Bari e bariliIsraele brucia i depositi di carburante, e Trump s’innervosisce con Netanyahu

I bombardamenti su Teheran hanno sorpreso gli americani per la loro portata. Per la prima volta dall’inizio della guerra, tra i due alleati emerge una frattura visibile. E non solo tattica. Rinviata la visita di Witkoff e Kushner

AP/LaPresse

Dieci giorni dopo l’inizio delle operazioni congiunte contro l’Iran, la prima crepa nell’asse tra Stati Uniti e Israele è arrivata da una colonna di fumo nero sopra Teheran. Sabato scorso l’aviazione israeliana ha colpito trenta depositi di carburante nella capitale iraniana, causando incendi visibili a chilometri di distanza e avvolgendo la città in una densa nuvola di fumo. Le forze armate israeliane aveva notificato in anticipo le mosse agli statunitense, come prevede la consueta procedura di coordinamento tra i due alleati. Ma l’ampiezza degli strike ha colto di sorpresa il Pentagono. «Non crediamo fosse una buona idea», ha detto un alto funzionario americano al sito Axios. Secondo quanto riportato dal giornale statunitense, il messaggio recapitato da Washington na Gerusalemme è stato ancora più diretto: «WTF», «Che diavolo!».

La preoccupazione statunitense non è di natura prettamente operativa. Washington teme che le immagini dei depositi in fiamme – infrastrutture che servono anche la popolazione civile, non solo l’apparato militare – possano compattare la società iraniana attorno al regime che da domenica ha anche una nuova guida (il figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba), vanificando parte dell’effetto destabilizzante che la campagna militare puntava a produrre. Un effetto boomerang politico, oltre che mediatico.

C’è poi la questione energetica. «Il presidente non gradisce l’attacco. Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo. E questo ricorda alla gente i prezzi alti della benzina», ha detto un consigliere di Trump al giornale Axios. I mercati energetici sono già sotto pressione dall’inizio del conflitto, e le immagini di depositi in fiamme a Teheran non aiutano la narrativa dell’amministrazione su inflazione e costi energetici – temi centrali per la base elettorale repubblicana. Le forze armate israeliane ha giustificato gli strike affermando che i depositi colpiti «vengono utilizzati dal regime iraniano per rifornire di carburante diversi utenti, inclusi gli organi militari». Una definizione volutamente ampia, che non ha convinto Washington.

Teheran ha risposto con una minaccia esplicita. Il portavoce del quartier generale, Khatam al-Anbiya, ha avvertito che se gli attacchi alle infrastrutture petrolifere continueranno, l’Iran risponderà colpendo impianti analoghi nella regione. Lo speaker del parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, è stato ancora più diretto: la rappresaglia arriverebbe «senza ritardo». L’Iran ha poi agitato lo spettro dei 200 dollari al barile come possibile conseguenza di un’escalation sul fronte energetico. Si tratta di minacce che Washington prende sul serio, in un momento in cui il conflitto si è già esteso ai Paesi del Golfo: droni iraniani hanno colpito un impianto di desalinizzazione in Bahrain, un missile è caduto su un’area residenziale di Kharj in Arabia Saudita causando due morti e dodici feriti, mentre Riad ha avvertito Teheran che potrebbe autorizzare l’uso delle basi saudite per operazioni americane se gli attacchi non cessano.

Sullo sfondo di queste tensioni operative, Trump ha rilasciato un’intervista al Times of Israel in cui ha detto che la decisione su quando mettere fine alla guerra sarà «concordata» con il primo ministro Benjamin Netanyahu, pur precisando che l’ultima parola spetterà agli Stati Uniti. «Ne abbiamo parlato. Prenderò una decisione al momento giusto», ha detto il presidente, aggiungendo di non credere che Israele avrà bisogno di continuare il conflitto autonomamente dopo un’eventuale uscita americana.

È una cornice che, alla luce delle frizioni emerse negli ultimi giorni, mostra qualche tensione interna. La visita a Israele degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, che avrebbero dovuto incontrare Netanyahu oggi, è stata rinviata. Ufficialmente non ci sono spiegazioni. Il rinvio arriva però il giorno dopo le divergenze sui depositi di carburante e la nomina di Mojtaba Khamenei a nuova guida suprema dell’Iran. Un cambio di vertice che ridisegna, almeno in parte, il quadro diplomatico.

Le operazioni militari proseguono a ritmo sostenuto: le forze armate israeliane ha dichiarato di aver distrutto circa il 75% dei lanciatori missilistici iraniani e di aver colpito oltre 400 obiettivi nelle ultime ventiquattr’ore, tra cui siti di produzione di armi e basi delle Guardie Rivoluzionarie. Sul fronte libanese, 600 strike in dieci giorni hanno cercato di degradare le capacità offensive di Hezbollah, che ha comunque continuato a lanciare razzi verso il nord di Israele.

La macchina militare gira. Ma la prima vera frizione tra i due alleati ricorda che coordinare una guerra non significa avere gli stessi obiettivi – né la stessa idea di quando e come finirla.

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