Prestanome a loro insaputa La pregiata bisteccheria Delmastro e i professionisti delle fregnacce antimafia

Il sottosegretario alla Giustizia e altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia sostengono di essersi messi in società con la figlia di un imprenditore chiacchierato e poi condannato senza sapere chi fosse. È il tributo che l’ipocrisia giustizialista deve rendere alla virtù antimafia

La Bisteccheria d’Italia a Roma / LaPresse

Secondo le ricostruzioni giornalistiche del nuovo caso Delmastro, il sottosegretario alla galera e un po’ di accoliti politici biellesi hanno aperto una società del ramo ristorazione con la figlia diciottenne di un imprenditore chiacchierato, dopo che questi era stato assolto da un’accusa infamante, e ne sono usciti dopo che il padre della socia è stato definitivamente condannato come prestanome di un boss mafioso.

Viviamo purtroppo nel Paese in cui gli Andrea Delmastro di destra e di sinistra hanno a tal punto smerdato la presunzione di non colpevolezza e fatto di ogni diceria giudiziaria e para-giudiziaria l’unico vero checkpoint della vita pubblica, che rifiutare di trattare un indagato da appestato si deve considerare di default una forma di complicità criminale. E non parliamo neppure della pretesa di continuare a difendere le ragioni dell’innocenza di un condannato in via definitiva o semplicemente di trattare i condannati – e qualunque condannato – come soggetti di diritti e non solo come infrequentabili monumenti d’infamia.

Il paradossale rovescio della medaglia di questa esternalizzazione giudiziaria della rispettabilità politica è che, laddove non vi siano reati, neppure vi sono responsabilità da contestare e la disciplina e l’onore dei funzionari pubblici, elettivi e no, si riducono a una questione di certificati penali. Questo è il nirvana infernale della politica in Italia, fin dai tempi di Mani Pulite.

Se non vivessimo dunque nel Paese che i Delmastro politici hanno edificato così, mattone dopo mattone, i Delmastro imprenditori, se fossero in buona fede, potrebbero spiegare la vicenda nel modo più credibile e, fino a prova contraria, da credersi. Si erano convinti che il signor Mauro Caroccia, malgrado le chiacchiere che giravano su di lui, fosse un socio rispettabile, oltre che inizialmente incensurato e magari lo pensano ancora, ma per ragioni di opportunità hanno preferito uscire dalla società che avevano fatto con lui, per interposta rampolla. Oppure si sono ricreduti davvero sul suo conto, accogliendo la sentenza della Cassazione come un dogma di fede.

Visto che questo però non lo possono dire – e questa impossibilità è insieme il crisma e la nemesi del loro trionfo politico – devono necessariamente comportarsi come se fossero in malafede e quindi inventare una marea di fregnacce per accreditare l’incredibile. Che non conoscevano il padre della socia, che non sapevano chi fosse, che hanno nominato una tizia sconosciuta e appena maggiorenne amministratrice di tutto il cucuzzaro, senza nemmeno googlare il suo nome.

Delmastro e il gotha biellese di FdI si stanno comportando proprio come se li avessero beccati col sorcio in bocca a fare i prestanome del prestanome a loro insaputa – cosa che è pure possibile, ma su questo vale la presunzione di innocenza – e sono obbligati a farlo perché nel mondo che hanno costruito si può sperare di scamparla adattando a tutte le circostanze la formula “Ruby nipote di Mubarak”, ma non ammettendo di avere messo su una bisteccheria con uno di quei presunti mafiosi che pubblicamente ci si vantava di soffocare «con intima gioia» nei blindati della polizia penitenziaria, ben prima della condanna definitiva.

È proprio il tributo che l’ipocrisia giustizialista deve rendere alla virtù antimafia ad autorizzare, contro Delmastro e i suoi accoliti, i peggiori sospetti e i peggiori giudizi.

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