
Se non ci fosse da piangere, verrebbe da sorridere nel sentire il coro unanime di critiche, soprattutto da sinistra, alla guerra per disarmare l’Iran. La più diffusa e radicale obiezione è che non sono chiari e definiti gli obiettivi finali della guerra. È una critica interessante perché rivela il degrado della cultura politica contemporanea ridotta al pensiero non solo debole, ma minimo, utile poco più che per i talk show.
La guerra, questo è il punto, è per definizione un evento mortale che inizia in modo irrazionale, che si sviluppa solo sulla base di rapporti di forza e che ha esiti spesso imprevedibili. La guerra è caos, morte, devastazione dell’umanità e della natura, ha a che fare anche con quella roba che sono Eros e Thanatos ed è impossibile razionalizzarla, l’aveva già ben chiaro l’Ecclesiaste, tremila anni fa. L’unico suo obiettivo chiaro è perseguire la distruzione dell’apparato militare del nemico. E questo è quello che americani e israeliani stanno facendo.
Chi pretende che una guerra corrisponda a una pianificazione razionale, che si sviluppi secondo linee definite e geometriche è bene che ricordi l’enorme caos strategico che ha accompagnato e segnato gli Alleati nella più grande guerra mai combattuta, quella al nazifascismo, l’ultima a essere unanimemente considerata “giusta”, anche a sinistra.
È stato quello un conflitto iniziato con i “buoni” talmente in preda ai fumi e all’ebrezza della ragione che a Monaco Neville Chamberlain, con tre quarti degli inglesi, era sicuro che Hitler fosse un galantuomo, con la Francia che era convinta chissà perché che i tedeschi non l’avrebbero invasa come nel 1914 passando dal Belgio e non vi estese la linea Maginot, con uno Stato Maggiore francese che aveva tacitato un marginale generale a una stella, certo che lui avesse torto e che i carri armati non avrebbero giocato nessun ruolo decisivo nel nuovo conflitto (era De Gaulle).
Da parte sua, quel criminale assassino di Josef Stalin aveva a tal punto sbagliato le sue analisi e strategie nei confronti di Hitler che quando questi il 22 giugno 1941 aveva iniziato l’Operazione Barbarossa per invadere l’Urss, dai porti sovietici del Baltico ancora per ben quattro giorni erano partite molte navi cariche di carbone e ferro da consegnare a Hitler stesso in applicazione del Patto Molotov Ribbentrop.
Non meglio aveva fatto il presidente americano Franklin Delano Roosevelt che tanto poco aveva compreso di quanto stava accadendo che non aveva inviato spie e infiltrati in Giappone e così una immensa flotta giapponese ha navigato per ben dodici giorni, dalle isole Kurili sino al largo delle Hawaii senza che lui se ne accorgesse. Questa Grande Armada giapponese ha navigato totalmente indisturbata, incredibilmente non era stata né vista né intercettata, nonostante le sue sei grandi portaerei e le altre 33 grandi navi e ha potuto bombardare Pearl Harbor e distruggere la flotta americana senza che neanche la contraerea entrasse in funzione. Altro che Guido Crosetto a Dubai.
Per comprendere quanto guerra e caos si siano intrecciati, si deve poi tenere presente che quella incredibile défaillance americana è stata prodotta non solo da una dabbenaggine politica incredibile, da una incapacità di interpretare le strategie reali giapponesi che non ha paragoni, ma anche da una coerente e incredibile ragione: gli Stati Uniti non avevano informazioni perché non avevano un’intelligence, un Servizio Segreto operativo.
Questa ineffabile automutilazione era dovuta a una ragione precisa: alla ferrea opposizione degli Stati federali che si opponeva alla concessione di tale e tanto potere al governo federale di Washington e soprattutto al presidente. Quindi gli Stati Uniti, quanto alla conduzione della guerra, si basavano addirittura su cinque piccole strutture di intelligence assolutamente autonome e separate: della Marina; dell’Esercito (focalizzato solo su Europa), del Tesoro (solo spionaggio economico), del Dipartimento di Stato (solo decrittazione dei messaggi, pochissimi fondi) a cui si aggiungeva la struttura di nuovo autonoma della Federal Communications Commission, delegata alle intercettazioni radio. Naturalmente, nullo era il coordinamento tra questi Servizi.
Ma non basta. Quando Roosevelt, nella prima riunione del gabinetto di guerra lo stesso 7 dicembre diede ordine di bombardare immediatamente Tokyo per rappresaglia, imbarazzatissimi l’ammiraglio H. R. Stark e il comandante dell’aviazione H.H. Arnold gli risposero che non era possibile perché non avevano navi e aerei in grado di farlo. Inoltre, quando un irritato e esasperato Roosevelt chiese di chi era la responsabilità della mancanza di navi e aerei per bombardare Tokyo, sempre più imbarazzati i due gli risposero: «Lei signor presidente». Era vero: convinto della possibilità di una soluzione diplomatica per il controllo congiunto del Pacifico col Giappone e pressato da una netta maggioranza del paese che non voleva assolutamente una nuova guerra, Roosevelt aveva rifiutato i fondi governativi richiesti dalla Marina per allestire una flotta in grado di bombardare il Giappone.
Veniamo ora alla tanto deprecata confusione di oggi sugli obiettivi della guerra imputata a Trump e Netanyahu e constatiamo che il paragone con la Seconda Guerra mondiale è impietoso per gli Alleati.
