Domenica scorsa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato l’apertura di dieci centri per l’esportazione di armi ucraine in Europa entro la fine dell’anno. Il messaggio agli alleati europei è che l’Ucraina non vuole più essere soltanto il principale destinatario di aiuti militari occidentali, ora ambisce a diventare un produttore, un esportatore di tecnologie militari, soprattutto droni. È una svolta che arriva mentre la guerra è ancora in corso e che racconta una trasformazione più profonda di un Paese che ha saputo costruire in pochi anni uno dei più dinamici ecosistemi di Defense Tech al mondo – nonostante l’invasione russa da respingere ogni giorno da quattro anni.
I nuovi centri di esportazione funzioneranno, in buona sostanza, come fabbriche di armi ucraine, verosimilmente in partnership con aziende locali. Le armi ucraine prodotte in Europa saranno in buona parte vendute agli stessi Paesi europei, e così finanzieranno indirettamente la resistenza ucraina. Al momento, in Regno Unito, Danimarca e Germania sono già operative delle fabbriche ucraine, le prossime aperture dovrebbero essere nei Paesi baltici. Zelensky dice che nei prossimi giorni dalla fabbrica tedesca uscirà il primo drone da combattimento.
In questi anni l’industria bellica ucraina è cresciuta moltissimo, attirando investimenti da ogni parte d’Europa (oltre che da investitori ucraini). Secondo United24, nel solo 2025 le startup militari ucraine hanno raccolto centoventinove milioni di dollari in investimenti, più del doppio rispetto al 2024. Probabilmente i numeri reali sono ancora più grandi, dal momento che una quota significativa degli investimenti avviene in modalità riservata, per non esporre siti produttivi e infrastrutture agli attacchi russi.
Nel 2022, all’inizio dell’invasione su vasta scala, le aziende attive nel settore dei droni si contavano sulle dita di una mano, oggi sono diverse centinaia, divise in una dozzina di sottosettori che vanno dagli aerei senza pilota (droni) alla robotica terrestre, dalla guerra elettronica ai software di intelligenza artificiale applicati al combattimento.
La crescita dell’industria militare ucraina è stata una risposta diretta alla superiorità numerica e materiale dell’esercito russo. La tecnologia ha permesso di compensare quello squilibrio, e in alcuni ambiti di ribaltarlo. Droni a basso costo hanno distrutto mezzi corazzati da milioni di dollari, sistemi navali senza equipaggio hanno colpito la flotta russa nel Mar Nero, intercettori improvvisati hanno abbattuto sciami di droni Shahed. È in questo contesto che nel 2023 nasce Brave1, il cluster statale per l’innovazione militare, pensato per trasformare prototipi sviluppati da piccoli team in sistemi operativi, testati direttamente al fronte (ne avevamo parlato qui).
Ma espandere ancora le aziende ucraine sul territorio è sempre più difficile. Perché molti investitori privati occidentali preferiscono non mettere i propri soldi in Ucraina finché c’è la guerra. E perché creare complessi produttivi molto estesi potrebbe renderli un bersaglio facile.
La creazione delle nuove fabbriche ucraine fa parte di un programma di esportazioni controllate che Kyjiv ha iniziato a pianificare poco meno di un anno fa. Come ha spiegato Yehor Cherniev, vicepresidente della commissione parlamentare per la sicurezza e la difesa, l’industria militare ucraina avrebbe oggi una capacità produttiva annua compresa tra i trentacinque e i quaranta miliardi di dollari. Una parte consistente di questa capacità resta però inutilizzata. Un po’ perché non hanno abbastanza investimenti, operai o strutture adeguate alla produzione. E un po’ perché lo Stato ucraino non ha abbastanza risorse per acquistare tutto ciò che le sue fabbriche sono in grado di produrre. Secondo diversi report pubblicati di recente, l’Ucraina produce circa quattro milioni di droni ogni anno, ma l’industria militare avrebbe il potenziale per produrne il doppio.
L’esportazioni saranno controllate e limitate alle eccedenze, con priorità assoluta alle esigenze delle forze armate ucraine. Ma è già un cambio di approccio significativo. Fino allo scorso ottobre, i produttori ucraini non potevano esportare, perché tutte le armi disponibili erano necessarie al fronte, adesso invece Kyjiv ha deciso di finanziare la propria sicurezza attraverso il mercato.
In questi anni di guerra, grazie all’urgenza e agli ingenti investimenti, le aziende ucraine di armi sono cresciute enormemente e hanno migliorato la qualità dei loro prodotti al punto da diventare appetibili per il mercato europeo. Dopotutto, si tratta di sistemi d’arma già testati sul campo. «Oggi la sicurezza dell’Europa si basa su tecnologia e droni», ha scritto Zelensky su Telegram.
L’esportazione di droni e altre tecnologie in Europa non significa che l’Ucraina non debba continuare ad acquistare armi e non abbia più bisogno degli aiuti militari. Per contrastare l’invasione russa occorre disporre di una difesa stratificata e multilivello (reti, droni intercettori, guerra elettronica, microonde, munizioni cinetiche): non esiste un sistema di difesa che possa costituire da solo “proiettile d’argento”, e l’Ucraina non può produrre tutto ciò di cui avrebbe bisogno.
Ad ogni modo, secondo l’Atlantic Council quello che sta accadendo in Ucraina va letto come una piccola rivoluzione militare. Un processo simile a quelli che, in altri momenti storici, hanno democratizzato tecnologie fino ad allora accessibili solo alle grandi potenze. Ma per sostenere questo vantaggio, avverte l’analista Marc DeVore, il sostegno occidentale deve evolversi: meno donazioni episodiche di vecchie scorte, più investimenti diretti nella capacità industriale ucraina.
In gioco non c’è solo l’esito del conflitto, ma il futuro assetto della difesa europea. Se l’Ucraina riuscirà a trasformare la sua esperienza di guerra in un modello industriale stabile, potrebbe emergere dal conflitto non soltanto come un Paese da ricostruire, ma come uno dei principali hub tecnologico-militari del continente.