Una mattina di questa settimana ero in aereo e ho iniziato a scrivere la più importante delle mie opere di quest’anno. Sì, ho anche lavorato a un capitolo d’un libro che poi uscirà, ma mica l’opera importante è quella.
L’opera importante è una lettera che ora non posso mandare perché ho troppo da fare per occuparmi di mandare a quel paese persone, che manderò tra qualche mese, ma che essendo ispirata ho iniziato a scrivere. E a ispirarmi è stato il più inarrivabile modello di lettera di insolenze a me noto.
C’è una frase di Elias Canetti che ho citato così tante volte che non so neanche più se l’ha scritta davvero, e poiché sono ancora in viaggio e non ho i suoi “Appunti” con me non posso neppure controllare, ma quand’ero giovane un giornalista che mi piaceva disse che non registrava mai le interviste perché conta solo quel che resta nella memoria e quindi continuo a ripeterla. È una frase su Cesare Pavese (sarà stato Pavese?), una frase in cui Canetti si chiede cosa ci dica di lui il fatto che i suoi diari (saranno stati i diari? O le lettere?) siano meglio dei suoi romanzi.
Ci dice che i libri da cesso (cioè: quelli che puoi aprire in un punto a caso e leggere un pezzettino e trovarlo magnifico senza dover seguire una trama o un ragionamento) li preferivamo già da prima del secolo dei pezzettini – e infatti io sto citando gli “Appunti”, mica “Massa e potere”.
Ci dice che gli scrittori sono scrittori anche quando non pubblicano, e non solo perché sono tutti così mitomani da pensare che stanno pubblicando sempre: ci pensano sette volte prima di annotare una cosa in un diario che poi magari esce postumo. E poi ci dice la cosa più importante, che non è quella di Pessoa sulle lettere d’amore («non sarebbero lettere d’amore se non fossero stupide»), ma la grande ovvietà che riguarda le lettere che non sono d’amore: tutte le lettere non d’amore (ma forse anche un po’ quelle d’amore) sono regolamenti di conti, e il regolamento di conti è il più irresistibile dei generi letterari.
Secoli fa un amico mi raccontò che, il giorno dopo essere stato a letto con la figlia d’un uomo famoso (la figlia trentenne, mica dodicenne), lei lo convocò a casa sua. Lui temeva volesse sapere se ora erano fidanzati o analoga analisi dei loro rapporti, e lei invece gli voleva declamare delle poesie che aveva scritto sul padre. Non sono mai più riuscita a guardarla senza ridere pensando a questa scena.
È una scena che mi torna in mente ogni volta che penso alle lettere che ci sono venute così bene che, non volendo aspettare che vengano rilegate postume, volendo vedere quel nostro funerale da vivi che è la lettura della nostra corrispondenza privata da parte dei non destinatari, ne imponiamo la lettura agli amici – pratica assai più facile e diffusa ora che le lettere sono email e ci vuole un secondo a cliccare su «inoltra».
Di solito non funziona, perché non siamo buoni giudici degli affari nostri: gli altri ci dicono che è una bella lettera, fingono di apprezzare, fingono di divertirsi, ma non sono andati oltre la terza riga se gliel’abbiamo inoltrata e hanno smesso di ascoltare alla terza parola se gliel’abbiamo declamata.
Altri secoli fa, una tizia ci teneva così tanto a vantare la lettera che le aveva scritto un amante famosetto, e la fece girare così tanto, che credo l’abbiano letta tutte le altre amanti di lui. Era una lettera che lei mandava in giro per dimostrare che lui la amava e la rispettava e la stimava. Era una lettera così ridicola, così paracula, e così evidentemente menzognera che costituisce da anni la mia unità di misura della distanza tra ciò che pensiamo d’un testo quando ci riguarda e i meriti oggettivi di quel testo.
A volte, però, gli autori di certe missive fanno bene a esserne fieri e farle circolare. La mia corrispondenza inoltrata preferita, il modello cui cerco vanamente di tendere quando voglio prendermi l’incomodo di mandare a fare in culo qualcuno, è la lettera d’una scrittrice a un tizio che riteneva si fosse comportato male con lei, lettera che qualche anno fa la scrittrice inoltrò un po’ a chiunque. Non è mai stata la mia scrittrice preferita, ma quella lettera è oggettivamente una meraviglia.
È la risposta a un invito che la mittente della missiva non intende accettare. «Potrei rifilarti l’ennesima scusa […] ma ritengo più pratico per entrambi dirti che il vero motivo è che non gradisco avere a che fare con te se non è strettamente necessario». E ancora: «Ho avuto ripetute prove della tua scorrettezza professionale e umana e, considerato quanto la vita sia difficile in generale, non vedo motivo di complicarmela di più avendo a che fare con persone dal comportamento opaco». Forse le copio la lettera alla lettera.
Procede poi a elencare le scorrettezze che questo porocristo avrebbe compiuto (naturalmente non è di nessun interesse sapere se le accuse fossero fondate, chi abbia ragione o torto: conta lo stile, mica la sostanza).
A un certo punto scrive: «Su quale intuizione di me tu abbia formulato questo giudizio di disonestà intellettuale lo sa Dio, visto che già definire la nostra conoscenza come superficiale sarebbe riconoscerle improprio spessore».
Ma la mia parte preferita è quando lo accusa di spettegolare su di lei, e lo rassicura che lei invece non ricambierà, ma senza dirgli che non lo pensa proprio, no, fingendo che le ragioni siano più nobili: «Sparlare con tanta pertinacia è uno sport che richiede energie che io ho già impiegato altrove».
Ora, il mio istinto sarebbe chiedere agli eredi della scrittrice, nel frattempo defunta, perché non ne pubblichino le lettere, che – come per tutti, Pavese compreso – saranno le sue cose migliori, e se sono all’altezza di questa costituiscono modelli preziosi per noialtre aspiranti mandatrici a quel paese di gente indegna.
Ma, visto che per ora non le hanno pubblicate, penso che me ne approfitterò e – non nella lettera in corso di scrittura perché sarebbe fuori tema, ma prima o poi – mi approprierò del modo in cui l’autrice si rivolgeva al porocristo dopo avergli rinfacciato che «ti sei proprio messo d’impegno, dilettandoti in varie occasioni nello spargere giudizi personali sgradevoli».
Concludeva con le cinque parole che più mi fanno sospirare «Maledizione, perché non le ho scritte io», le cinque parole che Cyrano de Bergerac avrebbe potuto suggerire a Christian de Neuvillette, le cinque parole che più mi fanno ridere nella storia delle insolenze, e che spero tanto di trovare un giorno qualche pettegolo da redarguire per poter usare: «Instancabile ghiandaia canterina che sei!».