Obsolescenza accelerataLa guerra dei droni ha reso sempre più difficile fare scorte per la difesa

Sul fronte ucraino bastano poche settimane per rendere superata una tecnologia. Il dilemma europeo non è solo produrre armi, ma aggiornarle più in fretta dell’avversario. Per questo i Paesi Nato cercano una nuova logica: non più magazzini pieni, ma filiere capaci di adattarsi

AP/LaPresse

Tre settimane. È il tempo medio che separa un drone efficace da un drone superato sul fronte ucraino. Dall’altra parte qualcuno ha già trovato il modo di intercettarne la frequenza, disturbarne il segnale, neutralizzarne il software. La guerra in Ucraina ha dimostrato che il vantaggio tecnologico può essere estremamente effimero. Sul campo di battaglia i droni vengono aggiornati di continuo, a un ritmo che non ha precedenti: ogni nuova tecnologia, ogni nuova frequenza di trasmissione innesca quasi subito una contromisura che nel giro di poche settimane la rende inutilizzabile.

In questi anni gli eserciti di Russia e Ucraina si sono impegnati a innovare, ma anche a copiare o rubare la tecnologia rivale, innescando una spirale di aggiornamento tecnologico senza precedenti. Nel frattempo parte degli arsenali occidentali stoccati diventava obsoleta: è per questo che molti droni dei Paesi Nato inviati a Kyjiv arrivano al fronte già tecnicamente superati. Secondo comandanti e ingegneri ucraini citati dal Financial Times, spesso devono essere riconfigurati, a volte tornano buoni solo se smontati per recuperare componenti utili.

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha detto che «non avrebbe senso spendere miliardi in droni oggi che sarebbero obsoleti dopodomani». Il ministro britannico per le forze armate Al Carns è stato ancora più esplicito: «Quando compri un drone, otto settimane dopo è già superato». E in Ucraina il software può richiedere venti o trenta aggiornamenti per consentire al drone di sopravvivere alla guerra elettronica russa.

I droni, grandi protagonisti della guerra in questo decennio, dipendono da software, moduli di comunicazione, antenne, frequenze radio, sensori e sistemi di navigazione autonoma. La guerra elettronica russa obbliga gli ucraini a continui adattamenti: serve esplorare nuove bande di frequenza, testare sistemi anti-jamming, e aggiornare costantemente l’intelligenza artificiale di bordo.

«Per alcune categorie di sistemi impiegati su larga scala in Ucraina, quindi droni, guerra elettronica, capacità cyber, il ritmo di aggiornamento non ha precedenti rispetto alle piattaforme tradizionali», dice a Linkiesta Federico Borsari, del Center for European Policy Analysis. «In questi casi le caratteristiche possono essere aggiornate e possono cambiare molto più velocemente rispetto alla maggior parte dei sistemi d’arma cosiddetti legacy, cioè le piattaforme che abbiamo ereditato dai decenni precedenti, perché gran parte del loro valore risiede nel software».

Il problema posto dall’aggiornamento dei droni è solo il punto più visibile di una trasformazione tecnologica iniziata molti anni fa. Già negli anni Novanta, con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, le forze armate occidentali avevano iniziato a ripensare la guerra come un sistema di reti: sensori integrati, digitalizzazione del comando e controllo, piattaforme connesse in tempo reale. La superiorità non dipendeva più soltanto dalla massa o dalla potenza di fuoco, ma dalla capacità di raccogliere, elaborare e distribuire informazioni più rapidamente dell’avversario.

L’Ucraina è il primo conflitto in cui quella trasformazione si combina con un ciclo di innovazione quasi industriale sul campo. Le tattiche, le tecniche e le procedure – le cosiddette Ttp – vengono adattate in modo continuo, spesso nel giro di settimane. Ciò che funziona in un teatro operativo può rivelarsi inefficace in un altro. È il caso dei droni turchi Bayraktar, ampiamente adoperati in Libia e nel Nagorno-Karabakh, ma durati un battito di ciglia in Ucraina perché la densità della difesa aerea e della guerra elettronica è incomparabilmente più alta.

