Cambio di paradigmaL’Ucraina ha rivoluzionato il modo in cui si pensa la guerra

In “Difendere il futuro”, Enrico Della Gatta spiega che il vantaggio militare non deriva più da singole tecnologie ma dalla loro integrazione in reti adattive

LaPresse

La guerra in Ucraina ha accelerato tecnologie che, prese singolarmente, non sono nuove: droni, intelligenza artificiale, cyber, big data esistevano già. Ciò che cambia è la loro integrazione in un sistema coerente, che segna l’emergere di un paradigma operativo inedito: una guerra reticolare, distribuita e adattiva, in cui il vantaggio non dipende dal possesso di un singolo sistema sofisticato, ma dalla capacità di combinarli in reti dinamiche e resilienti. È una trasformazione paragonabile a quella che nel Novecento segnò il passaggio dalla cavalleria alla guerra meccanizzata: non un’arma sola, ma un ecosistema di tecnologie e dottrine che riscrive le regole del conflitto.

I droni sono l’emblema più visibile di questa rivoluzione. La loro forza non sta soltanto nel costo ridotto o nella capacità di colpire obiettivi strategici, ma nella scalabilità e nell’adattabilità. Nati da iniziative civili e assorbiti dalle unità operative, si collocano in una catena di innovazione che unisce produttori locali e piattaforme di diffusione rapida. La loro evoluzione verso l’autonomia e gli sciami coordinati segna il superamento della logica della “piattaforma unica”: la superiorità non è più garantita da pochi sistemi d’élite, ma dalla ridondanza e dalla capacità di saturare e adattarsi. La misura del potere militare diventa la “massa intelligente distribuita”.

Accanto ai droni, l’intelligenza artificiale è la seconda gamba di questa trasformazione. Non è più un accessorio, ma un moltiplicatore cognitivo che consente di trasformare dati in decisioni operative a una velocità prima impensabile. Flussi di immagini satellitari, segnali elettronici e feed da droni vengono ordinati in mappe operative aggiornate in tempo reale. L’AI non sostituisce il comandante, ma ne amplifica le capacità, comprimendo il tempo che separa individuazione e ingaggio: ciò che prima richiedeva giorni avviene ora in pochi secondi. La risorsa più scarsa non è più il tempo, ma il munizionamento necessario a tradurre decisioni rapidissime in effetti concreti sul campo. È il passaggio da una scarsità cognitiva a una scarsità industriale.

Questa accelerazione è resa possibile dall’emergere della software- defined warfare. Il sistema Delta rappresenta l’architrave digitale dell’Ucraina: una piattaforma di comando e controllo distribuito che integra cloud, algoritmi e sensori eterogenei – droni, satelliti, fonti OSINT, rapporti dal fronte – in una mappa operativa unica. La sua forza sta nell’accessibilità diffusa: non rimane confinata ai centri di comando, ma raggiunge laptop e smartphone sicuri fino al livello del singolo plotone. Ogni combattente diventa così un nodo della rete, capace di ricevere e alimentare informazioni.

Il campo di battaglia si virtualizza e si condivide: ciò che negli anni Novanta era teorizzato come network-centric warfare, in Ucraina è divenuto realtà quotidiana. Il dominio cyber e quello informativo non sono più teatri paralleli, ma campi intrecciati con le operazioni cinetiche. La guerra elettronica è ormai un elemento strutturale: sistemi di jamming saturano lo spettro elettromagnetico, oscurano GPS, interrompono link di comando e degradano comunicazioni radio. È come se lo spazio elettromagnetico fosse un “campo minato invisibile”, dove solo i sistemi più resilienti sopravvivono.

A ciò si affiancano attacchi cyber contro reti energetiche, logistiche e infrastrutture critiche, capaci di paralizzare lo sforzo bellico quanto la distruzione di una ferrovia. Infine, il fronte informativo: bot, troll farm e deepfake mirano a colpire non solo l’opinione pubblica, ma la coesione dei comandi e il morale delle truppe. Spettro, reti e percezioni cognitive sono al tempo stesso armi, bersagli e terreni di manovra.

La vera innovazione, tuttavia, non è il singolo drone o algoritmo, ma il processo darwiniano che consente all’ecosistema ucraino di testare, fallire, correggere e scalare soluzioni in tempi compressi. È una logica evolutiva, più vicina alla selezione naturale che alla pianificazione tradizionale: sopravvive ciò che funziona, scompare ciò che non produce effetti. La potenza militare del futuro non risiederà nelle piattaforme d’élite, ma nella capacità di orchestrare ecosistemi adattivi di tecnologie, processi e attori.

L’Ucraina non è soltanto il teatro di un conflitto atroce: è il laboratorio dove si incrina una lunga tradizione strategica. Per oltre due secoli la deterrenza è stata concepita come accumulo – arsenali da custodire, piattaforme da mostrare, scorte da mantenere. Oggi la guerra dimostra che la vera forza non risiede più nell’immobilità dell’accumulo, ma nella capacità di rigenerazione continua. Questo rovesciamento parte dal fronte: non è più l’industria a proporre piattaforme e lo Stato a valutarle in cicli decennali, ma sono le esigenze operative – nate nelle trincee e validate in battaglia – a guidare lo sviluppo. È un modello «user-driven and industry-enabled», in cui i soldati diventano i primi innovatori e le startup, insieme allo Stato, ne sono gli abilitatori. La lezione è decisiva per l’Occidente. Troppo spesso è la tecnologia a proporre e la strategia a rincorrere, generando sistemi sofisticati ma scollegati dalle urgenze operative.

L’Ucraina mostra invece che il paradigma va reso ciclico: dal fronte ai laboratori e ritorno, in un flusso continuo di requisiti, prototipi, test e scalabilità. Per l’Europa, il conflitto evidenzia un drone gap strutturale rispetto a Russia e Ucraina. Colmarlo non significa solo finanziare programmi o consolidare aziende, ma ripensare processi e catene di innovazione.

Strumenti come il Drone Capability Coalition, il Fondo Europeo per la Difesa e l’apertura dell’EU Defence Innovation Office a Kyiv sono segnali in questa direzione, ma devono evolvere in un ciclo adattivo permanente. Se la Spagna del 1936 mostrò le prime tecnologie emergenti della guerra moderna, senza che le nazioni sapessero trarne lezioni adeguate, l’Ucraina può offrire insegnamenti opposti e decisivi: che la potenza non deriva più dal possesso di una «silver bullet», ma dalla capacità di collegare bisogni operativi e innovazione diffusa, trasformando ogni ciclo di apprendimento in capacità industriale e strategica. La deterrenza del XXI secolo non sarà la fotografia di arsenali statici, ma il film ininterrotto di ecosistemi capaci di rigenerarsi senza sosta.

Il conflitto ucraino non è soltanto il trionfo della dronizzazione, ma la dimostrazione che l’innovazione, per tradursi in vantaggio competitivo, ha bisogno di organizzazioni e processi capaci di incanalarne la spinta propulsiva. L’Ucraina è oggi una nazione in guerra totale, dove circa un terzo della spesa pubblica è destinato al mantenimento della macchina militare: un contesto impossibile da paragonare con economie in tempo di pace. Eppure, la storia insegna che la necessità è il più potente acceleratore di capacità. Da questa urgenza è nato un modello di procurement inedito, descritto come un «Amazon militare »: un mercato digitale che fonde industria, operazioni e tecnologia in tempo reale.

Tratto da “Difendere il futuro” di Enrico Della Gatta, Egea, 146 pagine, 17,96 euro

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