Durante i primi quattro anni del conflitto, infatti, non sono andati oltre una resistenza su tutti i fronti. Spesso disperata e perdente. La loro totale, assoluta, incredibile incapacità di analizzare e comprendere le strategie di Hitler come dei generali giapponesi tra il 1939 e il 1941 li ha obbligati infatti a limitarsi a difendersi in Europa, in Medio Oriente, in Africa e addirittura a una ritirata disastrosa nel Pacifico.
Roosevelt, influenzato anche dalla moglie progressista Eleanor, aveva poi una tale sostanziale fiducia nella lealtà di Stalin e a Yalta che ha di fatto contrastato Winston Churchill che al solito aveva invece compreso perfettamente la strategia del dittatore russo. Il risultato dell’accondiscendenza e della miopia strategica del presidente americano è stato che tra la Conferenza di Teheran e quella di Yalta il governo polacco democratico che era rifugiato a Londra e soprattutto le Forze Armate Polacche in Occidente dei generali Sikorsky e Anders, ben 210.000 soldati valorosi, sono stati letteralmente svenduti dal presidente americano a Stalin che ebbe in regalo il controllo sovietico assoluto sulla Polonia.
Quanto al nodo strategico del futuro assetto statuale della Germania la confusione è stata tale che il suo assetto è stato lasciato per intero alla meccanica evoluzione dei bruti rapporti di forza militare sul terreno. Nessuna scelta strategica, tranne l’accordo della linea di demarcazione tra le forze di occupazione sull’Elba e la quadripartizione del controllo militare di Berlino, è stata fatta sino al 1947, la vigilia della proclamazione delle due repubbliche. Infatti, alla confusione strategica sull’assetto Germania che ha travagliato gli Stati Uniti per ben due anni durante la guerra e poi per altri due anni dopo la fine della guerra, si sono sommate le mire inglesi, che puntavano sulla neutralizzazione del suo apparato industriale e produttivo. Il tutto risolto solo nel 1947 dalla lucidità strategica di Harry Truman, che a differenza di Roosevelt ha deciso di farne la trincea armata contro l’espansionismo imperialista russo.
Ripeto, la guerra è irrazionale per natura e l’altalena di esiti strategici sul futuro dell’Iran proposti da Trump e Netanyahu non è niente rispetto al caos che ha attraversato l’amministrazione democratica americana tra il 1943 e il 1947, a cui si aggiungevano le forti pressioni inglesi per ottenere una deindustrializzazione tedesca.
Questo caos derivava peraltro dal conflitto tra potenti e pesanti centri d’interesse e lobby americane che proponevano strategie divergenti. Il primo fu il piano eccentrico, peraltro approvato da Churchill e Roosevelt nella conferenza del Quebec, steso e sostenuto nel 1943 dal potentissimo e peraltro acuto ministro del Tesoro Henry Morgenthau che proponeva la deindustrializzazione completa della Germania con smantellamento dell’industria pesante, chiusura delle miniere, pastoralizzazione (sic!) dell’economia e il suo smembramento in una miriade di piccoli Stati.
A Morgenthau si contrapponeva il piano Randall Clayton che si limitava a proporre una deindustrializzazione molto più moderata, però proibiva un’unione doganale tra i quattro Stati federali in cui si doveva strutturare il paese.
Roosevelt, da parte sua e sino alla morte, a riprova della sua cecità strategica, si era schierato a favore del progetto di Morgenthau di schiantare letteralmente la Germania, tanto che una delle sue ultime dichiarazioni del marzo 1945, prima della morte, è stata proprio: “Lasciate affondare l’economia tedesca!”.
Questo progetto di desertificazione della Germania, quindi del fondamentale baricentro dell’Europa, condiviso dal presidente, implicava peraltro una possibile carestia con 25 milioni di morti, e ha poi pesantemente influenzato la Direttiva 1067 del 1945 del Joint Chiefs Staff, il Comando Militare Usa che governava di fatto tutta la Germania occidentale. Direttiva che infatti esplicitamente ha proibito la ripresa economica del paese, ha limitato la produzione industriale, vietato la fraternizzazione e ha imposto livelli di sussistenza alimentare minima alla popolazione.
Però, nel 1947 questo lungo, triennale, periodo di tentennamenti strategici e di assoluta confusione sulle prospettive di fatto non solo della Germania, ma dell’intera Europa è sfociato in un ribaltamento assoluto. Con una svolta strategica a 180 gradi, nel luglio del 1947, il Comando militare della Germania ha emesso infatti la direttiva JCS 1779 che ha ribaltato letteralmente tutta la strategia politica ed economica precedente e ha puntato su una totale ricostruzione produttiva per costruire “una Germania stabile e produttiva”. Una strategia che faceva dunque del paese il baricentro di una nuova potenza economica europea che fu perseguita infatti con il preveggente piano Marshall che non si è limitato affatto a fornire aiuti alimentari, come molti credono, ma che ha soprattutto elargito finanziamenti per impianti industriali, per l’84% a fondo perduto per 144 miliardi di dollari a valore di oggi. Di questi circa 20 miliardi di dollari furono investiti nella ricostruzione dell’industria tedesca, con una specifica e tassativa condizione: che questi nuovi impianti industriali fossero coordinati, omogenei e in grado di totale interscambio tra le varie nazioni europee. Il primo nucleo di Europa comunitaria.
In conclusione, la grande esperienza delle democrazie nella più grande guerra della storia dimostra che per condurre una guerra è più che sufficiente limitarsi in un primo momento all’imprescindibile e necessario obiettivo di distruggere l’apparato militare del nemico. Come si sta facendo in Iran.
In seguito, nel caos che è connaturato alla dinamica imprevedibile della guerra, che ha in sé l’oscuro e il diabolico, si definiranno delle strategie per il dopo.