Tra venti giorni gli italiani andranno a votare per il referendum sui magistrati in un clima che potrebbe essere drammatico. Il che non è mai una buona notizia per qualunque governo. Non è solo l’ansia per la guerra. È anche e soprattutto l’angoscia per le sue conseguenze. Giorgia Meloni lo ha capito. Il suo nuovo incubo si chiama economia. O carovita, che dell’economia è il frutto più velenoso. L’inflazione è già salita: balza all’1,6 per cento e il carrello della spesa risale oltre il due per cento. E siccome lo spettro dell’inflazione si aggira minaccioso per l’impennata del prezzo del petrolio e del gas ieri la presidente del Consiglio non ha perso tempo e ha chiamato a palazzo gli amministratori delegati di Eni Claudio Descalzi e di Snam Agostino Scornajenchi proprio per esaminare l’impatto della guerra sul fronte della sicurezza energetica.
L’incontro è avvenuto in una mattinata nella quale sono piovute notizie ferali dalla Borsa di Milano (meno quattro percento). E non c’è motivo per essere ottimisti per le prossime settimane, essendo ormai scontato che il conflitto non sarà breve. Di qui la necessità di approntare contromisure già nel prossimo Consiglio dei ministri. Ma sembra di prosciugare il mare con il cucchiaino.
La crisi mondiale infatti si va a innestare su un quadro che il governo non prevedeva: L’Istat ha diffuso le stime sul 2025 e il deficit si è fermato al 3,1 per cento del Pil, senza sfondare verso il basso quella soglia del tre percento che avrebbe permesso all’Italia di uscire dalla procedura europea per disavanzi eccessivo. Giancarlo Giorgetti, l’uomo dei conti in ordine, se l’è presa con le ultime conseguenze del Superbonus: ma il problema vero è che il Pil continua a arrancare. A crescere c’è solo la pressione fiscale, esattamente il contrario delle promesse elettorali.
Di fronte a tutto questo la propaganda di Fratelli d’Italia veicolata del Tg1 rischia di fare innervosire i cittadini invece di rassicurarli. È chiaro che lo spauracchio di un aumento dei prezzi verrà giustamente collegato dagli italiani alla guerra contro l’Iran, una guerra che sembra inevitabilmente destinata a coinvolgere l’Italia perlomeno tramite la concessioni delle basi militari – il che provocherà un putiferio politico –, una guerra imputata interamente a Donald Trump, il grande amico di Giorgia Meloni che oggi è accusata al tempo stesso di non contare nulla e di essere supina alla Casa Bianca.
Il tutto con il ministro della Difesa intrappolato nella sua vicenda di Dubai e il ministro degli Esteri nervoso e incerto. È per Meloni un quadro difficilissimo che certo non prevedeva, a venti giorni dalle urne. Una bocciatura della riforma Nordio in questo contesto potrebbe produrre conseguenze al momento non immaginabili che potrebbero portare, se non a un rimpasto, alla caduta di qualche testa. Se gli elettori voteranno anche con la testa al portafoglio per la premier si mette male.