Io, VladimirLa vita di Putin in tv, così il piccolo teppista è diventato tiranno

Il monologo di Stefano Massini sul canale Nove ricostruisce l’ascesa al potere, dalla povertà assoluta al Cremlino: un’esistenza dominata dalla violenza e dalla passione per i servizi segreti. «In Italia abbiamo provato in ogni modo ad assolverlo, ma la sua è una storia terribile»

Stefano Massini in ”Io, Vladimir" / Filippo Manzini

«Come andò davvero? Come andò davvero che tu diventasti chi sei. Che cosa c’è dietro di te, com’è che Vladimir Putin è diventato Vladimir Putin» si chiede Stefano Massini nelle prime battute di “Io, Vladimir”, il monologo che porta stasera in tv. 

«Mi sono immaginato lui, Vladimir Putin, lui in persona chiamato a rispondere a quell’unica domanda a cui non ha mai risposto e che nessuno mai gli farà» spiega ancora ai telespettatori, il drammaturgo premiato col Tony Award per la Lehman Trilogy. Lo fa – ed è questa la ragione principale che lo ha spinto, spiega – a vent’anni dall’omicidio di Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa per aver osato dire la verità su chi è Vladimir Putin e a porre quella domanda che in Russia non si può fare. 

A rendere possibile il progetto è stato il canale Nove che lo trasmetterà oggi in prima serata. Massini è anche un personaggio televisivo noto al pubblico dei talk show e sa bene, allo stesso modo dei responsabili della programmazione di Warner Bros. Discovery (a cui fa capo Nove), che portare il teatro d’impegno civile nella fascia di massimo ascolto è una giocata d’azzardo. 

È, però, anche un filo d’Arianna che Massini continua a seguire nella sua produzione: “Donna non rieducabile”, il testo da lui scritto sulla Politkovskaja risale addirittura al 2007 (ed è ancora oggi, tra i suoi, quello  più rappresentato nel mondo), mentre l’ultimo portato in scena lo scorso anno è dedicato a Donald Trump. 

«Viviamo un momento drammatico – dice Massini -, nel quale l’Europa è aggredita da più parti, non possiamo più permetterci di restare ripiegati su noi stessi». Conoscere la vita dei personaggi che decidono il destino del mondo, la genesi della loro ascesa al potere, diventa decisivo. «Sapere dell’incredibile manovra di Trump per evitare di combattere in Vietnam, vantandosi in seguito di “non essere stato così idiota da andare a morire in guerra”, quanto diventa importante nel momento in cui, quello stesso Trump, porta il pianeta alla situazione che stiamo vivendo? O si reca in Delaware a onorare i primi soldati uccisi in Medio Oriente?». 

Politkovskaja-Putin-Trump. Si tratta di mettere al loro posto le tessere di un unico puzzle. «Putin e Trump sono la personificazione della stessa violenza – continua Massini -. Il primo cresce tra i palazzoni popolari di Leningrado, dove la famiglia Putin, ha raccontato lui stesso, aveva l’onore e il lusso di possedere un gabinetto tutto per sé; l’altro fa parte della media-alta borghesia newyorchese, frequenta le scuole migliori: vite completamente diverse, ma che oggi li portano a essere simili. Trump dice agli iraniani “vi massacreremo”, sui social posta “prima bulli, poi perdenti”. Chi conosce la storia di Putin sa che sono frasi che avrebbe potuto pronunciare lui».   

Il monologo è stato registrato nei giorni di Natale al Teatro della Pergola di Firenze, con la regia di Fabio Calvi, un pioniere dell’orazione civile in tv già con il Vajont di Paolini. 

Massini è il Vladimir bambino, magrissimo da sembrare malato, l’unico vivo di tre fratelli. Il Vova del cortile 78-F che impara a spezzare le ossa al malcapitato di turno: «Non ero un teppista, ero il peggiore dei teppisti», dirà molto tempo dopo. Poi il lungo apprendistato verso il potere assoluto. La determinazione e l’autodisciplina con cui si impone di diventare un agente segreto, la chiamata ai ruoli operativi del Kgb, gli anni come capo della sezione di Dresda, il crollo dell’Unione Sovietica e lui sempre lì, con l’unica fissazione dell’ordine da mantenere, a ogni costo, perché così ha giurato di fare, mentre tutto va a rotoli, la Russia dichiara default tre volte e il suo predecessore al Cremlino, Boris Eltsin, si presenta in pubblico ubriaco, incapace di connettere.

È proprio Politkovskaja con l’incipit del suo libro-testamento ha dare la chiave per indagare nel profondo dell’uomo-Putin: «Non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà».

Al contrario di Trump che sproloquia e posta di continuo, Putin non parla, non ha profili social, per lui parlano i portavoce. In questo silenzio c’è però qualcosa di eccezionale, accade sul finire del percorso che il 7 maggio del 2000, a soli 48 anni, lo porterà a diventare il presidente della Federazione russa. «Durante una campagna elettorale farsa, si chiude in una dacia con tre giornalisti e si racconta. Il materiale dello spettacolo per un 35 per cento viene da lì – spiega ancora Massini -. Il resto è il frutto del lavoro di chi lo ha raccontato e per questo è stato costretto a fuggire all’estero». 

La vita di Putin è Shakespeare, sentenzia Massini: «La sua ossessione per il potere ricorda quella di Riccardo III. In Italia abbiamo provato in ogni modo ad assolverlo, ma è responsabile di milioni di morti». È questa l’unica risposta che abbiamo alla domanda su come andò davvero.

 

 

X