Le carte di ZelenskyIl Pentagono studia i droni ucraini per difendersi dagli Shahed iraniani

Da quattro anni la Russia bombarda l’Ucraina con sciami di velivoli a basso costo. Per fermarli, Kyjiv ha sviluppato sistemi di difesa innovativi ed economici. Ora Stati Uniti e Paesi del Golfo hanno bisogno di quel know-how per difendersi dagli attacchi di Teheran

AP/Lapresse

Un anno, in politica, può cambiare molte cose. Il 28 febbraio 2025, durante un incontro nello Studio Ovale, Donald Trump sminuiva le richieste di Volodymyr Zelensky con una frase velenosa: «Non hai le carte». Il presidente americano giustificava le pretese della Russia e irrideva la resistenza ucraina. Un anno dopo, l’Ucraina potrebbe essere il Paese con le carte migliori per aiutare l’esercito statunitense a difendersi dagli attacchi iraniani in Medio Oriente: in quattro anni di guerra Kyjiv ha sviluppato alcune delle soluzioni più avanzate al mondo per contrastare gli sciami di droni. Il Pentagono e i Paesi del Golfo infatti stanno pensando di comprare i droni intercettori ucraini per difendersi dagli Shaed iraniani. E Kyjiv ha già previsto l’invio di specialisti militari nell’area per operare sul posto e coordinare le manovre di difesa.

Negli ultimi giorni, l’Iran ha lanciato centinaia di missili e oltre mille droni d’attacco. Molti di questi sono Shahed, gli stessi che la Russia usa contro l’Ucraina dal 2022. Parte di quel che stiamo vedendo oggi in Medio Oriente è, in fondo, una versione ampliata – o comunque in uno scenario più esteso – di una guerra che l’Ucraina combatte da anni. Come scrive il Kyiv Independent, «la guerra dei droni a lungo raggio, economici e prodotti in massa, è diventata globale». E proprio per questo l’esperienza ucraina è diventata così preziosa: un know-how che le forze della Nato e dei Paesi del Golfo non possono ancora avere. «Solo l’esercito ucraino ha qualcosa di simile all’esperienza necessaria per affrontare questa nuova minaccia», scrive il giornale ucraino.

La guerra dei droni ha cambiato anche l’economia della difesa aerea. «Uno Shahed-136 costa circa 20-50 mila dollari. Un intercettore Patriot PAC-3 costa tra i 4 e i 6 milioni», ha scritto Tymofiy Mylovanov, ex ministro dell’Economia ucraino e oggi presidente della Kyiv School of Economics, aggiungendo che alcuni sistemi di difesa avanzati possono superare i dieci milioni per singolo lancio. «È una guerra asimmetrica per definizione. Ogni missile da cinque milioni di dollari lanciato contro un drone da trentamila dollari indebolisce la copertura contro i missili balistici».

È il cuore della strategia russa e iraniana: gli sciami di droni servono a saturare le difese. Gli Shahed sono l’archetipo di questo tipo di arma. Montano un semplice motore a pistoni, possono volare per circa duemila chilometri e trasportare una testata da cinquanta chili. Costano poco e possono essere prodotti in grandi quantità. In Ucraina, in alcuni attacchi la Russia ha lanciato oltre cinquecento droni in una sola notte. «Una volta che un avversario riesce a produrre sistemi economici e sacrificabili in grandi numeri per esaurire le difese, quello diventa il nuovo modo di fare la guerra», ha detto Catarina Buchatskyi, analista dello Snake Island Institute, al Kyiv Independent.

Per molto tempo gli eserciti occidentali non hanno preso in considerazione minacce di questo tipo e ora si sono scoperti impreparati. È per questo che il Pentagono e alcuni governi del Golfo stanno valutando l’acquisto di intercettori di droni ucraini.