Con aggiornamenti così rapidi delle tecnologie, va ripensato – o quantomeno adattato – un concetto fondamentale della preparazione militare di un tempo. Cioè accumulare capacità industriale, stoccare munizioni, garantire riserve per stare sul sicuro. Ma questo non vuol dire che l’artiglieria sia diventata obsoleta di per sé. Anzi, proprio la guerra in Ucraina ci ricorda quanto sia ancora indispensabile in un conflitto Peraltro, anche l’artiglieria – insieme a tutte le altre capacità – si è evoluta: «Molti sistemi tradizionali o basati su design di vecchia concezione sono stati aggiornati e hanno integrato caratteristiche moderne che sono basate sul software, un po’ come le nostre automobili che hanno l’hardware e molte componenti meccaniche pressoché identiche a quelle precedenti, ma hanno funzionalità aggiuntive che si basano sul software».

Negli ultimi mesi abbiamo più volte ripetuto che la guerra è sempre multifattoriale e una difesa efficace deve essere stratificata, fatta di tecnologie e strumenti diversi, di competenze e conoscenze di ogni tipo. Non esistono proiettili d’argento né soluzioni definitive.

Anche chi ha grandi riserve militari deve aggiornare tutto. La Finlandia, ad esempio, nasconde nelle sue foreste depositi mimetizzati in cui riposano da decenni milioni di proiettili di artiglieria. È una delle più grandi riserve d’Europa. Molti di quei colpi risalgono ai tempi della Guerra fredda, sono ancora perfettamente utilizzabili, ancora letali. Pronti per essere usati al fronte in caso di invasione della Russia. Eppure il ministro della Difesa finlandese, Antti Häkkänen, ha detto al Financial Times che i magazzini pieni non bastano. «Ogni Paese Nato deve costruire una filiera industriale capace di adattarsi rapidamente in caso di crisi, creare un ecosistema tra industria high-tech e amministrazione della difesa», sostiene Häkkänen. La parola chiave usata da Häkkänen è ramp-up: capacità di scalare produzione e aggiornamenti in modalità emergenziale.

La difficoltà sta nel fatto che i tempi di produzione faticano a stare al passo degli aggiornamenti sul campo di battaglia. Il modello a cui guarda l’Europa è quello della Modular Open System Architecture (Mosa): sistemi progettati fin dall’inizio per essere aggiornati senza interventi radicali sull’hardware. L’obiettivo è rendere sostituibili singoli moduli – componenti elettroniche, software, sistemi di guida – così da adattare rapidamente l’arma alle nuove condizioni operative. In alcuni casi si pensa perfino a produrre e stoccare piattaforme “incomplete”, completandole solo al momento con i moduli più aggiornati. «Questo approccio consente di fare upgrade senza dover cambiare tutto il resto», dice Borsari. «In pratica si interviene su singole componenti mantenendo stabile l’ossatura del sistema. L’obiettivo è conciliare quantità e aggiornamento continuo: riuscire a raggiungere una profondità di magazzino e allo stesso tempo la rilevanza o il fatto che questo sistema sia ancora up-to-date, è pronto per essere usato subito, e non necessita di ulteriori modifiche, perché nel frattempo qualcosa è cambiato».

A complicare il quadro c’è la dipendenza dalla Cina. Fino all’ottanta per cento dei componenti dei droni proviene da fornitori cinesi. In tempo di guerra, questa dipendenza può diventare una vulnerabilità. Per questo alcuni produttori europei stanno cercando di localizzare la filiera, ma sono processi lunghi e costosi, che richiedono innanzitutto volontà politica e risorse economiche enormi per ripensare catene di approvvigionamento e logiche di procurement pubblico.

«L’interoperabilità è uno dei concetti chiave della Nato, da sempre. Ma ciò che la guerra in Ucraina ha messo in luce è che, per alcune tecnologie caratterizzate da un ciclo evolutivo estremamente rapido, molte delle strutture adottate finora non riescono più a tenere il passo», osserva Borsari. «È necessario accelerare i processi, sviluppare sistemi interoperabili in modo più tempestivo e integrare dottrina e pianificazione con l’evoluzione tecnologica».

Il punto non è solo aggiornare un’arma. È aggiornare l’intero sistema che la rende utilizzabile: industria, standard, procedure, cooperazione tra alleati. In un conflitto dove otto settimane possono bastare a rendere superato un drone, per avere una superiorità tecnologica non basta accumulare scorte in magazzino. Bisogna sapersi adattare a ogni evenienza.

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