Moriremo bipopulistiComunque vada, il referendum sarà un disastro

Il panpenalismo in Italia è rigorosamente bipartisan perché rispecchia un senso comune basato sulla galera come massima espressione di giustizia

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Nell’Italia del bipopulismo triumphans, bisognerebbe recitare come una preghiera quotidiana il principio fondamentale della logica aristotelica, secondo cui le proposizioni contrarie non possono essere entrambe vere, ma possono essere entrambe false. Il prossimo referendum sulla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati è un esempio da manuale di questo pericolo. Tra chi sostiene che la riforma Nordio-Meloni sia la madre di tutte le riforme e chi risponde che sarà la madre di tutte le sciagure ci sono più punti in comune che differenze, non solo nella prosopopea ottimistica o terroristica. Il primo punto in comune è che entrambe le fazioni hanno torto. Partiamo dai primi, i favorevoli.

Si può realisticamente ritenere che la riforma dell’ordinamento giudiziario costituisca un corollario indispensabile del processo accusatorio e possa contribuire ad allentare la presa delle correnti dell’Anm sul sistema di autogoverno della magistratura. Non c’è invece nessuna ragione seria per ritenere che la sua approvazione sia, non dico sufficiente, ma anche semplicemente utile ad inverare i principi del giusto processo, che dalla riforma del codice di rito del 1989 in poi sono stati sì consacrati dal punto di vista costituzionale, col nuovo articolo 111 della Carta del 1999, ma sono stati ripetutamente sabotati dal punto di vista legislativo. Per riconoscere all’imputato e al suo difensore la stessa dignità e gli stessi poteri dell’accusa, che giudici e pm abitino sotto lo stesso tetto o in appartamenti diversi dello stesso condominio (il nuovo ordine giudiziario “separato”) è quasi irrilevante.

Veniamo ai secondi, i contrari alla riforma. Si può onestamente giudicare sia il “cosa” che il “come” della riforma Nordio così modesti e pure così spericolati e soprattutto così somiglianti alla proposta avanzata sei anni dalla buonanima politica dell’ex Ministro grillino Alfonso Bonafede – il sorteggio come scopa del sistema – da autorizzare più di un dubbio sulla vera finalità di questa operazione. Non occorre essere particolarmente malevoli per ritenere che dietro questo rivoluzionario “tutto cambi” ci sia l’aspettativa che la magistratura italiana accetti, perché “tutto rimanga com’è”, un prudente riallineamento politico alla maggioranza di governo.

D’altra parte, non c’è ragione perché chi così tanto si assomiglia alla fine non si pigli. L’uomo immagine del fronte del No, il procuratore Nicola Gratteri, non è forse il magistrato ideale di quella giustizia in camicia nera, in senso culturale e codicistico, che ha in testa il padrone di via Arenula (che non è Carlo Nordio, ma Andrea Delmastro)?

Invece non si può in buona fede sostenere che questa riforma apra la strada alla subordinazione dei pm all’esecutivo o ne contenga l’invisibile embrione, come se peraltro un inquadramento più direttamente ministeriale dei titolari dell’azione penale significasse (non lo significa affatto!) che il Ministro, a quel punto, sarebbe autorizzato a ordinare a ciascun pm su chi malignamente indagare e su chi benignamente sorvolare.

Ci vuole inoltre una buona dose di fantasia o di malafede per sostenere che un pm sottoposto a un autonomo organo di autogoverno, come prevede la riforma, sia destinato a perdere l’equanimità del giudice e a diventare, come sostiene Piercamillo Davigo, un delinquente fatto e finito, disposto a minacciare i giudici riluttanti di ritorsioni abominevoli (inchieste patrimoniali e quant’altro), pur di estorcere una sentenza di condanna.

La maggioranza che evoca il paradiso della giustizia giusta e l’opposizione che annuncia l’inferno dei pieni poteri sulle toghe sono due facce della stessa medaglia, due varianti della stessa demagogia ruffiana e menzognera. Però tra loro esiste un altro punto di consolidata convergenza – che resisterà nel tempo, qualunque sia l’esito del referendum – attorno all’idea che il diritto penale sia il supremo presidio dell’eticità dello Stato e della moralità del popolo e dunque la prima funzione dei delitti e delle pene non sia quella di tutelare i beni giuridici essenziali e di sanzionarne la violazione, ma di soddisfare diffusi sentimenti sociali di angoscia, timore ed allarme e di rappresentare una liturgia risarcitoria di sacrificio ed espiazione per i colpevoli designati dalla riprovazione popolare.

Il panpenalismo in Italia è rigorosamente bipartisan perché rispecchia un senso comune concimato, a destra come a sinistra, con lo stesso letame ideologico: quello della galera come massima espressione di giustizia. A cambiare, tra destra e sinistra, è l’accidente, non la sostanza, l’identità delle prede (i devianti o i prepotenti, gli uomini neri o i colletti bianchi, i parassiti o gli sfruttatori), ma non la natura della caccia e il paradigma dell’azione penale come meccanismo di eugenetica sociale. Si può dunque essere abbastanza sicuri che, comunque finisca il prossimo referendum, sorti più felici non arrideranno ai difensori della giustizia giusta e bisognerà al contrario guardarsi dall’arroganza dei vincitori – chiunque vinca.

Se prevarrà il Sì, la separazione delle carriere diventerà l’alibi e il lasciapassare di ogni sorta di fascisteria politico-giudiziaria, il suggello del garantismo galantomista e di classe a cui il Ministro Nordio offre un’immeritata immagine di liberalità, ma che è la quintessenza del razzismo politico-giudiziario: il diritto penale perbene per le persone perbene e permale per le persone permale.

Se vincerà il No, avrà nuova linfa la dottrina totalitaria del cosiddetto controllo di legalità, cioè della sovrintendenza giudiziaria della legittimità politica, come sigillo di garanzia del sistema costituzionale e del riconoscimento dei titolari dell’azione penale come rappresentanti disinteressati e quindi più autentici degli interessi del popolo. Per i sostenitori del diritto penale liberale, dopo il voto di marzo, si dovrà in ogni caso ripartire da zero – forse anche con un problema in più. Che si voti Sì, come il sottoscritto, o che si voti No o che (comprensibilmente) si scelga di abbandonare il gioco per impraticabilità del campo

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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