficile anche il commercio con paesi terzi. Cuba non può accedere a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale e deve affidarsi a relazioni bilaterali o a partner alternativi, ma negli ultimi tempi Russia, Cina e Venezuela, per tre ragioni diverse legate a Donald Trump, latitano.
Dopo aver bloccato le forniture di petrolio venezuelano e minacciato sanzioni contro chiunque rifornisca l’isola, gli Stati Uniti hanno colpito la base materiale del sistema. Il risultato è una crisi energetica che si traduce immediatamente in crisi economica. Cuba produce meno della metà del petrolio di cui ha bisogno. Senza importazioni sufficienti, le centrali termoelettriche obsolete non riescono a funzionare. I blackout diventano più frequenti e più lunghi. In alcune fasi, il paese ha avuto elettricità solo per poche ore al giorno. Questo ha effetti diretti su tutto: le fabbriche riducono o fermano la produzione, i trasporti si interrompono, gli ospedali lavorano in emergenza, il turismo crolla ulteriormente perché gli hotel non possono garantire servizi.
Il governo del presidente Miguel Díaz-Canel ha cercato di reagire con una combinazione di misure. Ha ridotto il deficit fiscale, che negli anni precedenti aveva superato il 10 per cento del PIL, ha cercato di contenere l’inflazione e ha avviato alcune riforme. Ha ampliato lo spazio per le piccole imprese private, ha incentivato in parte l’import-export da parte di nuovi operatori e ha cercato di attrarre investimenti stranieri. Ma i risultati restano limitati.
Negli ultimi mesi le proteste, un tempo sporadiche, sono diventate più frequenti e più organizzate, spesso legate ai blackout e alla mancanza di cibo. In diverse città si sono moltiplicate le manifestazioni notturne, con persone che battono pentole e scendono in strada approfittando dei tagli di corrente. A metà marzo, nella città di Morón, un gruppo di residenti ha assaltato la sede locale del Partito comunista, devastandola e dando fuoco a mobili e attrezzature, in un episodio raro anche per gli standard cubani.