
Mentre la nostra presidente del Consiglio spiega che sull’uso delle basi americane in Italia deciderà il parlamento, il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, annuncia la scelta di riaprire le porte a Iran e Russia.
Se non vedete il nesso tra le due cose, permettetemi di indicarvi subito qual è, secondo me, il punto di convergenza. Andrà a finire così, con una inattesa e geniale forma di par condicio bellico-pacifista. Finirà che daremo agli Stati Uniti le basi per bombardare l’Iran e all’Iran un bel padiglione alla Biennale, giusto accanto a quello della Russia, perché possa mostrarci il frutto della sua creatività artistica (raccomandatissimo lo spettacolo pirotecnico con droni di ultima generazione) e che tanto i russi quanto gli iraniani, ma forse pure gli americani, si arrenderanno davanti a noi e imploreranno pietà perché, come ben sapevano i nazisti, nessuna tortura è peggiore del morire soffocati dalle risate.
Ieri, per fortuna, è arrivata la presa di distanza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, secondo il quale «la partecipazione della Federazione Russa alla sessantunesima Esposizione internazionale d’arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano». Dichiarazione benemerita ma anche leggermente tardiva: la notizia della riammissione della Russia, come ricorda oggi Repubblica, era stata anticipata proprio da Mosca martedì e confermata mercoledì dall’elenco dei partecipanti reso pubblico dalla Biennale. A innescare la risposta di Giuli è stata evidentemente l’intervista non proprio sottotono data ieri da Buttafuoco a Repubblica («La mia Biennale sarà la vera tregua»), in cui riconosceva come la sua fosse «politica estera», annunciava la presenza di Russia, Iran, Israele, e diceva pure di averne informato Giuli e di avere con lui un confronto continuo, aggiungendo sibillino: «Siamo pur sempre due lettori di René Guenon. Abbiamo ben chiari Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi». Sul Regno della Quantità onestamente non saprei esprimermi, ma i segni dei tempi temo di poterli intuire.
Dopo il voto nel parlamento europeo per impedire agli ucraini di utilizzare le armi occidentali in territorio russo, dopo l’astensione sulla mozione per il «sostegno incrollabile e incondizionato» all’Ucraina, dopo la freddezza ai limiti del boicottaggio nei confronti delle iniziative del gruppo dei volenterosi e l’appassionato sostegno a Viktor Orbán, dopo l’incomprensibile scelta di tenere l’Italia fuori dall’iniziativa per estendere agli alleati l’ombrello nucleare francese, la destra italiana, sempre più schiacciata su Donald Trump, dà un altro piccolo segnale della sua volontà di ammorbidire la propria posizione nei confronti di Vladimir Putin. Una scelta tanto più assurda nel momento in cui non solo i principali paesi dell’Unione si stanno organizzando per costruire finalmente l’autonomia strategica e militare europea, sull’asse Londra-Parigi-Berlino, ma gli stessi Stati Uniti hanno chiesto aiuto agli ucraini per fermare i droni iraniani.
A conferma di una tesi da tempo sostenuta dagli analisti più attenti – penso ad esempio a quanto scritto in proposito, sul Foglio, da Nona Mikhelidze – e cioè che oggi è soprattutto la Nato ad avere bisogno dell’Ucraina. A parte ogni altra considerazione di carattere politico e morale, non sembra davvero il momento migliore per abbandonare Kyiv e riaprire le braccia alla Russia, proprio adesso che persino il Pentagono deve fare appello alla competenza ucraina nel costruire sistemi di difesa dai droni più pratici ed economici di quelli americani, chiamando in soccorso Volodymyr Zelensky, quello che non aveva «carte in mano», come gli disse Trump in un indimenticabile incontro nello studio ovale.
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