Gli Stati del Golfo oggi rispondono agli sciami di droni con i missili Patriot. Ma sono costosi, le scorte si stanno riducendo e non rappresentano una soluzione sostenibile nel lungo periodo. L’Ucraina ha affrontato lo stesso problema molto prima: quando la Russia ha iniziato a bombardare le città ucraine con gli Shahed, Kyjiv ha dovuto trovare sistemi di difesa più economici per non esaurire rapidamente scorte e risorse. «L’Ucraina è stata pioniera nell’utilizzo di intercettori prodotti in serie, del costo di poche migliaia di dollari», scrive il Financial Times.

A una minaccia economica bisogna rispondere con strumenti altrettanto economici. Il drone intercettore Sting, sviluppato dalla startup ucraina Wild Hornets, è un piccolo quadricottero a forma di proiettile che distrugge il bersaglio esplodendo all’impatto. Secondo i produttori costa poco più di duemila dollari ed è progettato per intercettare droni come gli Shahed, che volano a circa centottanta chilometri orari.

Ma lo Sting è solo uno dei modelli sviluppati in Ucraina negli ultimi anni. Esistono anche velivoli ad ala fissa per missioni più lunghe, come il Merops, finanziato da aziende legate all’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, oppure i droni prodotti dalla società ucraina General Cherry, descritti come «cacciatori di Shahed».

L’innovazione non riguarda solo la tecnologia, è più ampia e riguarda anche la dottrina militare. In questi anni Kyjiv ha saputo costruire una difesa aerea multilivello: reti anti-drone, droni intercettori, guerra elettronica, sistemi a microonde e munizioni cinetiche devono operare insieme per la difesa più efficace ed efficiente possibile.

Questo sistema ha funzionato sorprendentemente bene. Secondo il Comandante delle Forze Armate ucraino Oleksandr Syrskyi, circa il settanta per cento dei droni Shahed lanciati contro Kyjiv viene oggi abbattuto da droni intercettori. In pochi anni l’Ucraina ha costruito uno dei sistemi di difesa anti-drone più sofisticati al mondo.

Nella giornata di ieri circa quaranta droni iraniani Shahed-136 hanno preso di mira gli Emirati Arabi Uniti. Ma grazie al contributo ucraino, che ha condiviso le sue tecnologie e il suo expertise in materia di guerra elettronica, il novanta per cento dei velivoli iraniani è stato abbattuto prima che potesse raggiungere il bersaglio.

Questi risultati sono possibili solo grazie a una mobilitazione industriale senza precedenti, in Ucraina. Come scrivevamo su Linkiesta un mese fa, Kyjiv non vuole più essere soltanto il principale destinatario di aiuti militari occidentali: ambisce a diventare anche un produttore ed esportatore di tecnologie militari, soprattutto droni.

Dall’inizio dell’invasione russa il settore è cresciuto moltissimo. Le aziende che producono droni erano poche all’inizio della guerra; oggi sono centinaia e operano in una dozzina di segmenti diversi, dalla robotica terrestre alla guerra elettronica. Questo ecosistema ha trasformato l’Ucraina in una gigantesca piattaforma di innovazione militare. «Quando la tua popolazione è minacciata ogni notte», spiega l’ex generale australiano Mick Ryan al Kyiv Independent, «la burocrazia sparisce e tutto si concentra sui risultati».

Ora quella stessa esperienza potrebbe essere esportata. Gli Shahed iraniani stanno dimostrando che anche le difese più avanzate si possono inceppare se attaccate da sciami di droni economici. E proprio per questo molti analisti ritengono che la difesa aerea del futuro sarà definita non solo dalla tecnologia più avanzata, ma dal rapporto tra costo ed efficacia.

In una guerra dominata dai droni, la superiorità non dipende solo dalle armi più sofisticate. Dipende dalla capacità di produrre contromisure economiche, scalabili e continuamente aggiornabili. Ed è una lezione che molti eserciti stanno iniziando a studiare proprio osservando l’Ucraina.

X